Il “saculum” delle lettere “che dicono so[n]o dodeci a numero” e il delfino

Abbiamo visto come l’ambasciata effettuata l’8 marzo 1458 presso Ludovico di Savoia da Corradino Giorgi non abbia nulla a che fare con quella che viene raccontata nella minuta di Francesco Sforza del 26 febbraio. Abbiamo poi verificato che la minuta ducale datata 6 aprile lascia intravedere la presenza di una ”corrispondenza sommersa” che è quella in base alla quale l’inviato di Francesco Sforza ha in realtà effettuato la sua ambasciata dell’8 marzo precedente. Prima di proseguire, è necessario affrontare un altro argomento. In una lettera non barrata datata 28 aprile 1458 presente nel foglio strappato 19v del Registro delle Missive 44 diretta “Domino potestati Iporigie” si legge: “Sentiamo che uno deli nostri cavallari, chiamato Iohanne Mognaga, venendo da quelle parte de Savoya era capitato lì et tandem ha finito lì la vita sua et le lettere quale portava, che dicono so[n]o dodeci a numero, et cussì lo cavallo, dinari et le altre sue cosse s[on]o remaste in le vostre mane. Pertanto ve confortiamo et pregamo, quanto sapiamo et possiamo, che le dicte lettere, necnon lo cavallo, et tute le altre cosse del predicto nostro cavallaro le vogliate fare consignare a questo altro cavallaro portatore dela presente, lo quale mandiamo lì solamente per questa casone”. Francesco Sforza scrive di avere saputo che a Ivrea è morto Giovanni Mognaga, cavallaro ducale di ritorno dalla Savoia. Il duca prega il podestà di consegnare al cavallaro a lui ora inviato quanto Giovanni Mognaga aveva con sé: le lettere, che pare siano dodici, il cavallo e “le altre cosse”. Due giorni dopo in una missiva barrata del foglio sempre strappato 20v diretta “Michelettum, ex dominis Polzaschi Ypporee” Francesco Sforza ringrazia il destinatario per l’invio del “saculum litterarum quas nobis defferebat Iohannes Mognaga”, che è stato consegnato al duca da un “nuncium” di Michele. La sequenza appena descritta consente di affermare che la prima missiva sia stata registrata fra il 28 e il 30 aprile (o meglio così si vuole far credere) prima dell’arrivo a Milano del “nuncium” di Michele Piossasco con il sacco contenente le lettere. Poi l’arrivo del “nuncium” rese inutile la partenza del cavallaro sforzesco per Ivrea e quindi la spedizione della lettera da affidargli. La missiva del 28 aprile è stata dunque registrata ma non inviata e per questo motivo non risulta depennata, a differenza di quella di due giorni dopo, spedita e per questo motivo barrata. Chiarito questo punto, si pone il problema di capire in cosa consista il sacco con le lettere “che dicono so[n]o dodeci a numero” provenienti dalla Savoia. Per comprenderlo, è necessario considerare che nel f. strappato 19r è riportata la decima “presa”, ossia l’ultima ricezione di Francesco Sforza delle lettere di Corradino Giorgi. Si tratta però di una ricezione per così dire indiretta. In una missiva barrata, e quindi inviata, datata 23 aprile il duca di Milano scrive infatti “Domino Iohanni de Solario, preceptori Moralli, militi gerosolimitano”: “Per lo vostro presente messo havemo recevuto le vostre lettere de XX del presente insieme cum quelle di Coradino Zorzo, nostro oratore presso allo illustre signore duca de Savoya”. Tralasciando per ora le osservazioni che si potrebbero fare in merito al destinatario e il fatto che il 23 aprile, data della missiva, è, non certo casualmente, il giorno in cui si celebra la festa liturgica di San Giorgio, accostando la decima “presa” al sacco con le lettere “che dicono so[n]o dodeci a numero”, si vuole far capire al lettore che ha appena ricostruito la serie delle “prese”, ossia delle lettere di Francesco Sforza e Corradino Giorgi concatenate fra loro, che dodici dei documenti dell’ambasciatore milanese che avanzano dalla ricostruzione appena operata sono stati ricevuti dal duca in un sacco alla fine di aprile in un’unica consegna. Qual è il problema di queste missive? Che non possono integrare la serie delle lettere concatenate fra loro in quanto contengono elementi contraddittori rispetto a esse. Per esempio, alla fine della lettera datata 19 gennaio 1458, che reca l’intestazione “Iesus”, si legge: “al dy prescente sonto advisato per la dona de dicto domino Aloyse per uno Constantio Gualtero che Iohanne Cossa ha scripto che lo re de Franza manda uno ambasatore da questo signore, quale debe havere dicto domino Aloyse ala prescentia de soa signoria e ly discutire tuto quelo del che fo imputato”. L’accenno a “uno Constantio Gualtero” consente di escludere la lettera dalla serie delle missive concatenate fra loro, perché di “Consantino Gualtero da Saveglano” si è già parlato in una lettera datata 16 dicembre 1457 che appartiene alla serie delle “prese”, mentre con l’articolo indeterminativo “uno” della lettera del 19 gennaio è come se si volesse suggerire che è la prima volta che ci si riferisce a “Constantio Gualtero”. Che non si tratti di un’osservazione futile è confermato dalla lettera di Corradino Giorgi datata 25 gennaio, nel cui esordio si legge: “Al dì presente da quelo Constante Galatero del quale ho scripto ala signoria vostra altre volte”, riferendosi alla lettera del 19 gennaio. Non si comprende per quale motivo nella missiva del 25 gennaio Corradino Giorgi dovrebbe alludere alla sua lettera del 19 gennaio e in quest’ultima invece non accennare a quella del 16 dicembre precedente se non per il fatto che si vuole far capire che la missiva del 16 dicembre esclude dalla serie delle “prese” la lettera del 19 gennaio proprio per via dell’espressione “uno Constantio Gualtero” in essa contenuta. Ma non finisce qui. In una lettera del 21 gennaio l’inviato milanese riferisce di avere ricevuto il giorno precedente “le lettere de vostra signoria in zifra cum tute quele altre cosse”. Per identificare quali siano le “lettere” e le “cosse” ricevute, è necessario prendere in esame due missive: una del 23 gennaio e l’altra del 26 gennaio. Nella lettera del 23 gennaio l’inviato sforzesco conferma la ricezione di lettere in cifra e di un imprecisato insieme di “altre cose”, che cercherà di consegnare all’“amico”, chiamato nella missiva del 21 gennaio “magnifico”, ma aggiunge che gli farà comprendere “el modo ha a servare”, anche se non è chiaro a quale argomento si riferisca. Nella lettera del 26 gennaio le informazioni si precisano, perché l’ambasciatore segnala che il 20 gennaio insieme alle lettere, di cui non si dice più che sono in cifra, è giunta “la polvere”: compreso “lo modo” in cui deve essere impiegata, lo riferirà “alo amicho”. Le “cosse” e le “cose” menzionate rispettivamente nelle missive del 21 e 23 gennaio devono dunque essere identificate con “la polvere” della lettera del 26 gennaio, l’indeterminato “modo” di cui si parla nella missiva del 23 gennaio riguarda il suo utilizzo e il “magnifico” e l’“amico” coincidono con l’“amico” del documento ducale del 10 gennaio intitolato “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.“. Nelle missive del 21 e 23 gennaio l’ambasciatore sembra dunque riferire la ricezione delle lettere tratte dalle minute ducali del 10 e dell’11 gennaio, entrambe riguardanti la polvere: essa, tuttavia, non può essere considerata valida, perché nelle minute ducali non vi è alcuna indicazione di porre in cifra le lettere in partenza per la Savoia. Che non possa trattarsi di una dimenticanza è confermato dall’analisi delle minute ducali del 26 febbraio. Nella prima è riportata l’ambasciata che apparentemente l’8 marzo l’inviato sforzesco dovrà fare presso il duca di Savoia, la seconda è un post scriptum che esordisce così: “Ponatur omnino in ciffra, etiam si littere priores scriberentur absque ciffra”. La disposizione in latino potrebbe essere tradotta come segue: “Mettere tutto in cifra, poscritto e lettera cui esso andrà allegato, anche se le missive prima inviate sono state lasciate in chiaro”. Con l’espressione “littere priores” non si vuole dire che l’altra minuta del 26 febbraio nella quale era spiegata l’ambasciata non andava messa in cifra, perché è anche a essa che ci si riferisce con l’avverbio “omnino” all’inizio del post scriptum. Inoltre non avrebbe avuto senso mettere in cifra il post scriptum, nel quale si legge: “Volemo che questa ambassata facci ad quello signore in secreto”, e poi non mettere in cifra la lettera in cui era spiegata l’”ambassata” da fare “in secreto”. La proposizione concessiva “etiam si littere priores scriberentur absque ciffra” consente pertanto di affermare in modo inequivocabile che le lettere ducali precedentemente inviate, comprese quindi quelle ricavate dalle minute datate 10 e 11 gennaio, erano in chiaro. Non è quindi possibile ritenere valida la ricezione delle due missive sforzesche segnalata nelle lettere di Corradino Giorgi datate 21 e 23 gennaio e queste due ultime missive non possono essere accostate alla serie delle “prese”. A proposito di queste due ultime lettere si può fare un’ulteriore considerazione. Nella prima datata 21 gennaio si legge: “me sforzarò de fare che lo magnifico habia ogni cossa, il che dubito me sarà dificile, perché sono scechate le vie, como vostra signoria intenderà più largamente per quele mie porta il cavalaro”. La missiva cui ci si riferisce è quella del 19 gennaio, nella cui parte finale è scritto: “sapia vostra signoria che la via havea de avisare domino Aloyse he esso my hè tagliata, però ch’el famiglio quale portava le lettere hinc inde hè retenuto asay più strecto che domino Aloyse”. Rispetto alla lettera del 21 gennaio, quella del 23 contiene un elemento in più. In essa si legge infatti: “me sforzarò fare che lo amico habia ogni cosa e ch’elo intenda el modo ha a servare, il che dubito me sarà dificile, però che m’è sechata la via, como per altre ho scripto h la signoria vostra mandate per la via de queli del conto Franchino he anchora per lo cavalaro”. Come abbiamo visto, quest’ultimo riferimento al “cavalaro” allude alla missiva del 19 gennaio. Esso però è preceduto dall’accenno a “queli del conto Franchino”, che sembra ricondurre alla minuta di Francesco Sforza datata 11 gennaio, appartenente alla serie delle “prese”, nella quale è scritto: “Havemo ricevuta la tua lettera in zifra, la quale ne hai mandato per la via de quelli del conte Franchino Rusca, et havemo inteso quanto tu scrivi et ne comendiamo la diligentia tua et non te facemo altra risposta al presente, perché per altre nostre lettere haveray inteso quello che hay ad fare, ma solo te mandiamo lo presente nostro cavallaro cum la polvere da fare dormire che tu ne hay richiesta”. Il duca si riferisce alla lettera di Corradino Giorgi del 16 dicembre precedente, la quale tuttavia non contiene alcun accenno a difficoltà di comunicazione con Ludovico Bolleri perché “è sechata la via”. Questa constatazione costituisce un ulteriore elemento che non consente di accostare la lettera del 23 gennaio alla serie delle “prese”. Naturalmente un analogo discorso si può fare per la missiva del 24 gennaio dell’inviato milanese, che esordisce dicendo: “Scripte le aligate”. Anche la lettera del 26 gennaio non può essere avvicinata alla serie delle “prese”, in quanto essa è legata in modo esplicito alle missive precedenti del 19, 21 e 23 gennaio proprio dal tema della “via” che “hè sechata”: “Per Filipo cavalaro ho recevuto le littere dela signoria vostra a dì vinti del presente cum la polvere he ho intexo la continentia e lo modo se debe servare in adoperare dicta polvere, il che farò intendere alo amicho, s’el sarà possibile, benché sento certo sarà dificilissima cosa, però hè sechata la via qual havea del famiglio suo che portava le letre hinc inde, perché non fide lasato più inscir […] como per mie altre ho scripto la signoria vostra”. Si potrebbe però obiettare che, nonostante l’osservazione appena fatta, nella lettera non viene segnalata la ricezione il 20 gennaio di lettere ducali in cifra. Riteniamo tuttavia che non si tratti di un motivo che consenta di accostare questa lettera alla serie delle “prese”. Limitiamoci per ora a un’analisi testuale. Procedendo nella lettura, ci si imbatte nelle seguenti parole: “a vintacinque dil prescente per lo Boffa cavalaro ho recevuto le littere dela signoria vostra”. Corradino Giorgi sembra segnalare la ricezione della missiva tratta dalla minuta ducale datata 18 gennaio. Occorre però innanzitutto notare che nella missiva l’ambasciatore ignora del tutto il fatto che nella sua minuta Francesco Sforza “primum” avvisa di non potere mettere a disposizione la “barcha” che l’inviato, sollecitato da Ludovico Bolleri, che “vorebe fugire”, ha richiesto nella sua lettera del 23 dicembre precedente (nella quale per la precisione si parla di “fusta”). Poi l’ambasciatore aggiunge: “prima lo amico habia la polvere […] gli farò molto bene intendere [qua]nto me scrive la signoria vostra he, intendando ch’el pensero posa reinscire senza scandalo, gli farò porger la polvere he ordinarò la cosa per modo che sortirà bono effecto he senza scandalo e inputacione dela signoria vostra he, vedendo non habia fondamento, ma ch’el sce vogla metere ala ventura, gli dissuaderò non lo faza et anchora non gli farò porzere la polvere, aciò non habia casone de fare”. Francesco Sforza però aveva scritto: “potendo et havendo luy el modo de fugire et de salvarsi, nuy glilo confortiamo et la polvere che te havemo mandata serà sufficiente ad questo, zoé per fare dormire li guardiani […] secundo dicemo che, non havendo luy el modo de potere fugire et de salvarsi como è dicto, ello non se debia movere ad fare cosa alcuna, adciò non gli intervenisse pegio”. In sostanza, rispondendo alla lettera ducale, l’ambasciatore scrive che, se sarà certo che la fuga dell’“amico” possa avvenire senza “scandalo”, gli fornirà la polvere, altrimenti la terrà con sé. Queste parole, insieme al fatto che non si accenni minimamente al tema della “barcha”, consentono di affermare che la missiva cui Corradino Giorgi sta rispondendo non può essere identificata con la lettera tratta dalla minuta ducale datata 18 gennaio, perché da quest’ultima il duca di Milano risulta delegare la decisione ultima riguardo alla fattibilità della fuga non al suo inviato, ma a Ludovico Bolleri. E che sia così è confermato dal seguito della minuta ducale del 18 gennaio, nel quale si legge: “ma pur, quando esso se vedesse havere el modo et deliberasse per la via de dicta polvere fugire, ne pare et così te dicemo, per evitare ogni scandalo che ne potesse seguire, che de cinque dì inanzi ch’el se venga al’atto de operare dicta polvere tu con qualche bono modo debii pigliare licentia da quello illustrissimo signore et ritornartene qua, facendo in modo che tu possi esser fuori del suo dominio inanzi el dì che se operava dicta polvere […] ma vogli avisare esso misser Aluyse che prima vogli bene pensare et repensare sopra questa cosa et non se mettere ad farla se prima el non conosca veramente che gli possa reuscire el pensero, perché, principiando la cosa et non gli possendo reuscire el pensero, gli poria intervenire pezo, como è dicto”. Dalle parole sopra riportare risulta evidente che è Ludovico Bolleri a dover valutare se sia possibile o meno fuggire servendosi della polvere, tanto è vero che cinque giorni prima del suo eventuale utilizzo Francesco Sforza ordina al suo ambasciatore di allontanarsi da Ludovico di Savoia e tornare a Milano. In sostanza al riguardo l’ambasciatore, nonostante quanto egli scrive nella lettera del 26 gennaio, non ha voce in capitolo. La ricezione della missiva tratta dalla minuta ducale datata 18 gennaio segnalata da Corradino Giorgi nella lettera del 26 gennaio non può pertanto essere considerata valida. Per quanto riguarda la stessa lettera dell’inviato, va però in realtà fatta una considerazione ben più importante rispetto agli aspetti testuali appena rilevati, ossia che di essa esiste un documento che non è la sua decifrazione, bensì la minuta opera del decifratore eseguita presso la cancelleria a Milano da cui poi l’ambasciatore ha tratto la lettera in cifra. La missiva si configura così come un evidente falso. Si vuole in questo modo far capire al lettore che la lettera in questione e le altre missive cui si è prima accennato di Corradino Giorgi non solo non possono essere accostate alle lettere della serie delle “prese”, ma a differenza di queste ultime, che si dichiarano non autentiche in modo velato con il documento sulla polvere e altri indizi, vogliono sembrare falsi “palesi”, consegnati all’interno di un sacco a Francesco Sforza alla fine di aprile. Analogo discorso si può fare per la lettera dell’ambasciatore datata 25 gennaio, incastonata com’è dal punto di vista cronologico fra le precedenti. Vi è poi un altro documento datato 26 gennaio che, come quello di cui si è parlato sopra con la stessa data, cui peraltro era allegato, si presenta come una minuta opera del decifratore. Da quest’ultima però Corradino Giorgi non ha tratto la lettera in cifra. In essa si legge: “Non obstante per le alligate habia scripto a vostra signoria li ambaxadori del re de Franza dover venire qui per condure miser Aluyse dal prefato re et questa esser la risposta fatta al’ambassatore de questo signore, questa sera ho inteso lo facto altramente, zoè che omnibus modis el prelibato re de Franza vole che miser Aluyse Bolero gli sia mandato et questo è ad petitione et rechesta del re Renato”. L’informazione relativa a Renato d’Angiò risulta spostata in una missiva di Corradino Giorgi datata 2 marzo nella quale si legge: “Como per altre mie, et maxime per alcune portate per Nicolò Spinola e Polo Iustiniano, quali veniam de Flandra a Milano, secumdo disceano, advisai la signoria vostra li ambaxadori del re de Franza esser qui he havre rechesto domino Aluyse Bolero a questo sihnore che lo remeta in le mane del predicto re una cum lo castelo de XXXX Centalo e che la dona e li fioli sciano posti in soa libertate, he questo fa lo prenominato re de Franza XXX a instigacione e peticione del re Renato”. Lo spostamento della notizia relativa a Renato d’Angiò, la quale peraltro si trova in relazione a due interventi di Carlo VII non proprio identici fra loro, è il motivo per cui dalla minuta del 26 gennaio non è stata tratta la lettera in cifra, per così dire annullandola, e spiega perché essa compaia nella lettera del 2 marzo come fosse un’informazione nuova, mai menzionata in precedenza, mentre appunto era già comparsa nella minuta del 26 gennaio. Lo spostamento serve inoltre per far comprendere al lettore che anche la missiva del 2 marzo, contaminata com’è da un’informazione contenuta nella minuta del 26 gennaio, è un falso “palese”, così come le lettere precedenti cui in essa ci si riferisce, ossia quelle datate 20, 23 e 26 febbraio. Siamo così a dodici documenti falsi “palesi” consegnati nel sacco a fine aprile, ossia le lettere datate 19, 21, 23, 24, 25 e 26 gennaio, 20, 23 e 26 febbraio e 2 marzo, cui vanno aggiunte le due minute opera del decifratore datate 26 gennaio. Non sottilizzerei sul fatto che in questo modo si mettono insieme lettere e minute opera del decifratore, perché, come si ricorderà, nella missiva non barrata datata 28 aprile 1458 presente nel foglio strappato 19v di Missive 44 si legge che le lettere “dicono so[n]o dodeci a numero”. Quel “dicono” lascia filtrare un’incertezza nel definire con precisione il numero delle lettere, perché dieci in effetti si presentano come tali, ma due no, essendo appunto minute opera del decifratore eseguite presso la cancelleria a Milano da cui poi l’ambasciatore avrebbe dovuto trarre le lettere in cifra. A questo punto è inevitabile domandarsi come si giustifichi all’interno della storia alla rovescia la presenza di questi documenti. La risposta non è semplice. Anzi qualcuno, non ritenendo sufficienti le evidenze rilevate sin qui, potrebbe obiettare che si tratti semplicemente di missive andate disperse, recuperate in un secondo momento e infine spedite a Milano in un sacco alla fine di aprile, magari prendendo spunto dalla parte iniziale della lettera datata 18 aprile di Corradino Giorgi, appartenente alla serie delle “prese”, in cui si legge: “Ho intexo quanto sce grava la signoria vostra de mi non habia visitati questi signori ambaxatori del re de Franza quali erano qui he la iniuntione me fa la signoria vostra, la qual statim haverea exequita sce gli fosano stati, ma erano zà partiti, como ha potuto intendere la signoria vostra per una mia data a desdoto del passato, ma, aciò la signoria vostra intenda alchuna cosa dela casone dela mia negligentia, hè stato però che, havendo scripto de molti giorni avanti la loro venuta, io avisai la signoria vostra per molte mie letre he dela ambasciata haveano facti e delo aviso havea da Guliermo Bolero, qual era cum essi, e per alchune de esse mie letre pregava la signoria vostra gli piazese farme dare adviso de quanto havea a fare, unde mai non have resposta de letre mandase ala signoria vostra da dì vintasei de zenaro fina a octo de marzo”. Le parole dopo “havendo scripto” sembrano riferirsi proprio alle lettere del sacco e in effetti possono far pensare a una loro dispersione. Tralasciando di approfondire per ora la data del “vintasei de zenaro”, che non è corretta, in quanto nella missiva datata 26 gennaio che abbiamo esaminato sopra l’inviato sforzesco avvisa che “a vintacinque dil prescente per lo Boffa cavalaro ho recevuto le littere dela signoria vostra”, con la data dell’“octo de marzo” ci si riferisce alla ricezione della missiva tratta dalla minuta ducale datata 26 febbraio, nella cui parte iniziale si legge: “Conradino. Restiamo novamente per le toe de dì XIII del presente ciffrate advisati de quanto intendi essere deliberato per la maiestà del re de Franza circa la liberatione del spectabile messer Aluyse Bollero et etiam dela dispositione de quello illustrissimo signore duca intorno ad questo, et, non replicando al presente altro sopra ciò, se non che ad nuy seria gratissimo che lo effecto succedesse secondo tu scrivi”. Al momento non importa rilevare il modo piuttosto curioso in cui il duca interpreta la lettera del suo inviato, ma sottolineare come egli scriva: “Restiamo novamente per le toe de dì XIII del presente ciffrate advisati”. L’avverbio “novamente”, che deriva dall’avverbio latino “nove”, ossia “recentemente, poco tempo fa, ultimamente”, non vuol dire “di nuovo, un’altra volta” e non “esprime il ripetersi secondo modalità pressoché immutate e costanti di un fatto […] di una situazione”, bensì significa “da poco tempo, poco tempo fa; recentemente, di recente, ultimamente, da ultimo; testé, appena (e indica l’immediatezza di un fatto […])”. Che sia questo il significato di “novamente” lo conferma quanto scrive Francesco Sforza nella sua minuta del 7 aprile: “Novamente siamo avisati che quello illustrissimo .. signore duca ha mandato una gran multitudine de zente in le terre de messer Aluyse Bollero et de messer Honorato, conte de Tenda, quale non solamente hano tolto Centallo, ma etiandio discorso el payse et assacomanato et robato molti lochi”. Queste iniziative militari vengono intraprese da Ludovico di Savoia all’inizio di aprile, sicché, scrivendo nella sua minuta del 7 dello stesso mese: “Novamente siamo avisati”, il duca non vuol dire: “Siamo avvisati per la seconda volta”, bensì: “Siamo stati appena adesso avvisati”. Pertanto, quando il 26 febbraio Francesco Sforza segnala la ricezione della lettera del suo ambasciatore datata 13 febbraio, con quel “novamente” vuole dire di essere stato con essa per la prima volta informato “de quanto intendi essere deliberato per la maiestà del re de Franza circa la liberatione del spectabile messer Aluyse Bollero et etiam dela dispositione de quello illustrissimo signore duca intorno ad questo” e pertanto di non avere ricevuto le missive che la precedono in cui i suddetti temi vengono trattati. Non ci resta quindi che esaminare la lettera di Corradino Giorgi del 13 febbraio, che appartiene alla serie delle “prese”. Nella sua parte iniziale si legge: “Questi dì passati scrise la signoria vostra como lo re de Franza volia che domino Aloyse Bolero gli fose mandato et che per questo mandava ambaxadori da questo signore li quali glilo devevano conduere poi inmediate. Per altre mie scrise como intendeva più largamente, zoè lo prelibato re volere ad ogni modo questo signore gli mandase lo predicto domino Aloysio Bolero e che per questo remandava misir Uberto Valueto, lo quale era tornato, como per altr mie ho scripto, dal prefato re”. Le parole “Questi dì passati scrise la signoria vostra como lo re de Franza volia che domino Aloyse Bolero gli fose mandato et che per questo mandava ambaxadori da questo signore li quali glilo devevano conduere poi inmediate” sembrano richiamare le seguenti della lettera del 26 gennaio dell’inviato ducale: “A questa hora ho intexo che qui sce aspeta ambasatore de dì in dì del re de Franza, quali veneno per conduere domino Aloyse Bolero dal prenominato re […] E questo hè la resposta ha facto el re de Franza alo ambasatore de questo signore”. In realtà, però, vi sono alcune differenze. In primo luogo nella missiva del 26 gennaio si accenna alla “resposta” di Carlo VII fatta all’ambasciatore di Ludovico di Savoia, la quale è assente nella lettera del 13 febbraio, in cui si ricorre alla più diretta espressione “lo re de Franza volia” e il generico “conduere” della lettera del 26 gennaio diviene “conduere […] immediate”. L’uso dell’avverbio “immediate” non è casuale, ma in strettissima relazione con l’affermazione secondo la quale “lo re de Franza volia”: “immediate”, dunque, non solo connota la modalità del “conduere”, ma anche rafforza il carattere perentorio con il quale si manifesta la volontà regia. La lettera del 13 febbraio prosegue poi così: “Per altre mie scrise como intendeva più largamente, zoè lo prelibato re volere ad ogni modo questo signore gli mandase lo predicto domino Aloysio Bolero e che per questo remandava misir Uberto Valueto, lo quale era tornato, como per altr mie ho scripto, dal prefato re”. Queste parole sembrano richiamare quelle della seconda minuta opera del decifratore datata 26 gennaio, nella quale si legge: “Non obstante per le alligate habia scripto a vostra signoria li ambaxadori del re de Franza dover venire qui per condure miser Aluyse dal prefato re et questa esser la risposta fatta al’ambassatore de questo signore, questa sera ho inteso lo facto altramente, zoè che omnibus modis el prelibato re de Franza vole che miser Aluyse Bolero gli sia mandato et questo è ad petitione et rechesta del re Renato”. Il fatto che nella lettera si dica “ad ogni modo” e nella minuta “omnibus modis” sembra accomunare i due documenti, ma è anche vero che nella seconda si accenna di nuovo alla “risposta” di Carlo VII così come all’intervento di Renato d’Angiò, temi entrambi assenti nella prima. Esiste tuttavia una più profonda diversità fra i due documenti e sono gli avverbi a segnalarla. Nella lettera del 13 febbraio abbiamo infatti “largamente”, nella minuta del 26 gennaio invece “altramente”. Il primo avverbio, che significa “diffusamente, a lungo; ampiamente, esaurientemente; con abbondanza di particolari o di argomenti”, apre la strada a un approfondimento, il secondo, che vuol dire “diversamente, in altro o diverso modo”, a una differenziazione. Quindi nella missiva del 13 febbraio, riferendosi a lettere precedenti, dopo avere scritto che il re di Francia voleva che Ludovico Bolleri fosse condotto immediatamente alla sua presenza, Corradino Giorgi precisa l’informazione affermando che Carlo VII lo vuole “ad ogni modo”. Nella seconda minuta opera del decifratore del 26 gennaio, invece, “altramente”, ossia come se riferisse qualcosa il cui senso è diverso rispetto a quanto appena riportato, l’inviato ducale scrive che “omnibus modis” il re di Francia “vole” che Ludovico Bolleri gli sia mandato. L’ambasciatore milanese scrive “altramente” perché la “resposta” della lettera del 26 gennaio non equivale alla manifestazione della determinata volontà di Carlo VII ed è solo nella seconda minuta del 26 gennaio che per la prima volta il re di Francia risulta “volere”, non limitandosi a fornire una “resposta”. Le ultime parole sopra riportate della missiva del 13 febbraio dicevano però anche che in seguito all’intervento di Carlo VII Ludovico di Savoia “remandava misir Uberto Valueto, lo quale era tornato, como per altr mie ho scripto, dal prefato re”. Esse sono del tutto assenti nella seconda minuta opera del decifratore del 26 gennaio, dove in realtà si dovrebbero trovare, e sembrano invece rimandare di nuovo alla lettera del 26 gennaio, nella quale è scritto: “E questo hè la resposta ha facto el re de Franza alo ambasatore de questo signore, lo quale è retornato, como per altre mie ho advisato la signoria vostra, lo quale anchora de presente fide remandato dal predicto re, ma non intendo la casone”. A parte il comune accenno al ritorno dell’ambasciatore sabaudo “Uberto Valueto”, che rimanda alla lettera del 21 gennaio, nella quale si legge: “sapia vostra signoria che domino Umberto Valueto hè retornato de Franza, dove era mandato per ly facti de domino Aloyse Bolero”, non sfuggirà una differenza notevole nei due passi sopra riportati: nella lettera del 13 febbraio si dice infatti che “per questo”, ossia perché “lo prelibato re volere ad ogni modo questo signore gli mandase lo predicto domino Aloysio Bolero”, Ludovico di Savoia “remandava misir Uberto Valueto […] dal prefato re”, mentre nella minuta del 26 gennaio si afferma che l’ambasciatore del duca sabaudo “anchora de presente fide remandato dal predicto re, ma non intendo la casone”. Cerchiamo quindi di riassumere le missive sin qui esaminate. Nella lettera del 26 gennaio e nella seconda minuta opera del decifratore dello stesso giorno il senso delle informazioni non è univoco. Carlo VII prima fornisce una risposta priva di toni aspri, poi, invece, assumendo un atteggiamento per l’ambasciatore in contrasto con il precedente, vuole in ogni modo che Ludovico Bolleri gli sia mandato dal duca di Savoia. Il senso delle informazioni contenute nella lettera del 13 febbraio è invece univoco e si potrebbe riassumere così: Carlo VII vuole che in ogni modo il duca sabaudo gli mandi Ludovico Bolleri e, per fare eseguire la sua volontà, invia degli ambasciatori in Savoia che immediatamente lo conducano a lui. È per questo motivo che Ludovico di Savoia ha fatto tornare il suo ambasciatore dal re di Francia. Nella lettera del 13 febbraio la volontà di Carlo VII si palesa subito inequivocabile ed è in relazione a essa che Ludovico di Savoia rimanda presso il re di Francia il suo ambasciatore. Il nesso fra la perentoria volontà di Carlo VII e il ritorno dell’ambasciatore sabaudo è dunque strettissimo. Nella lettera del 26 gennaio e nella seconda minuta opera del decifratore dello stesso giorno, invece, la volontà di Carlo VII compare solo in una seconda fase. Questo slittamento fa sì che, quando in un primo momento si riferisce che il duca ha rimandato in Francia il suo ambasciatore, non si possa affermare che la sua decisione sia da porre in relazione con la volontà reale, perché a essa non si è ancora accennato. Le missive precedenti cui ci si riferisce nella lettera di Corradino Giorgi datata 13 febbraio non possono dunque essere identificate con le lettere del sacco, perché le informazioni cui rimandano le une e le altre sono differenti e dal senso complessivo diverso. Ma non finisce qui, perché, volendo approfondire l’analisi, è possibile fare altre tre considerazioni. Come si ricorderà, nella lettera del 26 gennaio è scritto: “A questa hora ho intexo che qui sce aspeta ambasatore de dì in dì del re de Franza”. Il tema dell’attesa degli ambasciatori francesi è però assente nella parte iniziale della missiva del 13 febbraio nella quale si ricordano le lettere precedentemente inviate. Anzi proprio dopo questa parte è scritto: “Non obstando questo, al prescente intendo questo signore, per non volere avere casone de mandare el predicto domino Aloysio Bolero dal prenominato re de Franza, havere deliberato, quam primum sciano venuti dicti ambaxadori, de farlo liberare e remeterlo in soa libertà, li quali ambaxadori dietim sono aspectati qui”. Come si sarà notato, il tema dell’attesa degli inviati transalpini compare come se si trattasse di qualcosa di nuovo, ma in realtà non lo sarebbe, perché, come detto, a esso ci si è già riferiti nella lettera del 26 gennaio. Che non si tratti di un’osservazione di secondaria importanza è confermato dal fatto che nella missiva di Corradino Giorgi datata 20 febbraio si legge: “como per altre ho scripto la signoria vostra, che dietim sce aspectava li ambaxadori del re de Franza per li facti de domino Aluyse Bolero, al dì presente sono zonti doi cum cavalli sedece”. Qui si rileva che all’attesa degli ambasciatori francesi si è già accennato in una lettera precedente. Non si capisce pertanto per quale motivo dovrebbe essere giustificabile che nella missiva del 13 febbraio non si segnali che lo stesso tema è già presente nella lettera del 26 gennaio. Inoltre, sempre nella missiva del 13 febbraio è scritto: “ho facto intemdere per mie littere he cum grande fatiga al prelibato domino Aloysio Bolero la signoria vostra havere mandato la pXXolvere da far dormire cum el modo de usare quela he anchora la signoria vostra non havere via de potere providere ala barcha el rechedea”. A differenza della lettera del 26 gennaio di Corradino Giorgi nella quale il tema della “barcha” viene del tutto ignorato, nonostante il fatto che nella missiva del duca di Milano cui in teoria l’inviato sta rispondendo esso risulti in primo piano, nella lettera del 13 febbraio il tema risulta correttamente menzionato dopo la “pXXolvere”, rilevando implicitamente l’anomalia della lettera del 26 gennaio. Inoltre le parole sopra riportate della lettera del 13 febbraio sono seguite dalle seguenti: “et confortato per parte dela signoria vostra non se meta ad periculo se non cognosce poterne inscire securamente e senza scandalo, aciò non pezorasse li facti soi”, dalle quali risulta che la decisione ultima riguardo alla fattibilità della fuga dipende da Ludovico Bolleri, rispettando quindi quanto scritto da Francesco Sforza nella sua minuta del 18 gennaio (ossia che, “non havendo luy el modo de potere fugire et de salvarsi como è dicto, ello non se debia movere ad fare cosa alcuna, adciò non gli intervenisse pegio”) e non da Corradino Giorgi, come da lui fatto intendere nella lettera del 26 gennaio. Abbiamo dunque verificato che le missive precedenti cui l’ambasciatore si riferisce all’inizio della sua lettera datata 13 febbraio non possono essere identificate con le prime lettere del sacco consegnato alla fine di aprile del 1458. Proseguiamo ora esaminando la missiva di Corradino Giorgi datata 14 marzo nella quale egli segnala l’invio di sue lettere precedenti che sembrerebbero avere a che fare con le ultime lettere del sacco. Nella missiva dell’inviato, che appartiene alla serie delle “prese”, si legge: “Et como per altre mie XX ha potuto intendere la signoria vostra questi ambaxadori del re de Franza esser qui, videlicet el bailì de Bari e misir Gulirmo de Torai, del quale per altre mie ne ho scripto ala signoria vostra, però non sapea il nome, he como hano rechesto a questo signore che domino Aloysio Bolero e Centallo sciano remissi in le mane del re de Franza e la dona e li fioli sciano posti in soa libertade e che questo fazea lo re de Franza ha instantia he instigatione del re Renato e la resposta speraveno de havere dicti ambaxadori, como da Guliermo Bollero, quale era stato continuamente in Franz dreto a Iohane Cosse per questi facti, quale hè qui cum questi ambaxadori, era informato, lo quale anchora cotidie me advisa de quelo fano e dicheno, e como erano turbati molto cum questo signore et como dimostravano de volersi partire cusì turbati he che anchora non havevano habuto resposta”. L’ambasciatore pare riferirsi alle sue lettere datate 20, 23 e 26 febbraio e a quella del 2 marzo. Già le prime parole del passo sopra riportato in realtà suscitano dubbi. Nella lettera del 20 febbraio, infatti, l’inviato scrive: “como per altre ho scripto la signoria vostra, che dietim sce aspectava li ambaxadori del re de Franza per li facti de domino Aluyse Bolero, al dì presente sono zonti doi cum cavalli sedece, tra li quali gli hè el bailì de Barì, per la qual venuta se dice firà liberato domino Aluyse Bolero. Che dice lo conduerano in Franza, non obstando che per altre mie ne habia advisato la signoria vostra, che dice anchora esser conclusa la soa liberatione: certeza alcuna anchora non azo”. Corradino Giorgi segnala l’arrivo di due ambasciatori di Carlo VII, tra i quali vi è “el bailì de Barì”, ma non accenna in alcun modo al fatto di non conoscere il nome del secondo inviato francese né vi sono lettere in cui si precisi l’identità di quest’ultimo. Per questo motivo il nome di “Gulirmo de Torai” che compare nella lettera del 14 marzo si configura come un’informazione del tutto nuova, non presente nelle lettere precedenti. Un altro aspetto contraddittorio è che, quando nella sua lettera del 14 marzo Corradino Giorgi scrive “la resposta speraveno de havere dicti ambaxadori”, si riferisce a quanto precede, ossia a “como hano rechesto a questo signore che domino Aloysio Bolero e Centallo sciano remissi in le mane del re de Franza e la dona e li fioli sciano posti in soa libertade e che questo fazea lo re de Franza ha instantia he instigatione del re Renato”, anche se poi precisa “che anchora non havevano habuto resposta”, ma nella lettera del 2 marzo la “resposta” che “questi ambaxadori del re de Franza dicheno sperano havere” è di tutt’altro tipo, ossia “che anchora non hè finito el processo, lo qual presto presto sarà finito, et poi che [Ludovico di Savoia] mandarà XXXX domino Aluyse Bolero e lo processo una cum soi ambaxadori dal predicto re de Franza, dela qual resposta dicti ambaxadori restano cumtenti, donmodo sapianolo di certo che questo debe esser. Item dice dicto Guliermo che questi ambaxadori dicheno ho la soprascripta resposta ho una altra gli scia facta la voleno da chei a domenichea XXXXX proxima che vene, che sarà el quinto dì del presente, et, passato quello dì, che ho cum resposta ho senza se ne voleno andare”. Nella lettera del 14 marzo l’ambasciatore non accenna in alcun modo al processo, limitandosi a riferire che “dapoi quele [ossia le missive precedentemente inviate citate sopra] questo signore fece avocare a sì tuto lo suo Consciglio, al quale fece comiscione dela resposta era da fare ali dicti ambaxadori” e all’interno del quale vi sono diverse opinioni, e che alla fine “hano resposto a questi ambaxadori che vadano, che soa signoria mandarà dreto soi ambaxadori, li quali informarano il predicto re de Franza ad plenum. E de questa risposta me dice dicto Guliermo sono romasti stupefacti e malcontenti e deliberano de non partirse anchora”. Ma il problema maggiore è costituito dallo spostamento della notizia relativa all’intervento di Renato d’Angiò, che dalla seconda minuta opera del decifratore datata 26 gennaio (in cui si legge “questo è ad petitione et rechesta del re Renato”) passa alla lettera del 2 marzo (nella quale diventa “questo fa lo prenominato re de Franza XXX a instigacione e peticione del re Renato”), per poi finire nella missiva del 14 marzo (“questo fazea lo re de Franza ha instantia he instigatione del re Renato”). Come scritto sopra, “Lo spostamento della notizia relativa a Renato d’Angiò [….] è il motivo per cui dalla minuta del 26 gennaio non è stata tratta la lettera in cifra, per così dire annullandola, e spiega perché essa compaia nella lettera del 2 marzo come fosse un’informazione nuova, mai menzionata in precedenza, mentre appunto era già comparsa nella minuta del 26 gennaio. Lo spostamento serve inoltre per far comprendere al lettore che anche la missiva del 2 marzo, contaminata com’è da un’informazione contenuta nella minuta del 26 gennaio, è un falso ‘palese’, così come le lettere precedenti cui in essa ci si riferisce, ossia quelle datate 20, 23 e 26 febbraio”. Ne consegue che per via dell’inedita notizia relativa a “Gulirmo de Torai”, per il fatto che la risposta che gli ambasciatori francesi sperano di avere non è in alcun modo posta in relazione al processo contro Ludovico Bolleri, del quale anzi non si parla minimamente, e per l’accenno all’intervento di Renato d’Angiò le missive precedenti cui l’ambasciatore si riferisce nella sua lettera datata 14 marzo non possono essere identificate con le ultime lettere del sacco. A causa dei numerosi elementi contraddittori sopra rilevati non è dunque possibile affermare che le lettere del sacco siano missive andate disperse, recuperate in un secondo momento e infine spedite a Milano tutte insieme alla fine di aprile. È invece piuttosto evidente che nella storia alla rovescia si voglia simulare che sia andato disperso un certo numero di lettere di Corradino Giorgi, le quali sono state sostituite dalle lettere del sacco, che però non possono essere affiancate alla serie delle “prese” a causa dei vari aspetti contraddittori che le caratterizzano e che anzi si configurano come falsi “palesi” per via delle due minute opera del decifratore datate 26 gennaio. Proprio grazie a queste ultime, le lettere che “dicono so[n]o dodeci a numero” consegnate all’interno di un sacco a Francesco Sforza alla fine di aprile lasciano intravedere la loro genesi, ossia che è stato il duca di Milano a inviare al suo ambasciatore le tracce in base alle quali redigere le lettere in cifra, elaborate nella cancelleria milanese sulla base di quella “corrispondenza sommersa” cui si è accennato all’inizio e che si vuol far capire era attiva anche in assenza di missive in nostro possesso: se infatti non fosse per le lettere del sacco, non sapremmo nulla delle informazioni in esse contenute inviate da Corradino Giorgi a Francesco Sforza. Il duca intende però anche far capire come si è formata la serie delle lettere concatenate fra loro sulla base delle “prese”. Per questo motivo nella parte iniziale della lettera di Corradino Giorgi datata 18 aprile cui si è accennato sopra l’ambasciatore commette un errore quando segnala di non avere avuto risposta “de letre mandase ala signoria vostra da dì vintasei de zenaro fina a octo de marzo”. Come abbiamo visto, la prima data deve essere corretta in 25 gennaio, perché nella sua lettera datata 26 gennaio l’inviato sforzesco avvisa che “a vintacinque dil prescente per lo Boffa cavalaro ho recevuto le littere dela signoria vostra”. Si vuole così attirare l’attenzione sulla lettera del 26 gennaio e quindi sulla minuta opera del decifratore con la stessa data, in modo da sottolineare che dal punto di vista della cronologia redazionale la seconda, che non è una decifrazione, non segue la prima, bensì la precede in quanto minuta, intendendo così sottolineare che il processo di redazione valido per le missive palesemente false contenute nel sacco lo è anche per le lettere della serie delle “prese”. Il riferimento con l’errore di datazione alla lettera del 26 gennaio serve però anche ad attirare l’attenzione su un aspetto del suo contenuto, ossia, come abbiamo visto, l’assenza del tema della “barcha”, che invece nella minuta del duca di Milano datata 18 gennaio cui l’inviato sta rispondendo risulta essere in primo piano, al punto che in essa Francesco Sforza scrive: “primum che non haveressemo el modo de providere de dicta barcha”. Si vuole così ricondurre al segnale della “geografia alla rovescia” presente nella minuta ducale, per comprendere la quale è necessario rifarsi alla lettera di Corradino Giorgi datata 23 dicembre 1457 di cui nella stessa minuta si segnala la ricezione. Nella sua missiva l’ambasciatore ribadisce che Ludovico Bolleri ha rinnovato la richiesta della polvere narcotizzante, di cui l’inviato aveva già parlato nella sua lettera del 16 dicembre, “et fa perché vorebe fugire […] et vorea piglare una de doe vie”. Le “doe vie” sono le seguenti: “l’una vorea andare a capitare a uno locho che sce chiama Saselo, qual hè lonze de qui doe lege, è supra il Rodeno he ly vorea havere una bona fusta con sey navaroli galiardi, scorti de l’aqua he scecuri, forniti de reme, de victualia et de ogni altra cossa necessaria per doy dy, he vorea venire suxa per Rodeno et non dice unde né più ultra, l’atra via hè andare a Buseria, ch’è in del Dalfinato, hed è lonze de qui octo lege e bisogna capitare prima a Zambalero, dove sono lege zinque de qui, he a questa Buseria vorea havere una fusta, como ho sopra dicto, per inscire per aqua, però dubita che queli del Dalfinato non lo reteneseno, he non dice né unde vogle capitare né che né como, como di sopra”. In sostanza Ludovico Bolleri vorrebbe dirigersi a “Saselo” (si tratta di Seyssel, nell’Alta Savoia), sul Rodano, o a “Buseria” (la Buissiere, sull’Isère, circa venticinque chilometri a sud di Chambéry), nel Delfinato. In questi luoghi avrebbe bisogno che il duca gli metta a disposizione “una bona fusta con sey navaroli galiardi, scorti del’aqua he scecuri, forniti de reme, de victualia et de ogni altra cossa necessaria per doy dy”: nel primo caso per risalire il Rodano, partendo da “Saselo”, nel secondo “per inscire per aqua”, dopo avere raggiunto “Buseria”. Il problema è che nella minuta del 18 gennaio, dopo avere segnalato la ricezione della lettera del 23 dicembre precedente, Francesco Sforza riassume le “doe vie” in modo del tutto errato, scrivendo: “te havemo mandato la polvere da fare dormire che tu ce richiede, ma, perché hora tu ne scrivi che misser Aluyse dice che, venendoli facto el modo ch’el cercha de fugire per la via de dicta polvere […] el voria pigliare una de doe vie, zoè andare a Sasello overo ad Busena nel Dalphinato per la via del fiume del Rodano mediante la provisione d’una barcha fornita d’homini et de victualie etc.”. Il duca di Milano inverte le caratteristiche geografiche del percorso delle “doe vie”, che prevedevano il raggiungimento di Seyssel o la Buissiere per terra e il proseguimento della fuga per fiume, sostenendo fantasiosamente che Ludovico Bolleri vorrebbe prima “andare a Sasello overo ad Busena nel Dalphinato per la via del fiume del Rodano”. Il segnale della geografia alla rovescia serve per richiamare l’attenzione del lettore sul significato dei toponimi “Saselo” e “Buseria”. “Saselo”/Seyssel rimanda al maresciallo filofrancese “Iohannes de Seiselo”/Jean de Seyssel, a capo del partito che ha condotto Ludovico di Savoia “a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero”, come si legge in una lettera del 14 marzo. “Buseria”, corrispondente all’attuale la Buissiere, deriva dal latino buxus, in italiano bosso, divenuto il francese buis: il buis bénit è l’ulivo benedetto distribuito nelle chiese la Domenica delle Palme, che è la domenica che precede la Pasqua e apre la Settimana Santa nella quale si ricorda l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme. Il Vangelo di Giovanni racconta che, mentre Gesù si avvicinava a Gerusalemme, la folla, presa da entusiasmo, lo accompagnò alla Città Santa agitando rami di palme, fra l’altro gridando: “Osanna benedictus qui venit in nomine Domini rex Israhel” (Io 12,12-15). Attraverso il riferimento alla Domenica delle Palme “Buseria”/la Buissiere rimanda dunque alla Pasqua (la quale celebra la Resurrezione di Gesù, ossia il suo passaggio da morte a vita e il passaggio a vita nuova per i cristiani, chiamati a risorgere con lo stesso Gesù, ed è legata alla Pasqua ebraica, la quale a sua volta celebra la liberazione degli ebrei dalla schiavitù sotto gli egizi grazie a Mosè), il cui reale significato nella storia alla rovescia è di simbolo della liberazione del duca sabaudo. Nella parte iniziale di una lettera datata 14 marzo Corradino Giorgi riferisce infatti di essersi “trovato cum uno notabile zentilomo de questo paise, lo quale ha nome Glaudio de Langino”. L’ambasciatore continua in questo modo: “dice havere casone de conferire cum la signoria vostra per par de una bona parte deli zentilomini he baroni de questo paise de Sabaudia e de dire cose ala signoria vostra le quale ve piazeranon, ma che non vrea venire se non havese qualche casone honesta et legiptima scusa de venire, et dice che hano deliberati queli che lo voleno mandare de prendere questa via, videlibet che la signoria vostra gli faza una littera de familiaritate tanto ampla quanto scia posibile et cum ie preminentie e prerogative e specificatione de salario como se fose vero famiglo dela signoria vostra, rechedendoli che a suo piazere vegna dala signoria vostra, quale gli fa servare il locho suo et mandare lì una litera de passo per quatro ho sei cavali in forma favorevele, he che, habuta la litera predicta, venerà dala signoria vostra, la quale intenderà quelo referarà, et poi, monstrando de venire ad prendere ordine ali facti soi, retornerà da questi soi e, secondo troverà la mente dela signoria vostra, se procederà ala conclusione […] me prega pregasse la signoria vostra che, volendo concedere dicte littere, facesse presto e che le havese de qua da Pasqua, però che la memoria havea a confrire con la signoria vostra era de tale natura ch’era bisogno de celere e breve expeditione e che, non havendo dicte littere al termino soprascrito, non poterebe venire dala signoria vostra et ali soi sarebe forza prendere altro partito”. Qui preme rilevare che “Glaudio de Langino” prega l’inviato ducale “pregasse la signoria vostra che, volendo concedere dicte littere, facesse presto e che le havese de qua da Pasqua”, perché “la memoria havea a confrire con la signoria vostra era de tale natura ch’era bisogno de celere e breve expeditione e […] non havendo dicte littere al termino soprascrito, non poterebe venire dala signoria vostra et ali soi sarebe forza prendere altro partito”, ossia aderire al partito filofrancese, che ha condotto Ludovico di Savoia “a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero”, come riportato sopra. Rispetto al duca sabaudo la festa di Pasqua, che nel 1458 cadde il 2 aprile, diviene dunque simbolo di liberazione. Con la geografia alla rovescia il duca di Milano sottolinea così i valori opposti di “subiectione” e liberazione impliciti nei toponimi “Saselo” e “Buseria”. Ma torniamo ora alle lettere del sacco. La consegna in un solo momento a fine aprile di queste missive, evidentemente preceduta da un’unica spedizione delle minute, mette in guardia il lettore nel momento in cui all’inizio di maggio Francesco Sforza si appresta a inviare la serie delle “prese”. Tuttavia, considerato che, per ideare le lettere del sacco e inserire in esse gli elementi contraddittori rispetto alla serie delle “prese”, era necessario che quest’ultima fosse già stata elaborata, è evidente che anche le lettere del sacco furono inviate insieme alla serie delle “prese” all’inizio di maggio. Questa osservazione non deve stupire, perché nel documento sulla polvere si legge: “Et, se per caso gli fussero più persone che non sono li dicti cartozi de polvere, zoè più che X che guardasseno l’amico, non se vole dargli la polvere, ma mandare qua per del’altra, che ve ne serà mandata tanta che bastarà per quanti serviereti”. In realtà, quindi, le lettere del sacco non furono inviate a Milano alla fine di aprile, come segnalato nei due fogli strappati del Registro delle Missive 44, anche se naturalmente è significativo che la lettera non barrata, ossia non inviata, in cui si segnala per la prima volta dell’esistenza di queste lettere “che dicono so[n]o dodeci a numero” sia datata 28 aprile, data quanto mai importante all’interno della storia alla rovescia. Naturalmente ci può essere anche qualcosa di beffardo nel segnalare nei due fogli strappati del Registro delle Missive 44 la ricezione il 23 aprile, giorno in cui si celebra la festa liturgica di San Giorgio, della decima “presa” delle lettere di “Coradino Zorzo”, alla cui falsità si accenna velatamente con il documento sulla polvere e altri indizi, e subito dopo la consegna di un sacco di documenti provenienti dalla Savoia chiaramente non autentici, quasi a volersi giustificare del fatto che è vero che si è in presenza di lettere false, ma si tratta solo di quelle ricevute nel sacco, non delle altre. Resta però il problema di come si possa giustificare la presenza di questi documenti all’interno della storia alla rovescia. Riteniamo che essa possa dipendere dalla minuta ducale del 26 febbraio nella cui parte finale Francesco Sforza scrive al suo ambasciatore: “Et ulterius gli ricordaray [a Ludovico di Savoia] che in omnem eventum, quando paresse a sua signoria che nuy se interponissemo con la prefata maiestà, lo faremo non solo con littere et con messi, ma etiam con solenni ambassatori, s’el serà mestero”. Come sappiamo, la proposta del duca di Milano di interporsi “con littere” presso il re di Francia non riceve una risposta esplicita, ma una indiretta nella lettera di Corradino Giorgi a Bianca Maria Visconti del 14 marzo in cui si riferisce la richiesta da parte di Ludovico di Savoia “che ve piaza mandare a madama soa fema uno paro de carte da trionfi […] he uno paro a madama Maria he uno altro a madama Bona”, in cui il termine “paro” si potrebbe intendere sia come “mazzo” sia come “paio”, in base alla quale è possibile interpretare il termine “prese” del documento sulla polvere come “ricezioni” da parte di Francesco Sforza delle lettere del suo ambasciatore in Savoia. Così però si giustifica la serie delle “prese” in sé come modo di interporsi presso il re di Francia. All’interno della storia alla rovescia espressa dalla serie delle “prese” si vuole poi simulare che il duca di Milano abbia creato alcune lettere allo stesso scopo, fra l’altro lasciando scegliere al duca sabaudo, che si finge dovesse esprimere il proprio consenso su di esse, se inserire l’informazione relativa all’intervento di Renato d’Angiò nella lettera da trarre dalla seconda minuta opera del decifratore datata 26 gennaio o nella missiva del 2 marzo, come poi in effetti si simula sia stato fatto. Esse contengono elementi contraddittori rispetto alla serie delle “prese” perché il duca di Milano finge di dubitare di Ludovico di Savoia. Qualora quest’ultimo si fosse comportato correttamente, avrebbe esibito le sole lettere del sacco, celando così il fatto che non erano autentiche; se invece il duca sabaudo avesse dimostrato di avere cattive intenzioni, Francesco Sforza avrebbe esibito le lettere del sacco insieme alla serie delle “prese”, evidenziando quindi come avesse creato delle false lettere per venire incontro a Ludovico di Savoia, il quale però aveva tradito la sua fiducia. Ed è questo che si può ritenere si voglia far credere si sia verificato: a fine aprile, quando si simula che le lettere del sacco siano state consegnate a Milano, apparentemente le relazioni fra i due duchi non sono buone e quindi Francesco Sforza finge di non premurarsi di decifrare la lettera del 26 gennaio, pronto anzi a esibire la minuta opera del decifratore, insieme all’altra non distrutta da cui non è stata tratta alcuna lettera in cifra, che dimostra che le lettere del sacco sono falsi con i quali lui aveva pensato di venire incontro a Ludovico di Savoia. Ma in che modo queste missive palesemente non autentiche avrebbero potuto aiutare il duca sabaudo? Cerchiamo di chiarirlo. Nella lettera del 19 gennaio si legge: “me retrovay cum monsignore lo mareschalcho, lo qual in questo facto altre volte lo retrovay molto rigido e aspero e disse de male parole, dele quale tunc ne avisay vostra signoria”. Ci si riferisce alla lettera di Corradino Giorgi datata 10 dicembre 1457 in cui si legge: “Dapoy la partita del cavalario, instando mi anchora per la liberatione de domino Aloyse Bolero, et maxime cum monsignor el manescalcho, lo quale hè lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario, dicendoli che molto sce maraveglia vostra signoria de questo casso he che vostra signoria non potea credere, pensare, né imaginare, ch’el prelibato domino Aloyse havesse comisso cossa per la qual merito sce devesse haver provocato la indignatione de monsignore ducha de Savoia […] et […] non potea far demancho vostra signoria […] non procurasse he rezerchasse la liberatione he idempnità del predicto domino Aloyse […] Al che resposte ch’era vero che per lo passato dicto domino Aloyse hè stato reputato homo notabile he da bene he amator dela cassa de Savoia e a quela fidelle et che volesse Dio che al presente fosse stato cusì, che non gly sarea acaduto quelo gly hè acaduto, he ch’el rezerchava la destrutione dela persona he stato de monsignore de Savoia he che non poterea may essere favorevele a chi rezerchasse la destructione del prelibato signor”. Nella lettera del 19 gennaio Corradino Giorgi prosegue così: “Non atendendo ale parole passate, di novo lo confortay volesse essere propitio ala liberatione de domino Aloyse […] Tunc, humiliater aliquantulum, me resposte esser aparichiato semper a fare cossa fosse grata a vostra signoria he che al prescente non era possibile a questo signore fare quelo rechedea vostra signoria, però che, prima vostra signoria me mandasse da soa signoria, gly erano stati ly ambasatori del re Renato, ly qualy, he a bocha he per lettere, gly haveano rechesto la liberatione de misere Aloyse, digandoli che proditorie lo havea facto prendere e che, sce non lo liberava, che lo disfidava e molte altre menaze. Aly quali soa signoria gly havea resposto che iuste et sancte lo havea facto e, che cusì paresse fosse vero, che comettea la cognitione de questo facto al re de Franza, quale era suo cognato e al quale apertinea questo facto cusì como a luy, e perciò havea mandato domino Umberto Valueto dal predicto re de Franza e lo re Renato gly havea mandato Iohanne Cossa, lo qual dice havere dicto molte cosse he falsse et anchora che soa signoria vole iustificare la cossa aciò non para scia proceduto como signore capitoxe he voluntaroxo e che anchora non era iustificata e ch’era bisogno la cossa fosse uno pocho longa, scì per aspectare la determinatione del re di Franza, scì etiam perché gly bisogna tore informatione in quele parte, le quale sono pur uno pocho lontane […] Unde poy lo pregay me fazese spazare e cusì ha facto questo signore: me ha facto fare resposta per lo suo Consciglio, inter ly quali esso monsignore mareschalcho era lo primo et, tanquam primus de Conscilio et nomine totius Conscilii, me fece resposta e quela medesciama havea facto a my et in propriis verbis”. In sostanza Jean de Seyssel, il capoguardia filofrancese, “lo quale hè lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario”, accusa Ludovico Bolleri di volere “la destrutione dela persona he stato de monsignore de Savoia”. Poi in nome di Ludovico di Savoia lo stesso Jean de Seyssel, “tanquam primus de Conscilio et nomine totius Conscilii”, riferisce a Corradino Giorgi che all’accusa di Renato d’Angiò di avere fatto catturare Ludovico Bolleri “proditorie” il duca di Savoia “havea resposto che iuste et sancte lo havea facto” e per questo motivo aveva deciso di sottoporre la questione all’attenzione del re di Francia, in modo che non sembrasse che fosse “proceduto como signore capitoxe he voluntaroxo”. Queste ultime parole si giustificano alla luce di quanto affermato da Jean de Seyssel all’inizio di dicembre, ossia che Ludovico Bolleri “rezerchava la destrutione dela persona he stato de monsignore de Savoia”. Quest’ultimo tema si ripresenta nella lettera datata 20 febbraio in cui Corradino Giorgi riporta un dialogo con Guiotino de Nores, il quale fra le altre cose afferma di avere “intexo molto bene non eser stato per domino Aluyse Bolero che non cerchase la distrutione de questo signore […] Et io, volendo intendere più ultra, gli domandai che cosse erano queste havea cerchato domino Aluyse Bolero per la distrutione de questo signore: me resposte che, facto lo processo, me lo farebe vedere”. La notizia del processo è confermata dalla lettera del 2 marzo, nella quale si legge: “ho intexo che questi ambaxadori del re de Franza dicheno sperano havere questa resposta, videlicet che anchora non hè finito el processo, lo qual presto presto sarà finito, et poi che mandarà XXXX domino Aluyse Bolero e lo processo una cum soi ambaxadori dal predicto re de Franza, dela qual resposta dicti ambaxadori restano cumtenti, donmodo sapianolo di certo che questo debe esser”. Stupisce pertanto quanto è riferito nella lettera del 23 febbraio: “Non obstando che per altre mie habia scripto la signoria vostra como li ambaxadori del re de Franza erano qui per li facti de domino Aluyse Bolero he anchora como se dicea per la loro venuta domino Aluyse Bolero dever fir liberato (et chi dicea lo condurebeno in Franza, che dicea anchora esser conclusa la soa liberacione), novamente intendo da Guliermo Bolero, lo quale hè stato continuamente in Franza dreto a Iohane Cosa per li facti de domino Aluyse Bolero, lo quale hè qui cum questi ambaxadori, che dicti ambaxadori hano rechesto a questo signore per parte del rre che domino Aluyse Bolero he Zentalo sciano posti et remetuti in le mane del re de Franza he che la dona e li fioli sciano remisi in soa libertà h anchora non hano habuto resposta, nondimancho el mareschalcho lavora quanto il pò che cusì sci[a]”. In sostanza all’inizio di dicembre Jean de Seyssel, definito “lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario”, dice a Corradino Giorgi “ch’era vero che per lo passato dicto domino Aloyse hè stato reputato homo notabile he da bene he amator dela cassa de Savoia e a quela fidelle et che volesse Dio che al presente fosse stato cusì, che non gly sarea acaduto quelo gly hè acaduto, he ch’el rezerchava la destrutione dela persona he stato de monsignore de Savoia he che non poterea may essere favorevele a chi rezerchasse la destructione del prelibato signor”. Quindi inizia il processo a Ludovico Bolleri proprio perché ricercava la distruzione di Ludovico di Savoia, ma Jean de Seyssel non pare interessato a esso, anzi si impegna perché “Aluyse Bolero he Zentalo sciano posti et remetuti in le mane del re de Franza”, il quale secondo alcuni, come si legge in una lettera di Corradino Giorgi del 14 marzo, lo potrebbe liberare con “grandissimo disonore e dano” di Ludovico di Savoia. In sostanza Francesco Sforza, pur esortando nella minuta del 26 febbraio il duca sabaudo a liberare Ludovico Bolleri ed esprimendo il parere che “ad la maiestà del re de Franza […] per quanto possiamo comprehendere etiam per lo scrivere tuo, non è piaciuta la novitade facta contra dicto domino Aluyse (et pare assay apertamente cossì essere, se è vero che mandi ad farlo liberare et restituire ad le cose soe), et similiter presso ad lo prefato re di Sicilia”, con le lettere del sacco cerca di fornire una giustificazione al comportamento del duca di Savoia rilevando come sia in corso un processo contro Ludovico Bolleri, al quale si accenna solo nelle due lettere del sacco menzionate e non, come si è rilevato sopra, nella lettera di Corradino Giorgi del 14 marzo appartenente alla serie delle “prese”, per avere ricercato la distruzione dello stesso duca sabaudo, accusa per la quale è stato fatto catturare dal maresciallo filofrancese Jean de Seyssel e a causa della quale comprensibilmente al momento non può essere né liberato né mandato da Carlo VII. Si tratta naturalmente di una messinscena, da parte degli uni e degli altri. Ludovico Bolleri, infatti, è stato fatto catturare da Jean de Seyssel su mandato di Carlo VII, appoggiato da Renato d’Angiò, non perché “rezerchava la destrutione dela persona he stato de monsignore de Savoia”, ma perché, come riporta Francesco Sforza nel Registro delle Missive 38 in una lettera diretta al Consiglio segreto e datata 25 ottobre 1457 (ff. 182v-183r), “ala dicta maiestà è stato referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy” (e a conferma di un certo clima politico in una lettera del 12 ottobre riportata ai ff. 320r-v del Registro delle Missive 34 e diretta a Franceschino del Carretto il duca scrive: “per respondere alla parte che scrivete essere vociferato che luy è stato preso perché haveva intelligentia con nuy etc., dicemo che della dicta captura sua ne recresse per luy, ma non per nuy, perché nuy non havemo con luy altra intelligentia se non como nostro adherente, recomandato et bono amico, siché tutte queste sono voxie et zanze se dicono”). L’obiettivo finale dell’operazione sarebbe dovuto consistere nell’invio di Ludovico Bolleri in Francia, per il quale non a caso alla fine si adopera Jean de Seyssel, dove non è ben chiaro quale sarebbe stata la sua sorte, benché nell’ottica della storia alla rovescia nella lettera del 16 dicembre 1457 Corradino Giorgi segnali che Ludovico Bolleri gli ha scritto che “non potendo libaralo aliter, che la signoria vostra recheda sia remiso al re de Franza”, in quella del 26 gennaio si legga che “A questa hora ho intexo che qui sce aspeta ambasatore de dì in dì del re de Franza, quali veneno per conduere domino Aloyse Bolero dal prenominato re, unde era suo desiderio”, in quella del 2 marzo che Ludovico Bolleri “se retrova molto cumtento de andare in le mane del re de Franza” e in quella del 14 marzo che “ha resposto che serebe più contento de essere liberato qui [a Ginevra], pur, quando non se posa fare altramente, è contento de andare in Franza”. Al proposito può essere il caso di rilevare che nella lettera del 23 febbraio Corradino Giorgi riferisce che “questo Guliermo se retrova molto male contento, pe[r]ò me dice che, s’el fide remisso al re, che li facti soi sarano sine fine”. In ogni caso alla strategia francese si oppone quella del partito contrario a Jean de Seyssel e Carlo VII, che proprio a partire dalla falsa accusa che Ludovico Bolleri ricercasse la distruzione di Ludovico di Savoia imbastisce contro di lui un finto processo che gli fornisce il pretesto per non consegnarlo agli ambasciatori francesi, che infatti, colti alla sprovvista dalla piega imprevista presa dagli eventi, nelle lettere del 26 febbraio e del 2 marzo vengono descritti come “molto turbati”. Cosa rese possibile questa reazione? Il fatto che il partito contrario a Jean de Seyssel e Carlo VII era certo non solo e non tanto del sostegno di Francesco Sforza (i giorni a cui risalgono le prime lettere del sacco sono anche quelli dei primi incontri fra Jean de Compey, Giacomo Beretta, uomo vicino a Francesco Tomatis, e Corradino Giorgi, con la scusa della “differentia” che opponeva Jean de Compey a Giacomo Beretta), ma soprattutto dell’appoggio del delfino, cui si allude con l’intestazione “Iesus” della prima missiva datata 19 gennaio delle lettere del sacco, la quale si consideri essere immediatamente preceduta dalla minuta ducale del 18 gennaio, appartenente alla serie delle “prese”, con il suo segnale della geografia alla rovescia relativo ai toponimi “Saselo”/Seyssel e “Buseria”/La Buissiere, che, come sappiamo, rimandano alla contrapposizione Jean de Seyssel/Pasqua e quindi a quella “subiectione”/liberazione in relazione al duca di Savoia. Poiché Cristo deve essere identificato con il delfino (si veda qui e qui), si vuole far capire al lettore che nel valutare quanto viene narrato nei documenti del sacco dovrà tenere conto della figura del delfino, al quale peraltro si accenna nella missiva del 23 gennaio, nella quale è scritto: “chi hè il maistro de casa de monsignor delphino de Franza, lo quale, secundo intendo, domanda una grande soma de dinari a questo signore per la dota de madona la dalfina” e nella quale si aggiunge pure: “Anchora gli hè venuto uno cavalero bergognono mandato per lo ducha de Bergogna, ma non intendo perché sia venuto”. Che la lettera del 19 gennaio con la sua intestazione “Iesus” sia particolarmente importante è confermato dal fatto che è l’unico documento del sacco cui ci si riferisce in modo corretto nella seria delle “prese”. In una missiva dell’ambasciatore datata 14 marzo si legge infatti: “poi [Ludovico de Savoia] subiunse disse che la serenità del re Renato non havea altra casone che per lo X facto de domino Aloysio Bolero, alo quale gli replicai quanto me ha scripto la signoria vostra, recordandoli ancora lo piacere ne farebe ala signoria vostra, como soa signoria à potuto comprendere per la lunga instantia gli ha facto per mi’ mezo. El che resposte che per la resposta me feze fare per lo suo Consciglio a Remiglire havea XX potuto intendere como XXXXXX passava pasava la cossa, del che io tunc ne fece adviso ala signoria vostra, e che al presente erano qui questi ambaxadori del re de Franza per questa casone, il perché ogni dì erano in Consciglio e disputatione, e che anchora non era concluso cossa alcuna he che, facta la conclusione, la quale sarebe uno pocho longa, me direbe de soa intentione”. Con le parole “la resposta me feze fare per lo suo Consciglio a Remiglire havea XX potuto intendere como XXXXXX passava pasava la cossa, del che io tunc ne fece adviso ala signoria vostra” ci si riferisce proprio alla lettera del 19 gennaio, la quale però, come sappiamo, non può essere accostata alla serie delle “prese” per via di quel “uno Constantio Gualtero” di cui abbiamo parlato sopra. Può essere il caso di rilevare che l’accenno alla missiva del 19 gennaio per la quale Francesco Sforza aveva potuto comprendere come “pasava la cossa” sia accostato alla presenza degli ambasciatori francesi “per questa casone” e ricordare che nella stessa lettera del 19 gennaio Corradino Giorgi scrive che Ludovico di Savoia “me ha facto fare resposta per lo suo Consciglio, inter ly quali esso monsignore mareschalcho era lo primo et, tanquam primus de Conscilio et nomine totius Conscilii, me fece resposta”. Tuttavia, l’intervento del delfino, cui si accenna con l’intestazione “Iesus” della missiva del 19 gennaio, ha avuto conseguenze politiche, perché nella citata missiva del 14 marzo riguardo alla “resposta era da fare ali dicti ambaxadori” nel Consiglio risultano esservi diverse opinioni e il maresciallo capoguardia filofrancese pare occupare una posizione meno preminente. Si consideri poi al proposito che, benché, come già sappiamo, nella lettera del 23 febbraio precedente di Corradino Giorgi il maresciallo risulti adoperarsi “quanto il pò che cusì sci[a]”, ossia che secondo le richieste degli ambasciatori di Carlo VII “domino Aluyse Bolero he Zentalo sciano posti et remetuti in le mane del re de Franza”, alla fine, come si legge nella lettera del 14 marzo, il Consiglio risponde agli ambasciatori “che vadano, che soa signoria mandarà dreto soi ambaxadori, li quali informarano il predicto re de Franza ad plenum. E de questa risposta me dice dicto Guliermo sono romasti stupefacti e malcontenti e deliberano de non partirse anchora”. Si tratta di un completo fallimento per il maresciallo Jean de Seyssel. Non giunge così del tutto inaspettato quanto Corradino Giorgi dice il 28 dello stesso mese, ossia che “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato”. E si noti che in una missiva del 14 marzo precedente l’ambasciatore scrive chiaramente, benché in cifra: “intendo che lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche se fano al presente in questa cità [Ginevra]”. Le “pratiche” cui si accenna sono spiegate poco prima nella stessa lettera, subito sopo la parte relativa a “Glaudio de Langino” riportata sopra: ”Et, aciò la signoria vostra intenda più largamente questo facto [relativo appunto a “Glaudio de Langino”], dirò quelo intendo per altre vie et anchora comprendo per le pratiche se fano. El è vero che questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero, unde lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, sce intende cum l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore. He questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore”. Rispetto alle suddette parole si può fare una considerazione, ossia che il 14 marzo, quando si simula che esse siano state scritte, il partito filofrancese guidato dal maresciallo Jean de Seyssel attraversasse già una fase declinante e che quindi la sua posizione di dominio assoluto si riferisca a un periodo precedente: così fanno pensare la risposta fornita agli ambasciatori di Carlo VII dal Consiglio riportata sopra, in contrasto con la volontà del maresciallo, impegnato affinché “domino Aluyse Bolero he Zentalo sciano posti et remetuti in le mane del re de Franza”, e il fatto che solo quattordici giorni più tardi il partito filofrancese risulta sopravanzato dalla parte avversa, un tempo che pare troppo breve per un simile rivolgimento politico, le cui origini vanno quindi ricercate in un momento precedente. La liberazione del duca sabaudo avviene dunque entro la Pasqua del 2 aprile 1458 grazie all’intervento del delfino, e non senza l’appoggio di Francesco Sforza, il cui sostegno è però di sicuro importante, ma non certo sufficiente. Come si ricorderà, inoltre, la lettera di Corradino Giorgi del 19 gennaio è immediatamente successiva alla minuta ducale del 18 gennaio con il suo segnale della geografia alla rovescia relativo ai toponimi “Saselo”/Seyssel e “Buseria”/La Buissiere, che rimandano alla contrapposizione Jean de Seyssel/Pasqua e quindi a quella “subiectione”/liberazione in relazione al duca di Savoia. Considerato che i documenti precedenti sono la minuta ducale datata 11 gennaio, nella quale Francesco Sforza scrive: “te mandiamo lo presente nostro cavallaro cum la polvere da fare dormire […], la quale se vole operare et dare secundo el tenore dela inclusa scriptura”, e appunto l’“inclusa scriptura” intitolata “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.” e datata 10 gennaio, riteniamo che con la sequenza “dormire delle guardie”/“Buseria”-Domenica delle Palme-Pasqua di Resurrezione/”Iesus”, per non parlare poi dell’importanza che nella storia alla rovescia riveste proprio la Pasqua del 2 aprile 1458 e del fatto che dei tre libri richiesti da Ludovico di Savoia a Francesco Sforza uno è la Bibbia, si voglia fornire una sorta di suggerimento su come interpretare correttamente le “guardie”, alludendo alle guardie del sepolcro di Gesù, che, dopo essere state pagate dai “principibus sacerdotum”, vanno in giro a raccontare il falso, ossia che “discipuli eius nocte venerunt et furati sunt eum nobis dormientibus” (si veda al proposito Mt 28, 11-15). Se dunque nel Vangelo di Matteo al falso racconto delle guardie si contrappone il vero della Resurrezione di Gesù, il vero cui si allude nel documento intitolato “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.”, nel quale, come abbiamo visto, il sonno delle guardie rimanda al falso racconto delle guardie del Vangelo di Matteo, è quello relativo alla Resurrezione del delfino, da identificarsi con Cristo, per la quale lo stesso delfino è in grado di garantire per la liberazione di Ludovico di Savoia e in seguito alla quale il titolo del documento si configura anche come una minaccia rivolta ai suoi nemici, cui si ricorda che sarà lui ad ascendere al trono come re di Francia, con tutte le conseguenze del caso. Il contrasto vero/falso cui si è accennato non deve stupire, perché esso è presente anche al livello di Ludovico di Savoia (per quanto riguarda i “livelli”, si veda qui) sin dalla lettera del Registro delle Missive 34 datata 26 ottobre 1457 (ff. 323v-324r) il cui destinatario è “Georgio de Conradinis”, cioè Corradino Giorgi ma con il nome e il cognome rovesciati, con il quale si vuole alludere al fatto che la corrispondenza di Francesco Sforza con il suo ambasciatore costituisce una storia alla rovescia, ossia un racconto falso, che tuttavia lascia intravedere il vero, ossia quanto realmente accaduto. Questa storia alla rovescia si contrappone a sua volta al racconto falso delle guardie filofrancesi che sottopongono a stretta sorveglianza l’attività politica del duca sabaudo, rendendolo prigioniero di Carlo VII, secondo le quali Ludovico Bolleri sarebbe stato catturato perché ricercava la distruzione dello stesso duca, mentre la vera ragione della cattura di Ludovico Bolleri, riportata, come si ricorderà, in una lettera del Registro delle Missive 38, è che “ala dicta maiestà è stato referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy”. E così anche per questa via si sale al livello del Cristo/delfino, che, come detto, con la sua Resurrezione garantisce per la liberazione di Ludovico di Savoia, minacciando al contempo i propri nemici. Ma il contrasto vero/falso riguarda anche le lettere del sacco palesemente non autentiche, inaugurate da una missiva, quella del 19 gennaio, che nella sua intestazione reca in un modo che innegabilmente ha un che di beffardo il nome “Iesus”, che rimanda al vero e che, come abbiamo visto, ha un suo significato. Tuttavia non finisce qui, perché pure Francesco Sforza è interessato dalla cattura di Ludovico Bolleri, ma non tanto in quanto suo “adherente, recomandato et bono amico”, come si legge nella lettera a Franceschino del Carretto prima citata, bensì per via delle parole sopra riportate del Registro delle Missive 38 relative alle “pratiche et intelligentia cum nuy” “lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere”, cui seguono queste: “del che, standovi suspecta la maiestà sua, intendiamo ha ordinato de mandare soy ambassatori ala signoria de Venetia per obviare a questa materia et tentare altre materie”. Si spiegano così gli accenni al viaggio di Alessandro Sforza contenuti nelle lettere del sacco, sempre da considerare alla luce dell’intestazione “Iesus” della prima missiva del 19 gennaio. Per iniziare, in quest’ultima è scritto: “da Michele de Pimonte ho intexo che lo ilustre signore Alesandro hè conzo cum lo re de Franza”. Poi, però, in quella del 26 gennaio si legge: “da queli erano cum lo predicto ambasatore [di Ludovico di Savoia] ho intexo el signore Alesandro esser andato in Flandria dal duca de Borgogna”. E nella lettera del 26 febbraio si aggiunge: “li portadori debeno eser merchadanti zenoesi, quali diceno venire a Milano, se non me inganano, e lo signor Alisandro eser duca de Borgogna et bem veduto et vestito ala franzosa cum tuti li soi et diceno deveva andare re d’Ingliterra et che, a suo comprendere, el mena de secrete et strete pratiche”. Il concetto è ribadito nella lettera del 2 marzo, nella quale si legge: “per li soprascripti merchadanti [come scritto all’inizio della missiva, si tratta di ‘Nicolò Spinola e Polo Iustiniano, quali veniam de Flandra a Milano’] ho intexo el signor Alisandro esser dal duca de Borgogna e bem veduto e vestito ala franzosa cum tuti li soi et dicheno ch’el deveva andare dal re d’Ingliterra e che a suo cumprendere el menava de secrete et strete pratiche, como per le portate per li dicti merchadanti n’azo advisato la signoria vostra“. Possiamo concludere questa rassegna dei riferimenti ad Alessandro Sforza contenuti nelle missive di Corradino Giorgi con le parole di due lettere estranee al sacco. Nella prima, del 23 dicembre 1457, si legge: “Al prescente hè stato qui uno Iacobo de Mansim, subdicto de questo signor ma servitore del ducha de Orliens he mandato per lo re de Franza […] retrovandome con esso, me domanda molto caldamente como sce intendea il signor Alesandro con vostra signoria he, respondendo my: ‘Molto bene’, disse luy: ‘Pote esse per la fede tua è cusì lo vero’, e replicando my pur cusì esser, tuto stupefacto e maraveglioxo sc’è partite da my” (l’ambasciatore compie un errore, che non è il caso di approfondire qui, perché, riferendosi a Jean d’Amancier, non lo chiama con il corretto nome “Iohane” ma con lo sbagliato “Iacobo”; a proposito di questo importante personaggio, in una lettera datata 14 marzo l’inviato milanese avvisa Francesco Sforza di avere saputo da “maistro Iohane Iacobo”, medico ducale, che Carlo VII, gravemente ammalato, vuole stringere un’alleanza con Venezia contro Milano, forse servendosi dei due ambasciatori da lui mandati in Savoia; la missione francese sarà tuttavia guidata da “Iohane da Mansin”, definito colui “che conduce la barcha”: prima della partenza dei connazionali per Venezia Jean d’Amancier visiterà Francesco Sforza, proseguendo poi il suo viaggio diretto a Venezia, “e tuto quelo dirà ala signoria vostra el fingerà”); nella seconda, del 28 aprile 1458, è scritto: “intendo lo sigor Alisandro esere partito dal duca de Bergogna per venire in quele parte et fa la via de Alamania”. Il viaggio di Alessandro Sforza, che si recò prima dal re di Francia e poi dal duca di Borgogna, suscitò in Italia svariate reazioni. Per riassumerle, possiamo affidarci a una minuta di Francesco Sforza datata 11 marzo 1458 e che reca come destinatario Marchese da Varese, suo ambasciatore a Venezia. In essa si legge: “Ma perché tu ne scrivi che Alexandro, nostro fratello, dovia giongere lì martedì proximo passato et per altra via havemo inteso che luy havia deliberato de venire fin qui da nuy, volemo che, siando luy in ferma determinatione de venire qui, tu gli dichi queste parole da nostra parte: ch’el ne piace ch’el sia retornato sano et salvo de qua et che nuy lo vederessemo volentieri, ma consyderato che questa sua andata in Franza ha dato da dire ad tucte le potentie de Italia, non senza nostro grave carico, perché ogniuno pensava ch’el gli fusse andato de nostro consentimento per fare qualche pratica, et tu say che lì in Venetia se ne fece pur caso assay, finché non s’è sentite el vero, et consyderato ancora che nuy, per chiarire ogniuno del vero, scripsimo per tucto come luy gli era andato senza nostra licentia et saputa, ch’el ne pare et cossì volemo per condicione alcuna, per tore via ogni ombreza che potesse nascere in le mente de veruno, che luy non debia venire qui, ma el se ne debia andare de deritura a Pesaro, perch’el non è dubio che, se al presente luy venesse qui, siando venuta l’armata di francesi in Zenoa come gli è venuta mo novamente, ogniuno diria che l’andata sua in Franza fusse stata de nostro consentimento et deliberatione per tractare qualche intelligentia, la qual cosa quanto ad nuy daria carico lassiamo indicare ad luy medesmo, rendendone però certi che ancora ad luy non debia piacere che per sua casone venessemo ad recevere carico alcuno presso le potentie italice. Et li diray appresso che, quando el serà stato a Pesaro per parechii dì, el porà poy venire qui da nuy ad suo piacere, perché sempre in ogni tempo el vedremo volentieri”. Come si può notare, la preoccupazione del duca di Milano sembra dipendere dal fatto che il viaggio di Alessandro Sforza in Francia “ha dato da dire ad tucte le potentie de Italia […] perché ogniuno pensava ch’el gli fusse andato de nostro consentimento per fare qualche pratica”. Per questo motivo il duca, “per chiarire ogniuno del vero”, ha scritto “per tucto come luy gli era andato senza nostra licentia et saputa”. Così il duca, “per tore via ogni ombreza che potesse nascere in le mente de veruno”, non vuole che Alessandro torni a Milano, perché, se si presentasse ora che i francesi sono a Genova, “ogniuno diria che l’andata sua in Franza fusse stata de nostro consentimento et deliberatione per tractare qualche intelligentia, la qual cosa quanto ad nuy daria carico lassiamo indicare ad luy medesmo, rendendone però certi che ancora ad luy non debia piacere che per sua casone venessemo ad recevere carico alcuno presso le potentie italice”. Questa minuta presenta però un problema, ossia le parole aggiunte nel margine sinistro. Esse sono: “et ancora intendiamo che la maestà del re de Franza prese ombra et despiacere del’andata che luy poy fece dala maestà sua al duce de Borgogna”. Sono queste parole, aggiunte nel margine sinistro a volere dare loro maggiore risalto, con un segno di richiamo che nel testo si presenta dopo “et tu say che lì in Venetia se ne fece pur caso assay, finché non s’è sentite el vero”, posizione quanto mai significativa se si considera il tentativo dei mesi precedenti del re di Francia di allearsi con Venezia ai danni di Francesco Sforza, il centro della minuta diretta a Marchese da Varese, che naturalmente andava esibita. In realtà Francesco Sforza non ha alcuna preoccupazione che il viaggio di suo fratello in Francia possa aver fatto pensare in Italia che lui avesse “qualche pratica” con Carlo VII, magari in relazione con Genova, ma vuol far capire al lettore l’importanza del proseguimento del viaggio di Alessandro presso il duca di Borgogna, che significa contatti con il delfino, come lascia intendere un’altra minuta sempre con destinatario Marchese da Varese datata 8 febbraio 1458 nella quale si legge: “Et aciò intendi quello intendiamo nuy in li facti d’esso Alexandro, te avisamo che novamente è venuto ad nuy uno di soi, quale è stato a Burge in Barì in corte dela maiestà del re, et dice come el dicto Alexandro è stato lì, dapoi è andato a Bruge dal duca de Burgogna et dal delfino, deinde s’è levato da là per andare in Ingalterra, sich’el ne pare vada a solazo et per vedere el paysse”. Per quanto dal punto di vista della cronologia vi siano alcune incertezze riguardo alle fasi del viaggio del fratello di Francesco Sforza (per esempio, il 7 aprile 1458 Sceva Corti scrive in una lettera al duca di Milano di avere “havuto da Pigello como el signor domino Allexandro, vostro fratello, se partì a XXII dì de marzo da Bruges […] e se ne vene per la via de Alamagna. È da presumere capitarà a Venexia et da Venexia a Pexaro”), di sicuro egli si è recato dal re di Francia e poi dal duca di Borgogna e dal delfino, mentre non è chiaro se sia andato anche in Inghilterra. Benché nella minuta dell’11 maggio con destinatario Marchese da Varese Francesco Sforza spacci il viaggio di Alessandro come avvenuto “senza nostra licentia et saputa”, lui era d’accordo perché ambiguamente il fratello si recasse prima da Carlo VII e in seguito da Filippo il Buono e dal delfino Luigi e quindi si alleasse con quest’ultimo in suo nome. All’avvenuta alleanza si accenna poi in modo simbolico nella parte conclusiva del Registro delle Missive 34 e in quella iniziale del Registro 44 con tre lettere riguardanti più o meno direttamente Pietro da Gallarate, uomo “imparentato con Bianca Maria Visconti”. Due missive si trovano nella parte finale del Registro 34. Nella prima, diretta “Domino fratri Georgio, ex comitibus Vallispergie” e datata 1° marzo 1458 (f. 375r), si legge: “Secundo che a dì passati ve scripssemo, de novo ve confortiamo et pregamo vogliati per l’arbitrio et auctorità vostra in queste parte, per respecto del’officio ad vuy concesso dal grande magistro de Rodi, ad contemplatione nostra provedere ad Achille di Stampi della comandaria de Urba vacata a dì passati per la morte del fratello de Petro da Pusterla, postponendo ogni altro respecto, segondo che anche habiamo commesso a Petro da Gallera’, nostro cortesano, quale è venuto ad quelle parte per la facenda doveti sapere, ve debia dire per parte nostra”. Francesco Sforza scrive a Giorgio Valperga, priore di Lombardia dei gerosolimitani, membri dell’ordine religioso-militare dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme la cui costituzione formale risale all’inizio del XII secolo dopo la prima crociata e che all’inizio del Trecento si sono stabiliti a Rodi. Lo prega di conferire ad Achille Stampa la commenda di Torre d’Orba, situata nell’alessandrino, vacante per la morte di Andrea, fratello di Pietro Pusterla, secondo quanto anche sentirà da Pietro da Gallarate, “quale è venuto ad quelle parte per la facenda doveti sapere”. Come vedremo, la “facenda” cui si riferisce il duca è l’imminente matrimonio dello stesso Pietro, il quale l’8 marzo invia da Poirino (comune in provincia di Torino) una lettera a Bianca Maria Visconti nella quale fra le altre cose si legge: “aviso la signoria vostra como domenicha circha le hore XVIII gionsemo qua et fussemo ricevuti molto honorevolmente et alegramente et subito prima che disnasemo fu fatto lo iuramento o benedictione etc.”. Pietro da Gallarate è dunque giunto a Poirino domenica 5 marzo e fra il 1° marzo, data della missiva sopra riportata per Giorgio Valperga, e il 5 dello stesso mese ha eseguito la sua missione presso il priore di Lombardia. La seconda missiva del Registro 34 cui si è accennato sopra è diretta proprio a Pietro da Gallarate e come la prima è datata 1° marzo 1458 (f. 375v). Essa non aggiunge nulla di nuovo rispetto alla precedente. Vi si legge infatti: “Non obstante che per nostre lettere nuy replicamo al reverendo meser fratre Georgio de Valperga, priore del’ordine ierosolomitano de Lombardia, che ad contemplacione nostra voglia conferire la comandaria de Urba, che fo del fratello de Petro da Pusterla, ad Achille di Stampi, dela quale, como tu say, dal canto nostro gline habiamo compiasuto, volemo et caricamoti che, retrovandote cum lo prefato domino Georgio, lo conforti et preghi per parte nostra ch’el ne voglia compiacere in questo”. Quello che qui preme sottolineare delle due missive del Registro 34 non è tanto la questione contingente relativa alla commenda di Torre d’Orba, quanto il fatto che mediante il riferimento ai gerosolimitani si mettano in connessione Gerusalemme, Pietro da Gallarate e il suo matrimonio, anche se quest’ultimo non viene menzionato in modo chiaro. Si arriva così a una missiva all’inizio del Registro 44, ai ff. 1v-2r, quindi in una posizione significativa, sempre diretta a Pietro da Gallarate e datata 15 marzo 1458, nella quale Francesco Sforza scrive: “ne piace sumamente che ti ne rendi bono testimonio de quello dici hay inteso continuamente da nuy, che una singulare dolceza sia ad prendere mogliere”. Qui il riferimento al matrimonio di Pietro diventa esplicito: si tratta delle nozze con “una donna della famiglia astigiana dei Roeri o de Rottaris” il cui fratello, “Francesco Royer di Genappe”, signore di Poirino, era un membro “of the Dauphin’s household” e in seguito divenne “balì di Lione e cancelliere e ciambellano di Luigi XI”. Poi il duca aggiunge: “Qui se dice che tu sey facto uno altro homo et che sey tuto transmutato de quello eri quando te partisti de qui, che al presente ti non fay se non radere et inbillare et sey iocundo, alegro tuto quanto et, quando eri qui, stavi tuto persso et malanconico, siché ognuno aspecta de vedati così transfegurato”. Le parole “transmutato” e “transfegurato”, che in sostanza hanno identico significato, costituiscono un riferimento alla Trasfigurazione, l’episodio descritto nei vangeli sinottici secondo il quale Gesù manifestò la sua natura divina ai discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni (in Mc 9, 1 è scritto: “et transfiguratus est coram ipsis”, mentre in Mt 17, 2: “et transfiguratus est ante eos”) e che era ben noto in quel periodo perché con la bolla Inter divinae dispositionis del 6 agosto 1457 papa Callisto III lo aveva inserito come festa nel calendario liturgico romano, da celebrarsi proprio il 6 agosto, in segno di ringraziamento per la vittoria ottenuta a Belgrado nel luglio del 1456 dall’ungherese Giovanni Hunyadi sui  turchi di Maometto II. Leggendo la missiva, il lettore capirà perfettamente che, associando Gerusalemme, Pietro da Gallarate, uomo “imparentato con Bianca Maria Visconti”, le sue nozze con “una donna della famiglia astigiana dei Roeri o de Rottaris” il cui fratello, “Francesco Royer di Genappe”, era un membro “of the Dauphin’s household”, e gli accenni nel lessico utilizzato alla Trasfigurazione di Gesù, la cui festa liturgica era stata da poco istituita, si intende invitarlo ad andare oltre le apparenze e cogliere la natura simbolica del matrimonio di Pietro da Gallarate, con il quale si vuole alludere all’alleanza stretta fra il duca di Milano e il Cristo/delfino. Per tornare alle lettere del sacco, inaugurate dall’intestazione “Iesus” della missiva del 19 gennaio, con i loro riferimenti al viaggio di Alessandro Sforza esse costituiscono dunque il primo passo per far comprendere al lettore che il delfino Luigi si è alleato con il duca di Milano.

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La “corrispondenza sommersa”, l’alleanza sabaudo-sforzesca e le carte da trionfi

In uno scritto precedente ho accennato alla lettera in cifra del 18 aprile di Corradino Giorgi nella cui parte finale in chiaro si accenna alla non buona situazione in cui si troverebbe Francesco Tomatis, ma, come detto, questa è la storia alla rovescia. Nella realtà, poiché Francesco Tomatis è sinonimo di alleanza sabaudo-sforzesca, lasciando nientemeno che in chiaro le parole che lo riguardano si vuole far capire come la lega sia ormai giunta a un ottimo punto. Si ricorderà inoltre l’accenno alla comunicazione orale contenuto in quelle parole in chiaro. Vediamo di approfondire questi argomenti. Credo che il punto di partenza migliore sia costituito dalla minuta di Francesco Sforza datata 6 aprile di cui ho già parlato. In essa a un certo punto il duca scrive: “Quanto al facto de quello te ha dicto messer Zohanne da Compenso, del fare liga et intelligentia con quello .. signore, dela qual cosa tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto”. Il problema è che una lettura puntuale consente di verificare che nelle quattro lettere di Corradino Giorgi di cui viene segnalata la ricezione nella minuta di Francesco Sforza datata 6 aprile l’ambasciatore ducale non esprime alcuna speranza rispetto all’alleanza sabaudo-sforzesca, limitandosi ad avvisare in una missiva del 14 marzo in cui l’argomento compare per la prima volta “che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa, il perché prego la signoria vostra gli piaza farme advisato, sce fido temptato de ciò, como me debia gubernare e quelo debio respondere, avisando la signoria vostra che l’animo me basta”. Con l’anomalia manifestata dalle parole “tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto”, significativamente connessa all’importante tema della lega fra i due duchi, Francesco Sforza lascia trasparire l’esistenza di una “corrispondenza sommersa” fra lui e il suo ambasciatore, di cui non si è conservato nulla, nella quale scorrevano le immagini del reale stato delle relazioni politiche ducali, non coincidente con la storia alla rovescia, anche se quest’ultima lo lascia trasparire. Questa corrispondenza sotterranea ha inoltre permesso alla cancelleria milanese di ideare le minute in un secondo momento spedite a Corradino Giorgi, di cui quest’ultimo si è poi servito per redigere le lettere a lui assegnate nell’epistolario. Ma proseguiamo. Nella stessa minuta ducale del 6 aprile il duca scrive: “dicemo che in questo non volemo te scaldi più come bisogna”. Questa affermazione non stupisce, in quanto è sul piano della storia alla rovescia. Interessa invece quanto viene aggiunto subito dopo: “ma, se pur esso messer Zohanne o altri per parte di quelo illustre signore te ne dicesse altro, responderagli che tu ne hai avisato del tuto et che tu vorressi te desseno inscripto quello che vorriano et le particularitate dela dicta liga, aciò che meglio ne possi informare del tuto, et con questa via tenerai la cosa in pratica finché te scriveremo altro”. Questo accenno alla necessità che Jean de Compey metta per iscritto quanto concerne la proposta di alleanza fa sorridere, perché nel secondo capoverso della stessa minuta è scritto: “Piacene habii facto intendere a quello illustrissimo signore .. duca l’effecto dele nostre lettere quale te scripsimo ali dì passati et che la signoria soa habia havuto caro et accepto quanto gli hai dicto per nostra parte et deli modi per ti servati circa de ciò similmente te commendiamo, ma, perché dici che la signoria soa te ha rechesto de dargli inscripto quello gli hai exposto viva voce a nostro nome et tu gli hai resposto de volere avisarne nuy se siamo contenti che glilo daghi o non, dicemo ch’el ne saria stato molto più grato non gli havessi dicto de scriverne a nuy et bastava havere facto la scusa toa honestamente. Pur come se sia, volemo non ne faci più parolle et, se la signoria soa te ne dicesse più niente, digli pur largamente dela bona et perfecta dispositione nostra et che sempre faressemo in l’honore et beneficio del stato suo molto più che non havemo dicto et che non è costume de dare inscripto simile cose, ma che gli debe bastare havere inteso l’animo et dispositione nostra verso la signoria soa, quale non poteria essere megliore, et non debe volere el carico nì la vergogna toa, non monstrando haverne scripto alcuna cosa de questo nì de haverne havuto resposta da nuy, come saperai molto ben fare”. Riassumendo: su mandato di Francesco Sforza Corradino Giorgi ha fatto un’ambasciata al duca di Savoia, il quale ha richiesto all’inviato sforzesco di mettere per iscritto quanto era stato esposto “viva voce”. L’ambasciatore sforzesco ha quindi rivolto la richiesta al duca di Milano, che però non ha gradito affatto l’operato del suo inviato. Poiché il tema dell’ambasciata da fare a “viva voce” pare centrale, è necessario riprenderlo dall’inizio. Esso risale a una minuta del 26 febbraio. In quest’ultima si legge: “per uno araldo de quello illustrissimo signore [il duca di Savoia] ne è portata una littera dela excellentia soa de dì VII, dela quale per più toa chiareza te ne mandiamo qui inclusa copia, et, perché la natura de tale materia come tu intenderai è importantissima, habiamo deliberato ad la soa excellentia non fare altra particulare et distincta resposta per littere, ma per una breve resposta nostra ne referemo ad quello che scrivemo et commettemo ad ti che gli refferissi per nostra parte, come etiam vederai per la copia inclusa, dela quale l’originale reporta esso araldo”. La “resposta” cui accenna Francesco Sforza si trova nel Registro delle Missive 34, f. 373r, dove si legge in una lettera datata 24 febbraio: “His intellectis que per litteras excellencie vestre sub die VII presentis mensis scriptas et ab araldo hoc suo nobis redditas referentur, serenissimum silicet regem Sicilie adversus vos arma parare”. Renato d’Angiò minaccia quindi di attaccare Ludovico di Savoia. Si noti che le due lettere successive di Missive 34 riguardano la faccenda di Sezzadio e sono dirette una “Comuni et hominibus terre Sazaii”, nella quale ricorrono i termini “numerare” e “numerandoli”, e l’altra “Referendario Alexandrie”, nella quale è presente la parola “numerare”: si tratta dei consueti riferimenti velati al conteggio delle “prese” e quindi alla storia alla rovescia. A proposito di storia alla rovescia proprio la minuta del 26 febbraio di Francesco Sforza si può considerare un capolavoro. In essa, infatti, fra le altre cose si legge: “consyderando che per scrivere de soa excellentia non se specifica alcuna particulare cagione deli movimenti dela prefata serenità del re de Sicilia et examinando fra nuy sopra tale materia, ne era caduto in pensero se forse la soa serenità, como reputandosi offesa per la presa de domino Aluyso Bollero, suo feudatario, deliberasse con arme vindicare tale novitade, quale se ascrive ad iniuria, et, quando questa fosse la cagione, nuy per l’affectione et convinctione nostra fiducialmente gli saperiamo ricordare et confortare che non volesse per questa picola cosa lassare accendere uno grande fuoco, ma volesse lassare dicto domino Aluyse et alleviarsi dal carico quale gli potesse essere dato sì presso ad la maiestà del re de Franza, ala quale, per quanto possiamo comprehendere etiam per lo scrivere tuo, non è piaciuta la novitade facta contra dicto domino Aluyse (et pare assay apertamente cossì essere, se è vero che mandi ad farlo liberare et restituire ad le cose soe), et similiter presso ad lo prefato re di Sicilia et ad altri principi et signori, el che speramo seria sufficiente remedio ad avertere questo inconveniente”. Francesco Sforza simula di pensare che al re di Francia, “per quanto possiamo comprehendere etiam per lo scrivere tuo, non è piaciuta la novitade facta contra dicto domino Aluyse (et pare assay apertamente cossì essere, se è vero che mandi ad farlo liberare et restituire ad le cose soe)”, quando sa perfettamente che è proprio lui il mandante della cattura di Ludovico Bolleri, con l’appoggio di Renato d’Angiò, e che gli ambasciatori francesi giunti in Savoia non dovevano per nulla liberarlo, ma portarlo di fronte a Carlo VII, dove non era ben chiaro quale sarebbe stata la sua sorte. Si obietterà: ma quale storia alla rovescia! Nel documento è contenuta l’ambasciata che Corradino Giorgi deve realmente fare al duca di Savoia! Eh no, perché in un post scriptum dello stesso 26 febbraio il duca precisa: “Volemo che questa ambassata facci ad quello signore in secreto et, s’el te fosse rechiesto che tu la mettessi inscripto o vero che tu la refferissi denanzi al suo Consiglio, excusati como da ti che tu non hai commissione de fare tale relatione se non con la soa excellentia et, quando pur tu venissi a dire alcuna cosa denanzi al dicto Consiglio, guarda ad porgere le parole toe cossì limitate et con tanta discretione che non possa farsegli interpretatione che ne arecasse alcuno carico, presertim presso al serenissimo re de Sicilia quando ne havesse notitia”. Poiché il Consiglio sabaudo è diviso e in esso vi sono le “guardie”, l’ambasciata deve essere fatta in segreto al duca di Savoia e senza che sia messa per inscritto, perché i suoi reali contenuti non sono quelli di cui si parla nella minuta del 26 febbraio, ma riguardano l’alleanza fra i due duchi, oggetto degli incontri tra Corradino Giorgi, Jean de Compey e Giacomo Beretta/Francesco Tomatis sin dal gennaio precedente con la scusa di una “differentia“ fra Jean de Compey e Giacomo Beretta (senza tener conto della missiva del Registro 34 del 28 luglio 1457 a Francesco Tomatis di cui si è già parlato). E a sottolineare la differenza fra ciò che risulta messo per iscritto nella storia alla rovescia e quanto invece comunicato oralmente è il fatto che il tema del mettere per iscritto l’ambasciata  percorre le lettere successive, divenendo motivo di rimprovero da parte di Francesco Sforza verso il suo ambasciatore, che invece in realtà ha agito perfettamente. In una lettera del 14 marzo l’ambasciatore scrive infatti: “A dì octo del prescente ho ricevuto le littere dela signoria vostra, la cui continentia ho intexa molto bene, et in execucione de quele ha questo signore ho facto intendere lo X effecto de esse littere et usato, ale parte de substantia, le parole formale dele littere dela signoria vostra, XX il perché sc’è dimostrato molto contento he alegro, dicendo che non ha retrovato in la signoria vostra se non quelo non solum sperava ma eXXra certo, del che molto sce ne rendea obligato he ne regratiava la signoria vostra, offerendo sé semper parigiato in caduno adiuto, favore e servitio dela signoria vostra, ma, perché eran pur aalcuni de questi soi dicevano la la signoria vostra non havere dispositione e quelo amore verso soa signoria che demostrava la signoria vostra, aciò glilo potesse demostrare e farli mentire he anchora como era de costu[mo] suo, me disse gli desse in[sc]ripto quelo che oretenus gli havea explicato per parte dela signoria vostra. Io gli rispose, subridendo, ch’era certo soa signoria non me rechederea cossa me havesse rendere vergogna, però che non havea comiscione de cusì fare, il perché pregava soa signoria me perdonase he me havese per excuso, e romaste soa signoria contenta, sed tamen me prega volese scrivere la signoria vostra fosse cumtent gli desse inscripto, como ho sopradito”. A parte la beffarda precisazione di avere “usato, ale parte de substantia, le parole formale dele littere dela signoria vostra”, quando si sa perfettamente che le parole dell’inviato sono state ben diverse rispetto a quelle delle “littere dela signoria vostra”, il duca di Savoia richiede di mettere per iscritto l’ambasciata e Corradino Giorgi replica “che non havea comiscione de cusì fare”. Ludovico di Savoia accetta la risposta dell’ambasciatore, ma lo prega lo stesso di scrivere a Francesco Sforza che “fosse cumtent gli desse inscripto”. Si arriva così alla minuta di Francesco Sforza datata 6 aprile in cui al proposito si legge quanto già scritto sopra, che riporto qui per ulteriore chiarezza: “Piacene habii facto intendere a quello illustrissimo signore .. duca l’effecto dele nostre lettere quale te scripsimo ali dì passati et che la signoria soa habia havuto caro et accepto quanto gli hai dicto per nostra parte et deli modi per ti servati circa de ciò similmente te commendiamo, ma, perché dici che la signoria soa te ha rechesto de dargli inscripto quello gli hai exposto viva voce a nostro nome et tu gli hai resposto de volere avisarne nuy se siamo contenti che glilo daghi o non, dicemo ch’el ne saria stato molto più grato non gli havessi dicto de scriverne a nuy et bastava havere facto la scusa toa honestamente. Pur come se sia, volemo non ne faci più parolle et, se la signoria soa te ne dicesse più niente, digli pur largamente dela bona et perfecta dispositione nostra et che sempre faressemo in l’honore et beneficio del stato suo molto più che non havemo dicto et che non è costume de dare inscripto simile cose, ma che gli debe bastare havere inteso l’animo et dispositione nostra verso la signoria soa, quale non poteria essere megliore, et non debe volere el carico nì la vergogna toa, non monstrando haverne scripto alcuna cosa de questo nì de haverne havuto resposta da nuy, come saperai molto ben fare”. Ma nella stessa minuta, come si ricorderà, “Con l’anomalia manifestata dalle parole ‘tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto’, significativamente connessa al centrale tema della lega fra i due duchi, Francesco Sforza lascia trasparire l’esistenza di una ‘corrispondenza sommersa’ fra lui e il suo ambasciatore”. In questo modo si vuole confermare che l’ambasciata effettuata a voce l’8 marzo da Corradino Giorgi presso il duca di Savoia non è quella riportata nella minuta del 26 febbraio di Francesco Sforza: l’ambasciata realmente effettuata era spiegata dal duca al suo inviato nella “corrispondenza sommersa” che non ci è pervenuta e così si spiega “la differenza fra ciò che risulta messo per iscritto nella storia alla rovescia e quanto invece comunicato oralmente” cui ho accennato sopra in merito all’ambasciata dell’8 marzo di Corradino Giorgi. Quanto comunicato a voce dipendeva appunto dalla “corrispondenza sommersa” fra il duca di Milano e il suo inviato e l’insistenza sul tema del mettere per iscritto l’ambasciata è un modo beffardo per far riflettere il lettore sul fatto che essa fu diversa da come viene descritta nella storia alla rovescia. Può essere il caso di rilevare che, se della “corrispondenza sommersa” non si è conservato nulla, un discorso analogo si può fare che per l’alleanza sabaudo-milanese. Per ora direi di potermi fermare qua, anche se, prima di concludere, vorrei rilevare un ultimo aspetto. Alla fine della minuta del 26 febbraio di Francesco Sforza di cui si è parlato sopra si legge: “Et ulterius gli [al duca di Savoia] ricordaray che in omnem eventum, quando paresse a sua signoria che nuy se interponissemo con la prefata maiestà, lo faremo non solo con littere et con messi, ma etiam con solenni ambassatori, s’el serà mestero”. L’allusione al fatto che, “quando paresse a sua signoria”, il duca di Milano sarebbe disposto a interporsi con il re di Francia per mezzo di “littere” pare piuttosto sibillina, perché sembra riferirsi a quanto Francesco Sforza sta già facendo con la storia alla rovescia. Al riguardo nella sua lettera del 14 marzo Corradino Giorgi non risponde. Proprio il 14 marzo l’ambasciatore scrive però una missiva a Bianca Maria Visconti: “Retrovandome con questo illustrissimo signor, me ha pregato vogla scrivere e pregare vostra signoria per parte de essa soa signoria che ve piaza mandare a madama soa fema uno paro de carte da trionfi de quelle belle sce fano in quelle parte he uno paro a madama Maria he uno altro a madama Bona, soe figlie, et maxime a madama Maria, quale hè de vostra signoria, aciò che possa essa intendere he comprendere esser figlia de vostra signoria”. Poiché riferito alle carte da trionfi il termine “paro” significa “mazzo”, Ludovico di Savoia risulta richiedere a Francesco Sforza tre mazzi di questo tipo di carte. Può essere il caso di precisare che uno “paro de carte da trionfi” è formato da 78 carte, suddivise in 56 carte di quattro semi (denari, coppe, bastoni, spade, ciascuno diviso in dieci carte numerali più fante, cavallo, regina e re), e 22 dette trionfi che prevalgono su tutte le carte di seme e recano i seguenti soggetti: Bagatto, Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Amanti, Carro, Giudizio, Eremita, Ruota della Fortuna, Fortezza, Appeso o Impiccato, Morte, Temperanza, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giustizia, Mondo e Matto. Per giocare, “si mette in tavola una carta alla volta, con l’obbligo di rispondere al seme o di tagliare con le briscole, che in questo caso sono fisse e rappresentate dai trionfi”. “Una presa contenente uno o più trionfi è vinta dal trionfo più alto, mentre una presa senza trionfi è vinta dalla carta più alta del seme della prima carta”: si tratta del classico gioco di prese, in cui i trionfi sono le carte da presa per eccellenza. Alle parole riportate sopra l’inviato sforzesco aggiunge: “E sapia vostra signoria che uso le parolle formale quale soa signoria me ha usato”. L’espressione “parolle formale” richiama la beffarda precisazione di Corradino Giorgi nella sua lettera sempre del 14 marzo in merito all’ambasciata da lui effettuata presso il duca di Savoia cui si è accennato sopra, ossia di avere “usato, ale parte de substantia, le parole formale dele littere dela signoria vostra”¸ riferendosi alla minuta ducale del 26 febbraio, e crea dunque una connessione fra i mazzi di carte da trionfi, che, come detto, sono un gioco di prese, e le missive della corrispondenza tra Francesco Sforza e il suo inviato in Savoia, permettendo di identificare i primi con le seconde, entrambi caratterizzate da prese, che nel caso delle lettere diventano ricezioni. Francesco Sforza fa dunque capire al lettore, ammesso che non l’abbia già compreso da sé, che, quando nell’enigmatico documento sulla polvere scrive che “Le prese sono X”, intende dire che le ricezioni delle missive di Corradino Giorgi da parte sua sono dieci. Poiché a gennaio il duca di Milano non può sapere che nel maggio successivo, quando termina lo scambio epistolare, le “prese” sarebbero state dieci, si è in presenza di un’implicita dichiarazione di non autenticità della corrispondenza: quei documenti che sembrano lettere non sono lettere, ma sono stati ideati presso la cancelleria ducale per essere esibiti. Benché dunque non abbiamo una risposta esplicita alla proposta sforzesca di interporsi con missive presso il re di Francia, con la richiesta dei tre mazzi di carte da trionfi si vuole far capire che Ludovico di Savoia ha risposto affermativamente e il risultato sono le lettere concatenate fra loro delle “prese” con la loro storia alla rovescia e i minacciosi riferimenti alla Pasqua e dunque alla simbolica Resurrezione del Cristo/delfino. I due duchi procedono dunque di comune accordo. Si potrebbe però avanzare anche un’altra ipotesi. Come si è detto, il termine “paro” riferito alle carte da trionfi significa “mazzo”, ma è anche vero che in generale può voler dire “paio” e quindi non si può escludere che si giochi su questa ambiguità. Il duca di Savoia risulterebbe pertanto richiedere sì tre mazzi, ma anche in un altro senso sei carte da trionfi, che, come detto, sono carte da presa per eccellenza, e l’espressione “parolle formale” utilizzata da Corradino Giorgi nella lettera a Bianca Maria Visconti, che richiama la precisazione dell’inviato ducale in merito all’ambasciata da lui effettuata presso il duca di Savoia di avere “usato, ale parte de substantia, le parole formale dele littere dela signoria vostra”¸ vorrebbe attirare l’attenzione sulla minuta ducale del 26 febbraio. Perché? Perché le minute di Francesco Sforza nella corrispondenza con l’inviato in Savoia sono sei e quindi si vuole suggerire al lettore di considerare le sei minute ducali come le sei carte da trionfi richieste da Ludovico di Savoia interpretando il termine “paro” come “paio”, nelle quali Francesco Sforza segnala le “prese”, ossia le ricezioni, delle lettere del suo ambasciatore. In ogni caso, che si intenda il termine “paro” come “mazzo” o come “paio”, il senso generale non cambia: il termine “prese” del documento sulla polvere va inteso come ricezioni di missive del suo inviato da parte di Francesco Sforza e pertanto, come detto, il documento è un’implicita dichiarazione di non autenticità della corrispondenza in cui è inserito. D’altra parte, come si può leggere qui, nel Registro delle Missive 34 la lettera datata 26 ottobre 1457 il cui destinatario è “Georgio de Conradinis parte Cichi etc.”, ossia Corradino Giorgi ma con il nome e il cognome riportati al contrario, che abbiamo rilevato essere un’allusione rivolta al lettore riguardo al fatto che la corrispondenza con l’ambasciatore costituisce una storia alla rovescia, è preceduta da una missiva diretta ad Abramo Ardizzi e datata 25 ottobre 1457, che riguarda una questione di soldi che la comunità di Sezzadio deve consegnare a Ludovico Bolleri e che si trascina da alcuni mesi, nella quale non a caso il verbo “numerare” ricorre due volte accanto a “numerato”, a sottolineare il fatto che in relazione a “Georgio de Conradinis” scritto al contrario bisognerà compiere qualche conteggio, ovviamente relativo alle “prese”. Come al solito il duca di Milano non nasconde nulla e fornisce, qualora ce ne sia bisogno nel caso il lettore non capisca da sé, tutti gli strumenti per interpretare correttamente la sua corrispondenza con Corradino Giorgi. E non manca il consueto spirito beffardo, come quando nella lettera del 14 marzo per Bianca Maria Visconti citata sopra l’inviato ducale scrive: “ve piaza mandare a madama soa fema uno paro de carte da trionfi de quelle belle sce fano in quelle parte”, riferendosi non solo e non tanto alla raffinatezza delle carte da trionfi realizzate a Milano, quanto alla grande capacità di falsificazione da parte della cancelleria milanese, o quando nella stessa missiva l’ambasciatore usa la già menzionata espressione “parolle formale”, che abbiamo visto essere in connessione con un’ambasciata al duca di Savoia nella quale Corradino Giorgi ha fatto ricorso a parole ben diverse rispetto quelle contenute nelle “littere di Francesco Sforza. In ogni caso si può escludere che la richiesta delle carte da trionfi contenuta nella missiva dell’inviato sforzesco a Bianca Maria Visconti sia casuale. Le quattro missive dirette a quest’ultima paiono infatti avere un forte valore simbolico. Il 5 aprile, data quanto mai importante nella storia alla rovescia (si veda qui), Corradino Giorgi scrive per esempio: “Questa matina questa illustrissima madona per domino Giotino me ha facto dire vogla scrivere e pregare vostra signoria gly piaza farli havere dely primi sparsi aparenno in queli paisse”. Gli “sparsi” dovrebbero essere gli “asparagi”. Si è cercato di capire cosa possano voler dire, ma senza arrivare ad alcun risultato. Comunque di sicuro significano qualcosa.

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Il reale scopo di una “differentia” simulata: l’alleanza sabaudo-sforzesca e i suoi effetti

Vorremmo qui affrontare il tema della “differentia” fra Giacomo Beretta e Jean de Compey di cui si occupa Corradino Giorgi, che in realtà è la scusa per permettere a questi tre personaggi di incontrarsi in vista dell’alleanza sabaudo-milanese. Per quanto riguarda quest’ultima, è opportuno avere ben presente quanto scrive in una missiva datata 8 giugno 1458 e inviata da Torino Antonio da Cardano, l’ambasciatore inviato dal duca di Milano presso Ludovico di Savoia nel maggio precedente al posto di Corradino Giorgi, il quale nella storia alla rovescia risulta fallire nello svolgimento della sua missione, il cui obiettivo consisteva apparentemente nell’ottenere la liberazione di Ludovico Bolleri, mentre in realtà la svolse egregiamente, contribuendo in modo determinante, come vedremo, a conseguire non solo la liberazione di Ludovico Bolleri ma anche quella del duca sabaudo. In una lettera al f. 292v del Registro delle Missive 34 (registro che, come si può leggere qui, all’uopo poteva essere esibito) datata 28 luglio 1457 Francesco Sforza scrive al piemontese Francesco Tomatis: “Explorata nobis vestri parte per virum nobilem Iacobum Berreti, presentium exhibitorem, plene intelleximus necminus instructionem per vos sibi datam nobis exinde in scriptis exhibitam pariter didicimus, ad que, cum responsione opus non esse videatur, nobis silentio pretermittendum duximus”. Francesco Sforza ha dunque ricevuto Giacomo Beretta, che da parte di Francesco Tomatis gli ha parlato e consegnato un’”instructionem”. Il duca aggiunge che “ipsi Iacobo nonnulla vobis referenda nostri parte commisimus”. A proposito di Francesco Tomatis è il caso di precisare che in una lettera datata 14 marzo 1458 Corradino Giorgi scrive: “sonto advisato che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa […] E questo hè opera de misir Francescho de Tomatis”. E in un punto precedente della stessa missiva si dice che Francesco Tomatis “hè amico fidele dela signoria vostra“. E’ chiaro quindi che l'”instructionem” e il resto della lettera del 28 luglio 1457 del Registro delle Missive 34 cui si è accennato sopra diventano alquanto sibillini. Il 26 dicembre successivo Giacomo Beretta invia a Francesco Sforza una lettera da Ginevra, che da qui in poi chiameremo Beretta1. Egli scrive: “Dal’amico ho avuto opusculum el qualle per fante propio ve lo mando talle qualle è. Bene credo piacerà ala signoria vostra, perché credo sarà bono e utille”. E aggiunge: “Com’ho deto, mando questo opusculum per fante propio, el qualle ho adrizato a ser Gullielmo, perché io non posso al presente venire”. In un’altra lettera da Ginevra del 26 dicembre ma diretta a Giovanni Simonetta, che da qui in poi chiameremo Beretta2, lo stesso Beretta scrive: “Io ho avuto la coxa del’amico, la qualle, per non potere io venire per lo impagio m’è dato qua contra tute ragione, com da ser Gullielmus doveti essere informato, io mando dita coxa per uno fante propio a ser Gillielmus, la qualle la presenta insema cum voi al segnore, che vi so dire coxa li piacerà”. Riassumendo: un “amico” ha dato a Giovanni Beretta un “opusculum” (come si legge in Beretta1) da portare al duca di Milano. Tuttavia, “per lo impagio m’è dato qua contra tute ragione” (come scritto in Beretta2), Giovanni Beretta non può muoversi da Ginevra. Manda dunque l’”opusculum” “per uno fante propio a ser Gullielmus” (Beretta2), perché quest’ultimo lo presenti a Francesco Sforza. In una lettera del Registro delle Missive 34 datata 16 gennaio 1458 e diretta proprio a Giacomo Beretta, presente al f. 355r, Francesco Sforza scrive: “Ad questi dì passati recevessmo una tua lettera con le scripture dell’amico nostro le quale havemo vedute voluntieri et ne sonno carissime […] Nuy non scrivemo cosa alcuna per non havere casone de nominarlo, ma volemo bene da nostra parte el debii ringratiare summamente”. Chi è l’”amico” di cui parlano Giacomo Beretta e Francesco Sforza associandolo Beretta a un misterioso “opusculum” e il duca di Milano ad altrettanto misteriose “scripture”? Ci pare più che verosimile che si voglia far capire che si tratti di Francesco Tomatis, del quale, come si è visto, nel luglio precedente Giacomo Beretta aveva già portato a Francesco Sforza un’”instructionem”. Riguardo all’”opusculum” così prosegue Beretta1: “El dito amico bene vi supplca volia avixare la signoria vostra a luy ho mie se la cossa vi piace ho non, che sicondo lo avixio arà dala signoria vostra dice provedarà anchora più oltra ad altre cosse sarano utille e honeste ala signoria vostra, il perché, el più presto potereti, fareti dare avixio de quello piacerà ala signoria vostra”. In Beretta2 invece si legge: “vi prego per parte del’amico, se la coxa p[i]ace al segnore, ne voliati avixare, che el dito amico farà anche d[e] altre coxe, sicundo m’à dito, che saranno utille e de onore al prefato n[ostro] segnore, perché mi gravò de dare avixio de tuto”. Ma non vi è solo un «opusculum”. A Francesco Sforza Giacomo Beretta scrive anche che “con questa aveti una lettera che luy vi scrive sopra el fato de Genova, per la qualle, se piacerà ala signoria vostra, fareti dare risposa sopra a tuto et io lodo che ad ognia modo la faziati s[cr]ivere, perché vedo li va de bona fede ed è homo che à condute de grande [co]xe e secretamente e, per la opera vi manda, vedarà bene la signoria vostra se è persona de intendimento ho non e da bona fede a volere servire la signoria vostra”. Non è ovviamente possibile avanzare ipotesi riguardo al contenuto preciso dell’”opusculum” e delle “scripture”, ma si può ritenere che si voglia far capire al lettore che essi riguardino l’alleanza sabaudo-sforzesca e che quindi l’estensore, Francesco Tomatis, abbia svolto un ruolo di primo piano nella stipulazione della lega fra i due duchi. Prendiamo ora in considerazione un altro aspetto delle missive di Giacomo Beretta. In Beretta1 a proposito dell’”opusculum” leggiamo: “se più tosto non s’è mandato, la cagione è stata la infermittade del’amico e anche alcuno impedimento a me qui dato contra ognia ragione, com da ser Gullielmo, mio magistro e barba, sareti informato, ed è bene de necessitade la signoria vostra li meta la manno a non patire che uno tanto grandissimo torto e forza me sia fatto e de questo humilemente supplico la signoria vostra li proveda in el modo dal deto ser Gullielmo sareti informato”. L’”impedimento” menzionato nella lettera non sembra essere da poco, considerato che, come sappiamo, a un certo punto della missiva si legge: “mando questo opusculum per fante propio, el qualle ho adrizato a ser Gullielmo, perché io non posso al presente venire”, concetto ribadito all’inizio di Beretta2 con le seguenti parole già note: “Io ho avuto la coxa del’amico, la qualle, per non potere io venire per lo impagio m’è dato qua contra tute ragione […] io mando dita coxa per uno fante propio a ser Gillielmus”. Giacomo Beretta prega Giovanni Simonetta che “la provisione sia de bisogno, che el segnore faza per me che per me voliati operare sia fato in el modo che ser Gullielmo vi informarà”. A questo punto, tornando al Registro delle Missive 34, si presenta con una certa sorpresa la lettera diretta a Ludovico di Savoia e datata 16 gennaio 1458 ai ff. 354r-v, che quindi precede quella per Giacomo Beretta prima citata che reca la stessa data e si trova al f. 355r, dalla quale apprendiamo che Francesco Sforza ha inteso che “latam esse sententiam contra Iacobum Beretam, incolam civitatis Gebennarum, in favorem spectabilis militis domini Iohannis de Campesio in causa quadam inter eos tunc vertente”. L'”impedimento” di cui parlava Giacomo Beretta ha dunque a che fare con Jean de Compey, del quale in un post scriptum del 14 marzo Corradino Giorgi scrive quanto segue: “El è vero che questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero, unde lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, sce intende cum l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore. He questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore“. Il duca di Milano avvisa quindi il suo ambasciatore in Savoia con una lettera sempre del Registro delle Missive 34, presente al f. 354v e anch’essa del 16 gennaio, di avere scritto “ad quello illustre signore .. duca de Savoya quello intenderay per la introclusa copia in favore de Iacomo Bereta, habitatore de Genevra […] Pertanto te commettiamo et volemo che tu debii presentare la dicta lettera et fare ogni instancia et opera perché la causa dela quale se fa mentione in essa lettera de novo sia cognosciuta, non mancandoli dal canto tuo in tutto quello te serà possibile, perché ne faray cosa gratissima, considerato che honestà et iusticia rechiedeno che così se facia”. Con la scusa di una “causa” iniziano così gli incontri fra Jean de Compey, Giacomo Beretta, uomo vicino a Francesco Tomatis, e Corradino Giorgi, confermati dalla lettera del Registro delle Missive 34, al f. 371v, del 21 febbraio in cui Francesco Sforza scrive al suo inviato: “Havemo inteso che tu hay in le mane la differentia quale vertisse tra Iacomo Berreta, nepote de Gulielmino da Marliano, nostro citadino et mercadante, per una parte, et domino Zohanne de Compeso per l’altra, che n’è molto piaciuto, et quantunche siamo certi non te bisogna recomendare lo dicto Iacomo, perché l’è di nostri, nientedemeno, ad satisfactione del’animo nostro, te lo recomandio”. Un primo risultato di questi incontri lo si può vedere nel seguente passo già citato della lettera di Corradino Giorgi datata 14 marzo: “sonto advisato che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa […] E questo hè opera de misir Francescho de Tomatis “. Poi in un post scriptum dello stesso giorno da Ginevra Corradino Giorgi scrive: “Per mezanita de Iacobo Berema nostro, nepote de misir Gulirmo da Marglano, me sonto trovato cum uno notabile zentilomo de questo paise, lo quale ha nome Glaudio de Langino, et in secreto me ha dito dela praticha de veniciani et de Iohane de Mansin [a proposito dei due temi si veda qui] he dela liga, dele quale cose ne scrivo ala signoria vostra per queste altre mie. Non ha voluto venire a specialità alchuna, m dice havere casone de conferire cum la signoria vostra per par de una bona parte deli zentilomini he baroni de questo paise de Sabaudia e de dire cose ala signoria vostra le quale ve piazeranon, ma che non vrea venire se non havese qualche casone honesta et legiptima scusa de venire, et dice che hano deliberati queli che lo voleno mandare de prendere questa via, videlibet che la signoria vostra gli faza una littera de familiaritate tanto ampla quanto scia posibile et cum ie preminentie e prerogative e specificatione de salario como se fose vero famiglo dela signoria vostra, rechedendoli che a suo piazere vegna dala signoria vostra, quale gli fa servare il locho suo et mandare lì una litera de passo per quatro ho sei cavali in forma favorevele, he che, habuta la litera predicta, venerà dala signoria vostra, la quale intenderà quelo referarà, et poi, monstrando de venire ad prendere ordine ali facti soi, retornerà da questi soi e, secondo troverà la mente dela signoria vostra, se procederà ala conclusione. Iacobo predicto e mi non gli habiamo facto resposta alcuna, ma gli habiamo dicto che de bona vogla io scriberebea la signoria vostra et in modo che me credea la signoria vostra de bona vogla gli concederebe le dicte littere senza questa casone, unde me prega pregasse la signoria vostra che, volendo concedere dicte littere, facesse presto e che le havese de qua da Pasqua, però che la memoria havea a confrire con la signoria vostra era de tale natura ch’era bisogno de celere e breve expeditione e che, non havendo dicte littere al termino soprascrito, non poterebe venire dala signoria vostra et ali soi sarebe forza prendere altro partito“. Poi seguono le parole già riportate sopra, che riproponiamo perché ora risulteranno più chiare: “Et, aciò la signoria vostra intenda più largamente questo facto, dirò quelo intendo per altre vie et anchora comprendo per le pratiche se fano. El è vero che questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero, unde lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, sce intende cum l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore. He questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore“. E l’ambasciatore aggiunge sibillino: “avsando la signoria vostra che intendo che lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche se fano al presente in questa cità“. Tre giorni più tardi Corradino Giorgi ribadisce sostanzialmente quanto scritto nella lettera e nel post scriptum datati 14 marzo in una missiva in cui riporta le parole di Jean de Compey: “Per confirmatione de quelo ho scripto a vostra signoria per lo cavalaro dela praticha del re de Franza et de Iohane da Mansin et dela liga, questa matina, retrovandome cum domino Iohane de Compesio, dicto signor de Toreno, per lo acordio dela differentia ha con Iacobo Berreta, me ha usato dicto misir Iohane le infrascripte parole formale: ‘Coradino. Non so se tu sapie li zentilomini, conti, baroni et cavaleri de questo stato de Savoia esser divisi doe parte, dele quale monsignor lo maneschalcho è capo de l’ina, la quale è tuta franzosa, senza alcuno mezo, et quela al presente guberna et rege questo stato al suo modo et como gli pare, como tu vedi, non pesando sulo honore né su el bene né sul’utile de questo nostro signore, ma de adinpire li soi pesire et voluntate, et noi altri, quali al presente non semo de stato né de guberno he che cognosemo questo nostro signore esser cumdicto a tanta subiectione che non ardische fare se no como voleno, e noi, che amemo el nosro signore et lo suo utile he honore, voremo prendere modo et via de liberarlo de tanta subiectione, unde cognosemo questo non ne potere seguire senza lo favore et inteligencia de alcuno altro signor, et maxime del tuo signore, duca de Mediolano, el quale, s’el volese che se intendesemo cum sua signoria, lo faremo fare liga et bona inteligencia cum questo nostro signore he in modo che lo dicto signor nostro se liberarea da tanta subiectione de questi franzosi, como soa signoria hè desiderosa, che sarebe grande utile del XX prenominato tuo signore, duca de Mediolano, et del stato suo he del nosro signore, he, non volendo dicto signore tuo havere la nostra inteligentia, ne sarà forza, per stare a casa nostra, haderirse cum la parte nostra inimicha, la quale continuamente praticha cum franzosi de metere gente d’arme insema et pasare li monti per andare adoso al duca de Mediolano, il che cognoso sarà gram detrimento de l’uno e l’altro stato‘”. E l’ambasciatore precisa: “aviso vostra signoria che questa hè le casone per la qual cerchano che quelo Glaudio de Langino XX vegna da vostra signoria per quela via ho scripto”. Si arriva così alla lettera del 28 marzo in cui l’inviato sforzesco segnala “che la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato“. L’evento appena segnalato è stato reso possibile dall’appoggio determinante del delfino (naturalmente seguito da Filippo il Buono, presso il quale si trovava), cui si è aggiunto il sostegno di Francesco Sforza, certo importante, anche se da solo non sufficiente. Si ricordi al proposito quanto scritto da Corradino Giorgi nella parte finale del post scriptum datato 14 marzo, ossia che “lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, [rispetto a Carlo VII] sce intende cum l’altra parte, [contraria a quella filofrancese guidata dal maresciallo Jean de Seyssel] che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore. He questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore, avsando la signoria vostra che intendo che lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche se fano al presente in questa cità“. Dal passo sopra riportato emerge chiaramente come il tema dell’alleanza sabaudo-sforzesca sia strettamente correlato con quello dell’intervento del delfino (sempre seguito da Filippo il Buono), entrambi da considerare in vista della liberazione di Ludovico di Savoia rispetto alla condizione di “subiectione” verso Carlo VII in cui egli si trova. Ma torniamo al sostegno del duca di Milano. Per la sua preparazione furono senza dubbio essenziali gli incontri con la scusa della “differentia” fra Jean de Compey, Giacomo Beretta e Corradino Giorgi, considerando che, quando si menziona Beretta, è implicito riferirsi anche a Francesco Tomatis, dei cui contatti a distanza con Francesco Sforza abbiamo parlato sopra. Al proposito, però, è necessario fare alcune osservazioni di tipo cronologico. Come sappiamo, nel post scriptum datato 14 marzo l’ambasciatore afferma: “El è vero che questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero“. Il concetto è ribadito da Jean da Compey nella lettera dell’inviato ducale del 17 marzo, nella quale si legge: “‘Coradino. Non so se tu sapie li zentilomini, conti, baroni et cavaleri de questo stato de Savoia esser divisi doe parte, dele quale monsignor lo maneschalcho è capo de l’ina, la quale è tuta franzosa, senza alcuno mezo, et quela al presente guberna et rege questo stato al suo modo et como gli pare, como tu vedi, non pesando sulo honore né su el bene né sul’utile de questo nostro signore, ma de adinpire li soi pesire et voluntate‘”. In realtà, come già rilevato qui, a metà marzo il partito filofrancese guidato dal maresciallo Jean de Seyssel attraversava già una fase declinante e quindi la sua posizione di dominio assoluto va riferita a un periodo precedente. Infatti, benché riguardo alla vicenda di Ludovico Bolleri nella missiva del 23 febbraio 1458 di Corradino Giorgi (che appartiene alle cosiddette lettere del sacco: si veda al proposito qui) il maresciallo risulti adoperarsi “quanto il pò” che secondo le richieste degli ambasciatori di Carlo VII “domino Aluyse Bolero he Zentalo sciano posti et remetuti in le mane del re de Franza”, alla fine, come si legge nella missiva del 14 marzo dell’inviato ducale, il Consiglio sabaudo risponde agli ambasciatori “che vadano, che soa signoria mandarà dreto soi ambaxadori, li quali informarano il predicto re de Franza ad plenum. E de questa risposta me dice dicto Guliermo sono romasti stupefacti e malcontenti e deliberano de non partirse anchora”. Questa “risposta” del Consiglio è un totale fallimento per il filofrancese Jean de Seyssel, che evidentemente non si trova più nella posizione in cui viene descritto nella missiva del 19 gennaio precedente di Corradino Giorgi (anch’essa appartenente alle lettere del sacco), il quale scrive che Ludovico di Savoia “me ha facto fare resposta per lo suo Consciglio, inter ly quali esso monsignore mareschalcho era lo primo et, tanquam primus de Conscilio et nomine totius Conscilii, me fece resposta”. A supporto di quanto appena rilevato vi è il fatto che non è verosimile che a metà marzo il partito filofrancese avesse ancora il pieno controllo della situazione e il 28 dello stesso mese, quindi pochi giorni più tardi, risultasse sopravanzato dalla parte avversa, come si legge nella lettera datata appunto 28 marzo dell’ambasciatore ducale riportata sopra: è un tempo troppo breve per un simile rivolgimento politico, le cui origini vanno quindi ricercate in un momento precedente e che conferma che in realtà a metà marzo il maresciallo Jean de Seyssel e il suo gruppo erano già in forte difficoltà, nonostante quanto riportato da Corradino Giorgi nelle sue missive, una parte del cui contenuto va quindi retrodatata (del resto, come vedremo, questa operazione di retrodatazione è necessario compierla anche rispetto ad altra documentazione). Analoghe considerazioni si possono fare in merito al supporto sforzesco a Ludovico di Savoia. Come abbiamo visto, il 26 dicembre 1457 da Ginevra Giacomo Beretta invia al duca di Milano tramite Guglielmo da Marliano l'”opusculum” di un “amico”, segnalando che, se non è stato mandato prima, “la cagione è stata la infermittade del’amico e anche alcuno impedimento a me qui dato contra ognia ragione”. A proposito di questo “impedimento” Giovanni Beretta scrive al duca di Milano che riceverà spiegazioni da Guglielmo da Marliano e lo prega di intervenire “in el modo dal deto ser Gullielmo sareti informato”. In una lettera datata 16 gennaio 1458 del Registro delle Missive 34 Francesco Sforza segnala a Giacomo Berretta la ricezione “Ad questi dì passati” di “una tua lettera con le scripture dell’amico nostro”. Quindi, evidentemente informato da Guglielmo da Marliano in merito all'”impedimento”, scrive al duca sabaudo una lettera anch’essa datata 16 gennaio a proposito della sentenza emessa contro Giacomo Beretta in favore di Jean de Compey riguardo a una causa esistente fra loro e con una missiva sempre del 16 gennaio ordina al suo inviato in Savoia di “fare ogni instancia et opera perché la causa […] de novo sia cognosciuta” (entrambe queste ultime lettere si trovano nel Registro delle Missive 34). In realtà l'”impedimento”, la causa e la sentenza costituiscono una scusa per permettere a Giacomo Beretta, uomo, come detto, vicino a Francesco Tomatis, Jean de Compey e Corradino Giorgi di vedersi, ma soprattutto per consentire all’ambasciatore sforzesco di parlare con Jean de Compey, a capo della parte che si oppone al partito filofrancese guidato da Jean de Seyssel, senza suscitare in quest’ultimo gruppo eccessivi sospetti, che tuttavia sicuramente non saranno mancati. Considerate la data del 16 gennaio delle lettere per Ludovico di Savoia e Corradino Giorgi, si può immaginare che gli incontri siano cominciati verso il 25 dello stesso mese ed è possibile ipotizzare che le prime parole rivolte da Jean de Compey all’ambasciatore sforzesco siano state proprio quelle riferite da quest’ultimo nella sua missiva del 17 marzo sopra riportata. Si arriva così alla lettera del 21 febbraio riportata nel Registro delle Missive 34 con la quale il duca di Milano scrive al suo inviato di avere “inteso che tu hay in le mane la differentia quale vertisse tra Iacomo Berreta […] per una parte, et domino Zohanne de Compeso per l’altra”. In realtà Francesco Sforza è stato avvisato dell’esito positivo dei colloqui fra Corradino Giorgi e Jean de Compey ed è significativo che non specifichi in quale modo abbia “inteso”. Per comprendere la modalità, è necessario rifarsi alla minuta ducale datata 6 aprile, nella quale, riferendosi alla lettera dell’ambasciatore del 17 marzo, Francesco Sforza scrive: “Quanto al facto de quello te ha dicto messer Zohanne da Compenso, del fare liga et intelligentia con quello .. signore, dela qual cosa tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto”. Il problema è che in nessun punto della sua missiva Corradino Giorgi esprime una qualche speranza rispetto all’alleanza sabaudo-sforzesca. Allargando l’analisi alle “quatro toe littere date a XIIII°, XVII e XVIIII° del passato” di cui il duca di Milano segnala la ricezione all’inizio della sua minuta, si nota che l’ambasciatore si limita ad avvisare nella missiva del 14 marzo, in cui il tema compare per la prima volta, “che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa, il perché prego la signoria vostra gli piaza farme advisato, sce fido temptato de ciò, como me debia gubernare e quelo debio respondere, avisando la signoria vostra che l’animo me basta”. Con l’anomalia costituita da “tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto”, significativamente connessa alle parole di Jean de Compey e quindi al tema dell’alleanza sabaudo-sforzesca, Francesco Sforza lascia trasparire l’esistenza di una “corrispondenza sommersa” fra lui e il suo ambasciatore, di cui non si è conservato nulla, facendo capire l’importanza dei colloqui fra Jean de Compey e Corradino Giorgi che si svolgono con la scusa del contrasto che oppone il primo a Giacomo Beretta, con l’avvertenza che la proposta di alleanza da parte di Jean de Compey deve essere retrodatata rispetto a quando compare nella corrispondenza tra il duca di Milano e il suo inviato. Nel frattempo, nella parte finale della missiva datata 20 febbraio che fa parte delle lettere del sacco l’ambasciatore avvisa Francesco Sforza che, “como per altre ho scripto la signoria vostra, che dietim sce aspectava li ambaxadori del re de Franza per li facti de domino Aluyse Bolero, al dì presente sono zonti doi cum cavalli sedece, tra li quali gli hè el bailì de Barì“. Nella parte precedente della stessa missiva Corradino Giorgi riporta un colloquio con Guiotino de Nores, il quale a un certo punto parla di un “processo” contro Ludovico Bolleri basato sull’accusa che egli avrebbe ricercato “la distrutione” di Ludovico di Savoia. Come spiegato qui, questo processo è in realtà un pretesto che in una prima fase consente al duca sabaudo e al gruppo contrario al partito filofrancese di Jean de Seyssel, sicuri dell’appoggio del delfino e del duca di Milano, grazie agli incontri fra Jean de Compey e l’inviato milanese, di non consegnare Ludovico Bolleri agli ambasciatori francesi. Quattro giorni più tardi rispetto alla missiva del 20 febbraio appena qui sopra segnalata e tre giorni dopo rispetto alla lettera del 21 febbraio del Registro delle Missive 34 in cui Francesco Sforza segnala al suo ambasciatore di avere “inteso che tu hay in le mane la differentia quale vertisse tra Iacomo Berreta […] per una parte, et domino Zohanne de Compeso per l’altra”, volendo in realtà, come detto, alludere a ben altro, con una lettera riportata nello stesso Registro delle Missive 34 il duca di Milano scrive a Ludovico di Savoia di avere saputo “per litteras excellencie vestre sub die VII presentis mensis scriptas et ab araldo hoc suo nobis redditas referentur, serenissimum silicet regem Sicilie adversus vos arma parare”. Renato d’Angiò minaccia quindi di attaccare Ludovico di Savoia. Alla fine della lettera il duca di Milano aggiunge che “nobili Conradino Georgio, familiari et oratori nostro apud vos existenti, [intentionem] et institutum nostrum vobis aperiendum uberius litteris explicavimus, uti ab eo uberius et latius intelliget excellentia vestra”. Si è così rimandati alla minuta del 26 febbraio di Francesco Sforza diretta al suo ambasciatore nella quale si legge: “per uno araldo de quello illustrissimo signore ne è portata una littera dela excellentia soa de dì VII, dela quale per più toa chiareza te ne mandiamo qui inclusa copia, et, perché la natura de tale materia come tu intenderai è importantissima, habiamo deliberato ad la soa excellentia non fare altra particulare et distincta resposta per littere, ma per una breve resposta nostra ne referemo ad quello che scrivemo et commettemo ad ti che gli refferissi per nostra parte, come etiam vederai per la copia inclusa, dela quale l’originale reporta esso araldo”. Nella storia alla rovescia il motivo per cui il duca di Milano si affida a Corradino Giorgi dipende da quanto si legge più avanti nella minuta di cui sopra: “Verum, consyderando che per scrivere de soa excellentia non se specifica alcuna particulare cagione deli movimenti dela prefata serenità del re de Sicilia et examinando fra nuy sopra tale materia, ne era caduto in pensero se forse la soa serenità, como reputandosi offesa per la presa de domino Aluyso Bollero, suo feudatario, deliberasse con arme vindicare tale novitade, quale se ascrive ad iniuria”. Francesco Sforza sospetta dunque che le minacce di guerra di Renato d’Angiò siano in relazione con la cattura da parte del duca sabaudo di Ludovico Bolleri, per la cui liberazione l’inviato milanese è stato mandato in Savoia. Si arriva così all’ambasciata di Corradino Giorgi di cui si parla qui, che in un post scriptum dello stesso 26 febbraio il duca precisa volere sia fatta “in secreto et, s’el te fosse rechiesto che tu la mettessi inscripto o vero che tu la refferissi denanzi al suo Consiglio, excusati como da ti che tu non hai commissione de fare tale relatione se non con la soa excellentia”. Queste parole dipendono dal fatto che i reali contenuti dell’ambasciata non sono quelli esposti nella minuta del 26 febbraio, ma riguardano l’alleanza fra i due duchi, oggetto degli incontri tra Corradino Giorgi, Jean de Compey e Giacomo Beretta, e soprattutto fra i primi due, benché naturalmente non si possa escludere che nel corso di essa si sia anche affrontato il tema delle minacce di Renato d’Angiò. Poiché la lega sabaudo-sforzesca è uno dei tasselli necessari perché la parte avversa al partito di Jean de Seyssel riesca a prendere il sopravvento su quest’ultimo, sottraendo Ludovico di Savoia alla condizione di “subiectione” rispetto a Carlo VII, l’ambasciata non può che essere fatta “in secreto et, s’el te fosse rechiesto che tu la mettessi inscripto o vero che tu la refferissi denanzi al suo Consiglio, excusati como da ti che tu non hai commissione de fare tale relatione se non con la soa excellentia”, perché nel Consiglio sono presenti esponenti filofrancesi, ossia “le guardie” del documento datato 10 gennaio e intitolato “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.”, ovviamente ostili all’alleanza e che devono essere tenuti all’oscuro delle trattative in corso fra i due duchi, per quanto sia lecito immaginare che essi nutrissero più di un sospetto. Può essere poi il caso di rilevare che alla fine di febbraio Francesco Sforza è ormai certo dell’alleanza con il delfino. Il 5 marzo si celebra infatti il matrimonio tra Pietro da Gallarate, uomo “imparentato con Bianca Maria Visconti”, e “una donna della famiglia astigiana dei Roeri o de Rottaris” il cui fratello, “Francesco Royer di Genappe”, signore di Poirino, era un membro “of the Dauphin’s household” e in seguito divenne “balì di Lione e cancelliere e ciambellano di Luigi XI”: come spiegato qui, queste nozze hanno un significato simbolico, con il quale si vuole appunto alludere all’alleanza stretta fra il duca di Milano e il delfino. In ogni caso, a parte queste considerazioni, l’inviato milanese segnala la ricezione delle lettere tratte della minute ducali del 26 febbraio all’inizio della sua missiva datata 14 marzo, scrivendo: “A dì octo del prescente ho ricevuto le littere dela signoria vostra […] et in execucione de quele ha questo signore ho facto intendere lo X effecto de esse littere“. Non è chiaro quando Corradino Giorgi abbia effettuato l’ambasciata, se subito appena ricevute le missive ducali o nei giorni seguenti. Fatto sta che con essa si entra nella seconda fase dopo la prima caratterizzata dal finto processo contro Ludovico Bolleri come pretesto per non consegnarlo agli ambasciatori francesi. Ora il duca di Savoia non è solo certo dell’appoggio del delfino, ma dopo il sostegno iniziale si sta pure alleando con Francesco Sforza e così, come si legge a un certo punto della lettera del 14 marzo dell’inviato milanese, il Consiglio sabaudo ha la forza per rispondere “a questo dì […] a questi ambaxadori che vadano, che soa signoria mandarà dreto soi ambaxadori, li quali informarano il predicto re de Franza ad plenum. E de questa risposta me dice dicto Guliermo sono romasti stupefacti e malcontenti e deliberano de non partirse anchora“. La “risposta” del Consiglio costituisce un completo fallimento per Jean de Seyssel e il suo partito filofrancese, considerazione che abbiamo già fatto sopra. Intanto nel mese di marzo Corradino Giorgi, Jean de Compey e Giacomo Beretta continuano a vedersi, come testimonia la missiva del 17 dell’ambasciatore milanese, anche se, come già osservato, le parole di Jean de Compey in essa riferite devono essere retrodatate. In ogni caso, a prescindere da questo aspetto, la lettera testimonia che gli incontri proseguono e con essi la “corrisponde sommersa” cui si è accennato sopra, contribuendo così alla totale débâcle di Jean de Seyssel nella terza fase, che può dirsi conclusa il 28 marzo, quando nella missiva di Corradino Giorgi così datata si legge che “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato“, avendo l’avvertenza di intendere le parole “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa” cum grano salis, in quanto, se di sicuro il governo della “parte de questi zentilomeni […] franzosa” finisce il 28 marzo, in realtà esso era in crisi già da un po’, come abbiamo rilevato sopra. Negli ultimi tempi le difficoltà del gruppo guidato da Jean de Seyssel devono essersi aggravate soprattutto a causa delle cattive condizioni di salute di Carlo VII. Nella lettera del 14 marzo dell’ambasciatore sforzesco si legge infatti che “da maistro Iohane Iacobo, medicho de questo signore, sonto informato el re de Franza hè infirmato graviter e questo dice dicto maistro Iacobo essere certissimo“. E l’informazione è ribadita verso la fine della missiva, dove è scritto che “a questa hora hè venuto uno merchadante veniciano, qual vene da Torso, dove se retrova lo predicto re de Franza, quale dice esser lo re de Franza infermo“. In una lettera del 19 dello stesso mese la situazione pare ancora più grave. Corradino Giorgi riferisce infatti che “Al dì presente hè venuto uno ex marchionibus de Ceva de Bergogna quale dice […] che lo re de Franza hè infirmato in modo che non pò schampare de questa infirmità” e nella ormai famosa missiva del 28 marzo precisa che “pasato Pasqua, mandano ambaxadori alo predicto re de Franza, il che credo non haverà locho, però che continuamente sce afirma la nova del re che ho scripto ala signoria vostra per altre mie, ala quale se azonze che li medici àno terminato per tuto questo prescente messe dura la soa vita et non ultra“. In questo contesto risulta particolarmente significativa una lettera di Pietro Beccaria datata 20 marzo e inviata da Pavia a Cicco Simonetta. In essa si legge: “Per quanto scrivo al nostro illustrissimo signore intenderete la impositione me ha facto questo monsignore lo archiepiscopo de Vienna, quale è un singolare prelato et amico del nostro signore. Ma adciò intendiate el tutto, suspico se voglia partire perché ha da varii lochi degni et continuamente ch’el re de Franza è leproso et molto infermo et como, facendose portare da loco ad loco per conseglio de medici, passando per Turonensem civitatem, adciò non fosse veduto, fe’ dare una grida de grande pena: se serrasse nel suo passare tutte le porte et fenestre. Siché crede non debbia campare troppo tempo. Il che più crede perché dice, secundo un iudicio ha el delfino della vita de suo padre: ‘El tempo se approxima molto molto’. Siché io credo queste siano le casoni del suo partire, che più me fa credere una littera gli scrive uno suo fratello, e con el delphino che gli sole scrivere de raro et pocho, nella quale el conforta questo monsignore ad fare de bona voglia et apparechiaato, che tosto harano bonissime novelle et poi poterano fare correre quilli hano facto loro troctare. Et devendo accadere queste cose, se vorria trovare ad casa etc. Et per queste cose supradicte luy crede sia impossibile lo accordo del re al delfino, benché zà più dì passati fosse avisato de certe forma de accordo la quale seria longa dal scrivere. Luy crede ch’el delphino voglia vedere el fine del patre, non facendo dubio che ogni cosa gli succeda ad vota. Dice anchora el dicto monsignore havere inteso che quilli zentilhomini del Dalfinato cercano cavalli per tutto et in Savoya e in ogni altro luoco et non guardano ad mercato niuno, per quello ha havuto da alcuni savoini che vano ad Roma. Altra certeza non ha de questo facto né pò suspicare casone alcuna se non fosse quella ho dicto di sopra, cioè la suspictione della morte del re, la quale dubita non sia tenuta celata quando accadesse. Più non crediamo, perché sempre sta in locy salvatici et desabitati et non vano troppo gente da sua maiestà”. Per quanto riguarda il fatto che “luy crede sia impossibile lo accordo del re al delfino”, può essere il caso di considerare che nella missiva del 19 marzo sopra citata l’ambasciatore sforzesco aggiunge che sempre secondo “uno ex marchionibus de Ceva [venuto] de Bergogna” il malato Carlo VII “ha facto iurare ali baroni del reame la fidelità in le mano del duca de Bari, suo secondo figlolo, he […] lo duca de Bergogna l’ha iurata ha delphino de Franza, manchando lo re, he […] gli ha promesso de meterlo in reame cum cento milia combatanti“. In questo contesto avviene dunque la liberazione di Ludovico di Savoia, appoggiato dal delfino (al cui seguito si muove Filippo il Buono) e dal duca di Milano, e che avviene pertanto prima del 2 aprile, giorno di Pasqua del 1458, benché nella storia alla rovescia Francesco Sforza non risulti inviare appunto entro il 2 aprile la “littera de familiaritate” e la “litera de passo” che, come riportato nel post scriptum di Corradino Giorgi del 14 marzo, “Glaudio de Langino” risulta richiedere “per par de una bona parte deli zentilomini he baroni de questo paise de Sabaudia“, pregando l’ambasciatore ducale “pregasse la signoria vostra che, volendo concedere dicte littere, facesse presto e che le havese de qua da Pasqua, però che la memoria havea a confrire con la signoria vostra era de tale natura ch’era bisogno de celere e breve expeditione e che, non havendo dicte littere al termino soprascrito, non poterebe venire dala signoria vostra et ali soi sarebe forza prendere altro partito“. Il 28 marzo la stipulazione dell’alleanza sabaudo-sforzesca si trova a un ottimo punto, ma, per intraprendere i passi conclusivi, è necessario che gli ambasciatori di Ludovico di Savoia possano recarsi a Milano. Si rende pertanto necessario trovare “qualche casone honesta et legiptima scusa de venire“, come scrive Corradino Giorgi nel suo post scriptum del 14 marzo riferendosi alle parole di “Glaudio de Langino“, solo che poi quest’ultimo “per par de una bona parte deli zentilomini he baroni de questo paise de Sabaudia” domanda una “littera de familiaritate” e una “litera de passo“, richieste che Francesco Sforza non può accogliere o almeno può solo in parte. Nella minuta datata 6 aprile il duca di Milano replica infatti così: “Ala parte de quello te ha dicto per mezanità de Iacomo Berreta quello Claudio de Langino et dela lettera de familiarità quale el richede per venire da nuy etc. dicemo che nuy gli concederessemo voluntiere la dicta littera, ma, consyderando che per concedere tal littera ne poteria seguire qualche carico et detrimento al’honore nostro, perché, sapendosse dela dicta littera, forse saria pensato de nuy quello che non fosse et anche ne poteria seguire qualche scandalo et periculo al dicto Claudio, n’è parso meglio de non concederli la dicta littera”, anche se poi Francesco Sforza si convince a inviare la “lettera de passo”. Se dunque è vero che bisogna ricorrere a “qualche casone honesta et legiptima scusa de venire“, essa non può consistere in una “littera de familiaritate“, “perché, sapendosse dela dicta littera, forse saria pensato de nuy quello che non fosse”, ossia che i due duchi si stanno alleando, fatto che invece corrisponde alla realtà, ma rispetto al quale bisogna comportarsi con grande riserbo, estrema cautela e massima segretezza, non potendosi agire allo scoperto per via delle “guardie” filofrancesi, pur sempre presenti, anche se in grande difficoltà, e alle quali probabilmente il duca allude quando scrive che “anche ne poteria seguire qualche scandalo et periculo al dicto Claudio”. Il problema consiste dunque nel trovare un pretesto che consenta agli ambasciatori sabaudi di recarsi a Milano senza destare eccessivi sospetti. Si spiega così l’inasprirsi dei rapporti tra Francesco Sforza e Ludovico di Savoia sin dall’inizio di aprile. In una minuta del 7 del mese diretta al suo ambasciatore il duca di Milano scrive infatti: “Novamente siamo avisati che quello illustrissimo .. signore duca ha mandato una gran multitudine de zente in le terre de messer Aluyse Bollero et de messer Honorato, conte de Tenda, quale non solamente hano tolto Centallo, ma etiandio discorso el payse et assacomanato et robato molto lochi, dela qual cosa molto ne maravegliamo et dolemo, perché essendo li predicti messer Aluyse et messer Honorato nostri aderenti et recommendati, come sa la signoria soa, haveressemo creduto ch’essa signoria soa li devesse havere favoriti et ayutati quando fossero stati offesi da altri, come l’è obligata per vigore dela liga italica, non che haverli mandato el campo a casa et datoli tanti danni et oltragii et tractatali come proprii inimici”. Sei giorni più tardi, ossia il 13 aprile, Francesco Sforza informa i suoi ambasciatori a Venezia, Firenze, Roma e Napoli “ch’el prefato signore .. duca ha mandato da sei a VIIIm persone a campo ale terre soe et toltogli Centallo, la principale terra ch’el havesse, et Demonte […] et ha combatuto lo Rocha Sparavara et assacomanato molto lochi et ville soe et tolto la rocha de Vernante ali prefati conti de Tenda”. Un commento molto interessante su questi eventi viene fatto da Angelo Acciaioli, il quale in una lettera datata 19 aprile scrive al duca di Milano: “Questa mossa delle genti del duca di Savoia, sanza havere riguardo al re di Franza o al re Rinato o alla signoria vostra, mi fa pensare da che possa nascere tale ardire, perché di sua natura Savoia non è tanto ardito, ma bene credo che il re di Franza, per offendere et disfare quegli amici del dalphino, conforti il duca di Savoia a quella guerra segretamente, non stante che habia mandato e sua ambasciadori con altra comissione, ho veramente il duca de Savoia s’è mosso per la disfida che gli mandò tre mesi fa il re Rinato. Queste novità di là daranno al passare de franzesi qualche noia”. Innanzitutto rileviamo come, al di là di alcune supposizioni avanzate, Angelo Acciaioli fornisca l’informazione certa che Ludovico Bolleri appartiene agli “amici del dalphino”, osservazione che consente di precisare meglio quanto scritto da Francesco Sforza in una lettera riportata nel Registro delle Missive 38, diretta al Consiglio Segreto e datata 25 ottobre 1457, ossia che “ala dicta maiestà è stato referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy etc., del che, standovi suspecta la maiestà sua, intendiamo ha ordinato de mandare soy ambassatori ala signoria de Venetia per obviare a questa materia et tentare altre materie”. Non è però ben chiaro a quale “altra comissione” degli “ambasciadori” del “re di Franza” intenda alludere Angelo Acciaioli. Molto probabilmente egli si riferisce a quanto il duca di Milano simula di credere nella storia alla rovescia della sua corrispondenza con Corradino Giorgi, che si può riassumere con quanto riportato nella minuta del 6 aprile, nella quale riguardo a Ludovico Bolleri Francesco Sforza esorta il suo ambasciatore a “recordare, con quelli honesti modi te parirano essere meglio, ch’esso signore .. duca de Savoya sia quello che lo liberi […] perché, liberandolo la signoria soa, gli ne sarà molto più honore che s’el .. re de Franza o nuy l’havessemo in le mane et lo liberassemo […] nì farà cosa ingrata ala maiestà del .. re de Franza nì etiandio al re Renato, havendo loro mandato li soi ambassatori et sollicitando tanto caldamente la liberatione d’esso”. In realtà, però, nella lettera dell’inviato milanese spedita il 14 marzo da Ginevra gli ambasciatori di Carlo VII risultano non tanto richiedere la “liberatione”, quanto che “domino Aloysio Boleri e Centallo sciano remissi in le mane del re de Franza“, prospettiva che non entusiasma particolarmente Ludovico Bolleri, che “serebe più contento de essere liberato qui, pur, quando non se posa fare altramente, è contento de andare in Franza“. Queste ultime parole, tuttavia, rientrano a pieno titolo nella storia alla rovescia, in quanto è chiaro che Ludovico Bolleri, amico del delfino fatto catturare dal maresciallo di Savoia Jean de Seyssel su mandato di Carlo VII perché, come detto sopra, “ala dicta maiestà è stato referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy”, non possa gradire di andare in Francia, dove non è ben chiara quale sarebbe stata la sua sorte. E non a caso al proposito nella minuta del 6 aprile cui abbiamo accennato sopra Francesco Sforza prosegue così riguardo al fatto che che sia il duca sabaudo a liberare Ludovico Bolleri: “Et questa via tanto più laudiamo quanto che sapiamo per lo scriver tuo ch’el dicto domino Aluysio più la desidera et in vero più fa per sì per molti respecti, maxime per esser spazato più presto”. Cercando dunque di riassumere quanto sin qui esposto, il 28 marzo il partito ostile al gruppo filofrancese di Jean de Seyssel sopravanza quest’ultimo grazie all’appoggio del delfino e del duca di Milano, con il quale Ludovico di Savoia si sta alleando. Pochi giorni più tardi lo stesso duca sabaudo attacca alcune terre di Ludovico Bolleri e di Onorato Lascaris, nientemeno che “amici del dalphino” e “aderenti et recommendati” di Francesco Sforza nella Lega Italica. Non vi è tuttavia nulla di particolarmente inspiegabile in questi eventi: si tratta infatti di operazioni concordate, di una simulazione, necessaria per creare i presupposti per l’invio degli ambasciatori di Ludovico di Savoia a Milano senza creare eccessivi sospetti nelle “guardie” filofrancesi. Allo stesso modo il 28 marzo si può considerare conclusa la prigionia di Ludovico Bolleri. Tuttavia, anche in questo caso, per via della sorveglianza dei filofrancesi, non è possibile procedere alla sua liberazione come se nulla fosse e così anzi essa diverrà occasione di ulteriori contrasti fra i due duchi, naturalmente frutto di finzione. Per uanto riguarL’ipotesi avanzata da Angelo Acciaioli che “il re di Franza, per offendere et disfare quegli amici del dalphino, conforti il duca di Savoia a quella guerra segretamente” è smentita dallo stesso Acciaioli alla fine della missiva, quando scrive che “Queste novità di là daranno al passare de franzesi qualche noia”. I francesi si stanno infatti apprestando a prendere il controllo di Genova. Che, “per offendere et disfare quegli amici del dalphino”, Carlo VII induca Ludovico di Savoia a impegnarsi in azioni belliche in grado di creare “qualche noia” proprio nell’impresa ligure pare francamente molto improbabile. Come si sarà notato, sin qui si è parlato del sostegno di Francesco Sforza al duca sabaudo, dell’alleanza fra i due e della necessità per entrambi di simulare un conflitto

con gli attacchi ad alcune terre di Ludovico Bolleri e Onorato Lascaris, conte di Tenda, da parte del duca sabaudo e la liberazione della stesso Ludovico Bolleri il 28 aprile in base tuttavia a condizioni che Francesco Sforza non è disposto ad accettare. Per quanto esuli dal tema del presente articolo, riteniamo possa essere interessante un approfondimento.

Il gruppo Giacomo Beretta/Francesco Tomatis, Jean de Compey e Corradino Giorgi è all’opera e a conferma di questo il 18 aprile 1458 Corradino Giorgi scrive in chiaro al termine di una lettera in cifra: “Post scripta. Lo introccluso scripto hè de domino Francescho de Tomatis, lo quale sce recomanda a vostra signoria per mile volte. E lo povero vegio n’à grande bisogno, però ch’è maltratato e in grande necesciatà. Sci che vostra signoria intenderà quanto el scrive, avisando ch’è cano de vostra signoria he d’è homo da fare bono concepto. Datum ut in prescetibus anexis ut per idem Conradinum”. Ma poi l’ambasciatore precisa che “lo suprascripto amico non ha dato né scripto suprascipto, però che anchora non era finito he per aspectarlo non ho voluto tarder lo messo, ma prega vostra signoria gly scia recomandato, che l’è a grande strecta etc.”. Nella storia alla rovescia si vuole dunque simulare che la posizione di Francesco Tomatis sia decaduta al punto che Corradino Giorgi non ha avvertito la necessità di mettere in cifra la parte che lo riguarda e che lo stesso Francesco Tomatis, uomo che sinceramente vuole l’alleanza fra i due duchi, sia stato utilizzato da Ludovico di Savoia per avanzare proposte di lega a Francesco Sforza, ma solo per renderle credibili, servendosene come un’esca di cui disfarsi al momento opportuno, mentre il duca sabaudo aveva ben altre intenzioni, ossia guadagnare tempo senza liberare Ludovico Bolleri e anzi intraprendere iniziative militari: all’inizio di aprile, infatti, prende la terra di Demonte dello stesso Bolleri e la rocca di Vernante di Onorato, conte di Tenda. La realtà è invece ben diversa: Francesco Tomatis continuò ad agire in vista della segreta alleanza sabaudo-sforzesca e le azioni militari erano concordate (tema che approfondirò in un altro momento). Fra l’altro la lettera esordisce in cifra così: “Ho intexo quanto sce grava la signoria vostra de mi non habia visitati questi signori ambasciatori del re de Franza quali erano qui he la iniuntione me fa la signoria vostra, la qual statim haverea exequita sce gli fosano stati, ma erano zà partiti, como ha potuto intendere la signoria vostra per una mia data a desdoto del passato“, ma nelle parole riportate c’è un errore di datazione, perché la lettera cui ci si riferisce è del 28 marzo ed è quella in cui si legge: “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato“. Quindi nella lettera del 18 aprile da un lato si rimanda con un errore di datazione alla liberazione del duca di Savoia avvenuta grazie all’intervento del delfino, dall’altro con la parte in chiaro riguardante la presunta sventura di Francesco Tomatis si allude all’alleanza sabaudo-sforzesca, strettamente connessa alla stessa liberazione di Ludovico di Savoia a opera del delfino. Si noti inoltre l’ironia implicita delle parole in chiaro con la simulazione di una sorta di effetto di reale: si finge infatti che Corradino Giorgi abbia scritto la lettera in cifra, poi abbia aggiunto il primo post scriptum parlando di un “introccluso scripto” che però non era ancora “introccluso” ed evidentemente era stato solo annunciato a voce, visto che dal secondo post scriptum veniamo a sapere che “lo suprascripto amico non ha dato né scripto suprascipto, però che anchora non era finito he per aspectarlo non ho voluto tarder lo messo”. Tutta questa presa in giro mira a far riflettere il lettore sul fatto che invece il 18 aprile è un momento importante della stipulazione dell’alleanza fra i due duchi, nella quale Francesco Tomatis svolse un ruolo fondamentale, e il riferimento implicito a una comunicazione orale costituisce un importante indizio riguardo a essa (altro argomento che approfondirò in un altro momento).

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Una missiva per Corradino Giorgi, ma scritto “Georgio de Conradinis”

In merito al fatto che la corrispondenza tra Francesco Sforza e il suo ambasciatore in Savoia Corradino Giorgi costituisca una storia alla rovescia vorrei fare alcune considerazioni che permettono di comprendere come la definizione sia tutt’altro che peregrina. In una lettera del Registro delle Missive 34 datata 26 ottobre 1457, presente ai ff. 323v-324r, il destinatario, al quale si scrive: “Perché siti per andare allo illustre signore duca de Savoya per lo facto de messere Aluyse Bollere”, è infatti “Georgio de Conradinis parte Cichi etc.”, cioè Corradino Giorgi ma con il nome e il cognome al contrario: si tratta di un’allusione rivolta al lettore proprio riguardo al fatto che la corrispondenza di Francesco Sforza con il suo ambasciatore costituisce una storia alla rovescia. Che si tratti di un errore significativo è confermato dal fatto che prima, in fondo al f. 322r, è riportata una nota di carattere redazionale del 21 ottobre, che reca la data topica “Mantue”, nella quale è scritto: “Suprascripte littere que facte erant in personam domini Francisi de Fossato refacte fuerunt in personam Georgii de Conradines familiaris”, con Corradino Giorgi di nuovo scritto con il nome e il cognome al contrario. Le “Suprascripte littere” cui ci si riferisce sono le “littere credentiales in personam egregii militis domini Francisi de Fossato” del 15 ottobre con data topica “Laude” e dirette a Ludovico di Savoia, Anna di Cipro e Giovanni del Carretto. Si vuole probabilmente simulare che lo sbaglio consistente nello scrivere per disattenzione “Georgii de Conradines” nella nota di carattere redazionale del 21 ottobre da Mantova in fondo al f. 322r sia alla base dell’errore nella missiva del 26 ottobre da Cremona ai ff. 323v-324r. Il problema è che ai ff. 178r-v del Registro delle Missive 38 è riportata una lettera diretta al Consiglio segreto, che è del 21 ottobre e reca la data topica “Mantue”, quindi come la nota di carattere redazionale citata del Registro delle Missive 34, nella quale Corradino Giorgi è nominato correttamente e in cui fra le altre cose si fa pure riferimento alle “lettere soe de credenza”. In essa si legge infatti: “Havemo recevuto le vostre lettere de dì XVII et XVIII del presente et inteso quanto ne scrivete della difficultà fa domino Francisco da Fossato ad non volere andare dal .. duca de Savoya se non ha tante cose etc. et del parere vostro che seria de mandare in suo locho Conradino Zorzo, quale è non manco sufficiente de luy. Dicimo che nuy se conformamo col parere vostro et cossì siamo contenti dicto Conradino vada dal prefato .. duca in loco del dicto domino Francisco, al quale farete dare l’andata per quattro cavalli et per uno mese et cum luy mandarete uno cavallaro […] Nuy ve mandamo alligate le lettere soe de credenza”. Questa missiva permette di ribadire che i due casi sopra segnalati di Corradino Giorgi scritto con il nome e il cognome al contrario nel Registro delle Missiva 34 siano errori significativi, con i quali si intende informare il lettore di quanto già rilevato, ossia che la corrispondenza tra Francesco Sforza e il suo ambasciatore in Savoia costituisce una storia alla rovescia. Ma proseguiamo. La missiva precedente a quella menzionata ai ff. 323v-324r datata 26 ottobre e inviata a “Georgio de Conradinis parte Cichi etc.” è diretta ad Abramo Ardizzi, referendario di Alessandria, e datata 25 ottobre 1457 (f. 323v). Riguarda una questione di denaro che la comunità di Sezzadio deve consegnare a Ludovico Bolleri e che si trascina da alcuni mesi. In essa si leggono le seguenti parole: “Dappuoy che la confessione è facta per lo magnifico baylì ad li homini de Seze per li denari che hanno ad numerare al magnifico messere Aluyse Bolleri è bona e valida, como siamo informati, quia nunc la magnifica madonna consorte d’esso messere Aluyse ne ha mandato qua ad fare instantia che gli faciamo fare el numerato deli dicti denari, ala quale deliberamo non mancare in cosa alcuna, nedum in questa cosa, ma etiamdio in ogni cosa possibile per la liberatione d’esso messer Aluyse, volemo che, recevuta questa, subito stringi per ogni remedio li dicti homini da Sezze ad numerare statim dicti denari”. Il duplice accenno al verbo “numerare” accanto a “numerato” in una lettera che precede una missiva inviata a Corradino Giorgi scritto al contrario pare piuttosto sibillino, quasi a sottolineare che rispetto alla corrispondenza con l’ambasciatore sforzesco bisognerà procedere a compiere qualche conteggio, sottintendendo in relazione alle “prese” del documento intitolato “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.“. Si dirà: è un caso. Proviamo a verificare. Il concetto è ribadito in una missiva diretta al comune e alla comunità di Sezzadio datata 12 settembre 1457 (f. 306r), in cui si legge: “Per un’altra nostra neli giorni passati vi scripsimo che devesti respondere al magnifico messer Lodovico Bollero, nostro compare, ducati quattrocento alluy assignati per lo magnifico domino Raynaldo Dresnay, governatore d’Ast, sopra li denari quali vuy li dovete dare per la conventione facta per vuy con soa magnificentia, li quali CCCC ducati fino mò non gli havete vogliuto numerare, secundo da luy havemo inteso, non obstante ch’el vi habia mandato lì la confessione in carta del prefato magnifico domino Raynaldo, et hoc perché pare opponati che dicta confessione non è valida et ben cauta per vuy. Or, perché deliberamo nuy omnino che siano observate le promesse fatte al prefato magnifico governatore d’Ast et attesi li termini presi con sì et convenuti et etiam veduto che soa voluntà è che deli denari della dicta conventione ne siano dati li dicti CCCC° ducati al prefato messer Lodovico, igitur volemo et così ve commandiamo che debiate statim numerare li dicti CCCC° ducati al cancellero d’esso magnifico domino Lodovico aut ad qualunque suo legittimo mandatario, senza exceptione alcuna”. Come si sarà notato, nel passo riportato il verbo “numerare” compare due volte. Il 5 luglio 1457 al f. 246v Francesco Sforza scrive al podestà, al comune e alla comunità di Sezzadio: si può considerare la lettera con la quale vengono definiti i termini della questione. Il problema è che essa è datata “XXVIIII aprilis 1457”, poi viene depennato tutto fuorché “V” e “iulii” viene scritto nell’interlinea alla fine di “aprilis” depennato. Il numero “V” associato ad “aprilis” depennato rimanda alla storia alla rovescia cui si è accennato all’inizio, e più precisamente alla lettera di Corradino Giorgi datata 5 maggio 1458 in cui in un primo momento l’ambasciatore scrive “5 aprilis” e poi sopra “aprilis” depennato inserisce “madii”. Il 12 maggio, segnalando la ricezione di questa lettera e il proprio piacere per “la deliberazione presa per quello illustrissimo signore .. duca […] de liberare” il 28 aprile precedente Ludovico Bolleri, Francesco Sforza sbaglia data e l’assegna al 2 maggio. Come vedremo in un prossimo articolo, il duca compie un errore volontario, scambiando il numero “5” secondo la numerazione araba per un “II” secondo la numerazione romana, che fra le altre cose ha ripercussioni nel conteggio delle “prese”. In ogni caso il numero “V” associato ad “aprilis” depennato della missiva del 5 luglio diretta al podestà, al comune e alla comunità di Sezzadio vuole dunque riferirsi all’anno successivo. Si dirà di nuovo: è un caso. Non credo, perché la lettera che al f. 246v la precede è diretta “Serenissimo regi francorum” ed è datata “die XXVIII° 1457”: benché Vincent Ilardi scriva che essa è datata “April 28, 1457″, il mese in realtà è assente. Senza dubbio aprile è il migliore candidato per completare la data cronica della missiva, come suggerito da Ilardi, ma il fatto che non sia indicato mira a sottolineare l’importanza della data 28 aprile, non però del 1457, bensì anche in questo caso del 1458, giorno in cui nella storia alla rovescia avverrebbe la liberazione di Ludovico Bolleri. Inoltre l’assenza dell’indicazione del mese di aprile è un modo per sottolineare come nella missiva successiva sia proprio l'”aprilis” depennato cui bisogna fare attenzione, che si riferisce anch’esso all’anno successivo. Nessuno vuole sostenere che la lettera non sia stata realmente inviata al re di Francia, ma che nella redazione dei registri il duca di Milano potesse fare molteplici giochi e che almeno la sezione qui in esame del Registro delle Missive 34, sapendo che sarebbe stata esibita, sia stata redatta molto tempo dopo rispetto al reale invio delle lettere, in modo da poterla disseminare degli opportuni indizi. Al proposito può essere anche il caso di rilevare come venga fatta dell’ironia. Infatti, mentre, come detto, con la lettera diretta al re di Francia datata “die XXVIII° 1457” e con quella successiva con “V” e “aprilis” depennato si vuole far capire che nella realtà quella sezione del registro non è stata redatta nel 1457, ma nell’anno successivo, correggendo nella seconda missiva la data “XXVIIII aprilis 1457” in “V” ”iulii” ci si fa nel contempo beffe del lettore (al proposito non si deve dimenticare che nell’enigmatico documento sulla polvere è scritto: “quisti ali quali se ha ad fare questa beffa”), insinuando palesemente il falso, ossia che quella sezione sia stata redatta in un periodo compreso tra la fine di aprile del 1457 e il 4 luglio dello stesso anno, altrimenti, se la lettera di cui sopra fosse stata registrata il 5 luglio, evidentemente lo si sarebbe fatto direttamente con la data giusta 5 luglio, senza dunque che fosse necessaria alcuna correzione. A fronte quindi di missive che si vuole suggerire siano state inviate e poi registrate a grande distanza di tempo, si simula il contrario, ossia che una lettera sia stata registrata a fine aprile senza essere spedita e che l’invio sia avvenuto solo in un secondo momento, come suggerito dalla data corretta. Sono tutti escamotage cui il duca ricorre per far comprendere i giochi che poteva compiere nella redazione dei registri. Il fatto però che nella lettera diretta al re di Francia il mese non sia segnalato serve per suggerire che il “die XXVIII°” potrebbe accompagnarsi anche ad altre soluzioni oltre ad aprile, assumendo così significati diversi. Riprendiamo in esame la missiva successiva datata 5 luglio diretta al podestà, al comune e alla comunità di Sezzadio. Come abbiamo visto, il numero “V” associato ad “aprilis” depennato rimanda alla lettera di Corradino Giorgi datata 5 maggio 1458 in cui in un primo momento l’ambasciatore scrive “5 aprilis” e poi sopra “aprilis” depennato inserisce “madii”. Il 12 maggio, segnalando la ricezione di questa lettera, Francesco Sforza sbaglia data e l’assegna al 2 maggio. Tuttavia, poiché l'”aprilis” depennato della lettera cui si riferisce resta per così dire “attivo”, si vuole in realtà alludere al 2 aprile, cioè il giorno di Pasqua del 1458, che nella corrispondenza fra Corradino Giorgi e il duca di Milano significa “liberazione” rispetto al duca di Savoia. In questo caso il “die XXVIII°” della lettera precedente a Carlo VII risulterebbe riferito al 28 marzo del 1458, data della missiva di Corradino Giorgi in cui si legge: “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato h questa stimula he conforta questo signore a liberare domino Aloysio Bolero“. Se nella storia alla rovescia la liberazione di Ludovico Bolleri sarebbe avvenuta il 28 aprile 1458, nella realtà, come vedremo in un prossimo articolo, la liberazione dello stesso Ludovico Bolleri e di Ludovico di Savoia è avvenuta prima della Pasqua dello stesso anno, come riportato nella lettera sopra menzionata, che, a sottolinearne l’importanza, è interessata da un errore di datazione. In una missiva del 18 aprile 1458 l’inviato sforzesco scrive infatti: “Ho intexo quanto sce grava la signoria vostra de mi non habia visitati questi signori ambaxatori del re de Franza quali erano qui he la iniuntione me fa la signoria vostra, la qual statim haverea exequita sce gli fosano stati, ma erano zà partiti, como ha potuto intendere la signoria vostra per una mia data a desdoto del passato“. La lettera cui si riferisce l’ambasciatore non è però datata “a desdoto del passato“, ma “28 martii 1458”, ed è quella riportata sopra nella quale si legge: “Sapia la signoria vostra che li ambaxadori del re di Franza sono partiti e malcontenti“. Che la lettera del re di Francia del f. 246v voglia anche suggerire la data del 28 marzo è confermato dall’esame di altri indizi relativi a una redazione per così dire tardiva della sezione qui in esame del Registro delle Missiva 34 cui abbiamo accennato sopra. Al proposito segnaliamo la missiva priva di data del f. 244r diretta a Jean de Seyssel (“Domino Iohanni de Seiselo, marescallo Sabaudie”), capo del partito che ha condotto Ludovico di Savoia “a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero”, come scritto in una lettera del 14 marzo 1458 di Corradino Giorgi. Nella sua parte iniziale si legge: “Gratum admodum nobis fuit intelligere per relationem nobilis familiaris nostri Gullielmini Lanzavechie de Alexandria quam prompto animo se exhibuerit vestra magnificentia, quantam[m] operam dederit pro remissionibus malefactorum fiendis etc.”. L’argomento (si tratta dei trattati di estradizione) è lo stesso di cui si parla nelle due missive precedenti del f. 243v: la prima diretta “Domino duci Sabaudie” e datata “Mediolani, 18 aprilis 1457”, la seconda indirizzata “Dominis de ducali Consilio sabaudiensi” e datata “Mediolani, ut supra”. Segue quindi all’inizio del f. 244r la lettera diretta a Jean de Seyssel, la quale non presenta alcuna indicazione per quanto riguarda la data e quindi ne risulta priva. La missiva priva di data al filofrancese Jean de Seyssel e la missiva del f. 246v datata 5 luglio diretta al podestà, al comune e alla comunità di Sezzadio nella quale in sostanza il numero “V” associato ad “aprilis” depennato rimanda al 2 aprile 1458, giorno di Pasqua simbolo di “liberazione” per il duca di Savoia, consentono di affermare che l’incompleta data cronica “die XXVIII° 1457” della lettera a Carlo VII dello stesso f. 246v può essere integrata anche con il mese di marzo, intendendo dunque il 28 marzo del 1458, quando, come scritto da Corradino Giorgi nella sua missiva, “la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa” e guidata da Jean de Seyssel, viene sopravanzata da quella avversa. Ma è possibile fare un’ulteriore considerazione sulla lettera per Carlo VII del f. 246v che reca la data cronica “die XXVIII° 1457” e precede quella datata 5 luglio per il podestà, il comune e la comunità di Sezzadio che ha come oggetto una somma di denaro da consegnare a Ludovico Bolleri. All’inizio del f. 243v si trova infatti una missiva diretta “Dominis de ducali sabaudiensi Consilio cismontano” datata 16 aprile il cui argomento è Arcimbaldo d’Abzat, ossia il mercenario guascone che il 28 settembre successivo avrebbe catturato Ludovico Bolleri consegnandolo al duca di Savoia. In una missiva sempre del Registro delle Missive 34 per Abramo Ardizzi, referendario di Alessandria, e datata 28 settembre, presente ai ff. 314v-315r, si legge infatti: “N’è dicto in questa hora per uno messo del magnifico nostro compare messer Aluyse Bollera che per certi cativi è stato scallato lo suo castello de Centallo, nel quale è stato preso luy, la donna soa, li figlioli et tutti li soi”. Tornando alla missiva riguardante Arcimbaldo d’Abzat, in essa è scritto: “Intelleximus Arcembaldum, predonem illum famosum qui Saliceti morabatur, iussu vostro in terra Pinaroli detentum esse. Is est qui redeunti alias ex Gallia ad nos spectabili militi domino Thome Reatino, consiliario nostro dilectissimo et tunc oratori, in finibus vestris et territorio excelse dominationis dominationis vestre Sabaudie seu recomendatorum suorum armata manu vim intulit vestesque et impedimenta ac bona demum omnia que secum attulerat diripuit. Itaque, non intendentes eam pati iniuriam que nobis potius quam ipsi domino Thome illata esse, magnificentias vestras hortamur et ex corde requirimus ut ipsum Arcembaldum custodiri et non relaxari facere volint, donec ab illustri domino domino vostro, ad quem proinde oratorem destinandum duximus, edocte fuerint quid de eo fuerit agendum, nec enim ambigimus celsitudinem suam, pro iure amicitie et affinitatis, huiusmodi crimen molestum aeque ac nos habiturum esse”. La vicinanza della lettera relativa ad Arcimbaldo d’Abzat, che si trova al f. 243v, a quella priva di data del f. 244r diretta a Jean de Seyssel, di cui nella sua missiva del 10 dicembre 1457 Corradino Giorgi dice che “hè lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario”, fa capire che la data “die XXVIII° 1457” della missiva per il re di Francia del f. 246v può essere integrata con un altro mese oltre ad aprile e marzo, ossia settembre, perché il 28 settembre è il giorno in cui viene catturato Ludovico Bolleri. Il duca di Milano fa così capire al lettore di sapere che l’operazione non è stata improvvisata, ma pianificata nei mesi precedenti, e di essere consapevole che Arcimbaldo d’Abzat ha agito su ordine di Jean de Seyssel, che a sua volta ha agito su mandato di Carlo VII, come del resto lascia filtrare la descrizione dei rapporti politici fra i vari protagonisti presente nella storia alla rovescia, per quanto in essa Francesco Sforza simuli di essere convinto che il re di Francia abbia come obiettivo la liberazione di Ludovico Bolleri. Tornando quindi all’argomento inizialmente in esame, riteniamo che in base agli elementi emersi sin qui a partire dalla lettera datata 26 ottobre 1457 dei ff. 323v-324r in cui compare il destinatario rovesciato “Georgio de Conradinis parte Cichi etc.”, quando nella missiva precedente al f. 323v diretta ad Abramo Ardizzi e datata 25 ottobre riguardante la questione di Sezzadio si impiega due volte il verbo “numerare” accanto a “numerato”, non venga fatto a caso, ma si voglia alludere al conteggio delle “prese” della minuta ducale intitolata “Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.“, che dal punto di vista cronologico si noti essere il primo documento di Francesco Sforza all’interno della corrispondenza con il suo ambasciatore in Savoia. I vari aspetti rilevati sopra servono inoltre a sottolineare l’importanza degli errori, di datazione e non, nella storia alla rovescia e negli epistolari collegati, come vedremo in un altro articolo. Per tornare brevemente alla faccenda di Sezzadio e chiudere l’argomento, può essere il caso di rilevare come essa caratterizzi anche le pagine del Registro delle Missive 34 successive al f. 323v nel quale è riportata la lettera per Abramo Ardizzi del 25 ottobre 1457. Se ne parla ancora infatti in una missiva del 25 novembre 1457 diretta ad Abramo Ardizzi (f. 338r), in cui vi è una occorrenza di “numerare”, in una del 10 gennaio 1458 (f. 352v) sempre per Abramo Ardizzi, in una del 12 febbraio (f. 365r) ancora per Abramo Ardizzi, in una del 25 febbraio (f. 373v) diretta al comune e alla comunità di Sezzazio, in cui compaiono “numerare” e “numerandoli”, in un’altra sempre del 25 febbraio (f. 373v) per Abramo Ardizzi, nella quale è presente una occorrenza di “numerare”, e infine in una del 10 marzo (ff. 380v-381r) diretta ad Abramo Ardizzi e al capitano d’Alessandria, in cui vi è un caso di “numerare”. Vi è anche un accenno all’inizio del Registro delle Missive 44 in una lettera del 12 maggio (f. 28v) per il podestà, il comune e la comunità di Sezzadio. Torniamo ora alla missiva datata 26 ottobre 1457 ai ff. 323v-324r il cui destinatario al contrario “Georgio de Conradinis parte Cichi etc.” costituisce un’anticipazione di come dovrà essere interpretato il racconto contenuto nella corrispondenza fra Corradino Giorgi e Francesco Sforza, ossia una storia alla rovescia. Per inquadrare meglio quest’ultima, la lettera successiva ai ff. 324v-325r, in latino e datata 30 ottobre 1457, è diretta “Serenissimo domino regi francorum”. Ai ff. 326r-v-327r vi è una traduzione in italiano di questa missiva, anch’essa diretta “Serenissimo domino regi francorum”. Le due lettere, però, non sono consecutive, perché fra l’una e l’altra ai ff. 325v-326r si trova una missiva datata 30 ottobre 1457 destinata “Illustri et potenti domino consanguineo et fratri honorando domino Carolo de Andegavia, comiti Cenomanie”, ossia a Carlo d’Angiò, fratello di Renato d’Angiò. Con la successione di destinatari “Serenissimo domino regi francorum”, “Illustri et potenti domino consanguineo et fratri honorando domino Carolo de Andegavia, comiti Cenomanie” e “Serenissimo domino regi francorum» si vuole che si compiano alcune inferenze: innanzitutto la sequenza rex-comes Carolus-rex vuole indurre il lettore a riflettere sul nome assente del re fratello di Carlo d’Angiò, ossia “Renato”, con il quale, come sappiamo, si intende alludere da un lato a Cristo e dall’altro al delfino Luigi, «re nato» in quanto figlio primogenito di Carlo VII, introducendo dunque al primo livello della storia alla rovescia. Poiché però il delfino si chiama “Loys” e poiché “Carolus” vale sia per il “rex Francorum” sia per il “comes”, si vuole per questa via far riflettere sul fatto che “Loys” accomuna il delfino, Ludovico (Loys) de Savoia e Ludovico (Aloyse) Bolleri, introducendo dunque a tutti i tre livelli che permettono di comprendere il messaggio velato che si vuole inviare con la storia alla rovescia, ossia che in essa Ludovico Bolleri sta per Ludovicus di Savoia, in quanto entrambi sono accomunati dal fatto di essere prigionieri sottoposti alla sorveglianza di guardie, e che il delfino/Cristo con la sua minacciosa Resurrezione libera il duca sabaudo (e anche ovviamente Ludovico Bolleri). Ritengo sia quantomeno da stolti sostenere che la missiva a Corradino Giorgi con il nome al contrario e la sequenza rex-comes Carolus-rex sia causale, tanto più se si considera che la prima è preceduta dalla missiva diretta ad Abramo Ardizzi riguardante la faccenda di Sezzadio con tutte le implicazioni che essa ha. E’ anzi piuttosto evidente come si voglia far intendere che il destinatario della storia alla rovescia sia il re di Francia nella persona degli ambasciatori che egli invierà presso il duca di Milano.  In ogni caso, anche rimanendo a un livello superficiale, che qualcosa di grosso bollisse in pentola lo si può intuire dalle lettere a Carlo VII, di cui di seguito riporto parte del testo di quella in italiano: “Son certo la maiestà vostra se dè recodare che più volte per alcuni gli è stato refferito che da mi erano state persone le quale me havevano recercato de fare contrahere nova amicicia, intelligentia et apontamento, la quale ad essa maiestà non era grata né acepta, et mi alli oratori della vostra maiestà che per questa casone la se dignò mandare da mi feci resposta et cossì ho facto dire più volte per alcuni di mei che sonno venuti da essa et etiamdio scripto per più mie lettere, como vero era che da alcuni era io stato rechiesto, ma che mi non gli havevo prestate oreghie […] tamen, perché quelli che altre volte hanno dicto tale cose et dele altre simile ad quelle porriano anchora de novo fare simile sinistre rellatione, como da più parte son avisato cossì essere facto, me son deliberato scrivergli la presente et quella certificare che, quantunche io sia stato pure tentato et rechiesto de intelligentia et apontamento, nondimeno gli ho facto quella medesma resposta che io ho facto altre volte”. E a cosa ci si riferisce qui se non a quanto scritto nel Registro delle Missive 38 in una lettera al Consiglio segreto datata 25 ottobre 1457, ossia che “ala dicta maiestà è stato referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy”?

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L’identificazione Cristo/delfino

Per far capire che la corrispondenza tra Corradino Giorgi e Francesco Sforza è percorsa dall’idea della minacciosa Resurrezione del delfino in quanto da identificarsi con Cristo e dalla contrapposizione tra lo stesso delfino, re nascente, e Carlo VII, sovrano invece prossimo alla morte, il duca si serve di documenti come questo del Registro delle Missive 44, f. 22r, datato 4 maggio. Il destinatario è Renato d’Angiò ed è riportato in questo modo: “Domino Renato regi Andegavie Renato”. Balzano agli occhi i seguenti elementi: 1) “Renato” ripetuto due volte; 2) “Andegavie” depennato; 3) “regi” riferito a nulla. E’ piuttosto chiaro che si vuole simulare che dopo “regi” sia stato aggiunto per sbaglio “Andegavie”, di cui Renato non era re, bensì duca, che poi è stato depennato senza però apportare alcuna correzione. I tre elementi considerati insieme inducono a ritenere che la ripetizione di “Renato” non sia un errore, ma a un primo livello costituisca un modo per alludere a chi è veramente “re nato”, ossia il delfino, figlio primogenito di Carlo VII. Inoltre è abbastanza evidente che ciò che manca in relazione a “regi” è “Yerusalem et Sicilie”. Renato d’Angìò era infatti re titolare di Gerusalemme. Per quanto riguarda il primo toponimo mancante, l’associazione di “Yerusalem” con la doppia ripetizione di “Renato” non lascia spazio a dubbi: si vuole alludere a Cristo, l’unico Re nato che con buon senso si possa mettere in relazione con Gerusalemme, da identificare con il re nato di cui sopra, ossia il delfino. L’identificazione Cristo/delfino che risorge non è pertanto affatto arbitraria (se ne parla anche qui). Inoltre il “regi” privo del secondo toponimo mancante, ossia “Sicilie”, e la cancellazione di “Andegavie” vogliono significare una minaccia alla pretesa al regno di Napoli da parte di Renato d’Angiò, che si vuole far capire verrà contrastata dal delfino, e un invito a rigare dritto per il futuro, che, considerata la precaria salute di Carlo VII, sarà a breve sotto il segno del re nato Luigi. Queste considerazioni, insieme ad altre che si potrebbero fare relative a diversi aspetti che tratteremo in altro momento, implicano che il Registro delle Missive 44 sia stato redatto con la consapevolezza che all’uopo poteva essere esibito (come del resto altri Registri, per esempio il 34). Sarebbe infine opportuno riflettere sulla data della missiva, ossia il 4 maggio, che all’interno della corrispondenza fra il duca di Milano e il suo ambasciatore in Savoia riveste un ruolo di particolare importanza, ma per il momento possiamo chiudere qui.

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«In principio Dio creò il cielo e la terra»

Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.

Primo. Le prese sono X per persone X, tutte seperate et tanto l’una quanto l’altra.
Item le dicte prese farano dormire circa VIII o X hore et, se ben costoro non dormissero, sarano fora de sentimento et tali che parerano como matti et debili et parerano che vogliano morire. Niente de mancho non morirano et farano acti et cose molto paze et, se ben, exequendo la cosa che se ha a fare, loro vedesseno quello se facesse, non se ha a temere questo, ma andare dreto et fugire, però che serano talmente fora di sé et debili, che non porano né conoscere né dire né obviare ad quello se farà, et anchora, se ben gli accadesse dire alcuna cosa che fosse a proposito, manche per questo se debia stare de andare dreto et fugire, perché serano fora di sé et pazi, como è dicto, avisando che, quando serano guariti, de tale caso non se recordarano de cosa sia facta.
Le dicte prese vogliono essere date in menestra, se l’è possibile, et maxime in menestra de lasagne con formagio et anche con qualche altra poca spetia et zafrano per colorarle, adciò non se acorzano dela polvere, benché la polvere habia similitudine de sapore al formagio et se vole dare con tale advertenza: che zaschuno ne habia la la presa sua et ch’el non gli ne remanga nissuno che non ne habia, ma che zaschuno se ne habia una presa secundo se manda neli cartozi et non più, adciò che non gli ne remanga veruno che non ne habia la sua parte et che veruno non ne mangia più de parte, però che chi ne mangiasse più de parte, zoè più che una dele dicte prese, gli poteria fare male, ma non che morisse.
Et, se per aventura non se gli potesse dare la dicta polvere in menestra, como è dicto de sopra, vedasse de darglila nel vino dolze torbido et con spetie, adciò non se possano avedere dela polvere, et ch’el sia apparichiato tanto vino dolze che basti, ma, perché nel vino non sarà così presta et bona operatione como saria nella dicta menestra, se vole compartere in questa forma, zoè quello se daria a cinque persone darlo a quattro, compartendo equalmente le parte per le taze, in modo che zaschuno ne prendesse la parte sua.
Et, quando in menestra o in vino non se potesse o non gli paresse de dare dicta polvere, se gli vole dare in pastelli, ita che ciaschuno habia la parte sua, como è dicto de sopra, ma el se vole fare li pasteli de tale forma che ciaschuno mangi el suo et che non gli ne avanzi niente, adciò che la cosa habia ad passare equalmente in tutti.
Ma se vole havere advertentia che, dando dicta polvere per menestra o per vino o per pastelli, como è dicto, la menestra o lo vino o lo pastello del’amico non gli ne habia niente et, se pur non se potesse fare che non gli ne fusse la parte sua, se vole providere ch’el non ne gusti, adciò non intervenesse a luy quello che intervenirà a chi ne gustarà.
Et, se questa polvere se darà per pastelli, se vole, quando serano cotti li pastelli, così caldi caldi levare la crosta de sopra et polverizarli suso la polvere con qualche altre spetie et poy retornargli la crosta, adciò che la vertù dela polvere non non manchasse de niente.
Et, se per caso advenesse che per esser scambiata la minestra o la taza o lo pastello al’amico, luy pigliasse dicta polvere et cadesse in lo errore, se vole providere primum che immediate rebutti fuori del stomacho ogni cosa over gli bevi dreto aceto assay et tanto ch’el butti fori ogni cosa et, se pur questo non bastasse ch’el non potesse contra la virtù dela polvere, se vole havere apparichiati lì alcuni deli soy che lo pigliano et lo portino via.
Et se vole providere sopra tutto che quisti ali quali se ha ad fare questa beffa non mangiano insalata né aceto, perché non è cosa che più smorzi la virtù dela polvere che fa l’aceto.
Et, se per caso gli fussero più persone che non sono li dicti cartozi de polvere, zoè più che X che guardasseno l’amico, non se vole dargli la polvere, ma mandare qua per de l’altra, che ve ne serà mandata tanta che bastarà per quanti serviereti.
Questa polvere starà ad comenzare de fare operatione da una hora fino a doe et tre et quanto più serano in loco caldo over haverano caldo, tanto più presto commenzarà ad fare operatione.
La prima cosa che operarà se gli farà dolere la testa, poy comenzarano ad dormenzarse et, se pur gli serà che non dormerà, farà acti et pazie, como è dicto de sopra, et per questo non se staga de fugire.
Ma se vole providere sopra tutto che lo amico non se movi ad fare niente né a fugire fin passato le tre hore dapoy che li guardiani haverano ricevuta la polvere et finché non li vederà o dormire o intrare in pazie, in modo ch’el veda de potere fare el facto suo.
Mediolani die X ianuarii 1458. Questa scriptura fo lecta et data ad intendere de verbo ad verbum al nostro illustrissimo signore in la camera sua del cane, presente el magnifico Cicho, magistro Stefano dali Denti et Zohan Biancho.

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