Errori riguardanti le date delle lettere

La ricostruzione della serie GS prima compiuta consente di rilevare che le lettere contengono alcuni pochi ma significativi errori riguardanti le date: essi sono volti a creare quello che con Roland Barthes (L’effetto di reale) potremmo definire «effetto di realtà» rispetto alla composizione materiale delle missive, al fine di simularne l’autenticità, e possiamo quindi considerarli la seconda marca di simulata autenticità.
Si tratta di chiedersi perché vengano commessi proprio quei determinati errori e non altri.
Prendiamo in considerazione un errore di Corradino Giorgi.
Dovendo scrivere in GS16 «5 maggio», l’inviato milanese sbaglia e scrive «5 aprile», poi corretto. Per comprendere la natura di questo errore, è necessario ricostruire la storia che esso ha alle spalle.
Come risulta da GS5 e GS6, rispettivamente del 14 e 17 marzo, la politica del duca di Savoia è profondamente condizionata dai filofrancesi del maresciallo di Savoia Jean de Seyssel; il «partito» guidato da Jean de Compey vorrebbe liberare il duca da tale soggezione, ma per poterlo fare necessita di un aiuto esterno, «maxime», come dice in GS6 Jean de Compey a Corradino Giorgi, «del tuo signore, duca de Mediolano, el quale, s’el volese che se intendesemo cum sua signoria, lo faremo fare liga […] cum questo nostro signore»; viene così deciso di inviare a Milano Claudio de Langin, il quale, come risulta da CG5, parlando con Corradino Giorgi, precisa che «hano deliberati queli che lo voleno mandare […] che la signoria vostra gli faza una littera de familiaritate»; ricevuta tale lettera, Claudio de Langin si recherà dal duca, riferirà quanto ha da riferire e poi «retornerà da questi soi e, secondo troverà la mente de la signoria vostra, se procederà ala conclusione». Ma, precisa l’inviato milanese, Claudio de Langin «me prega pregasse la signoria vostra che, volendo concedere dicte littere, […] che le havese de qua da Pasqua»: non avendo la lettera di familiarità entro la Pasqua del 2 aprile, «ali soi sarebe forza prendere altro partito», ossia seguire una politica filofrancese, concetto ribadito anche da Jean de Compey in CG6.
Corradino Giorgi, quindi, non può che attendere con ansia il 2 aprile e non può che avere deciso di dare un limite alla sua attesa, dopo di che scriverà di nuovo a Francesco Sforza: questo limite è evidentemente il 5 aprile, giorno in cui invia due lettere, una al duca, GS9, l’altra alla duchessa, GV3.
Nella prima riferisce che dovrebbe arrivare un ambasciatore borgognone, per sapere se Ludovico di Savoia voglia essere «franzoso ho borgognono»; è atteso anche Giovanni Dunois, detto il Bastardo d’Orléans, mandato dal re di Francia, la cui venuta è forse da mettere in relazione con quella dell’ambasciatore del duca di Borgogna; Francesco Tomatis, inoltre, gli ha detto di voler sostenere «per tuto el mondo» che Francesco Sforza ha «bona et optima rasone in lo duchato» e gli ha anche detto che «in brevi darà lo modo XXX a la signoria vostra de tore Ast al duca de Aurliens iuridice et iusta». In GV3 Anna di Cipro chiede alla duchessa di Milano se può inviarle «de ly primi sparsi aparenno in queli paisse». E’ chiaro quindi che GS9 e GV3 cercano di rappresentare al duca di Milano il fermento politico presente nel ducato sabaudo (anche GV3, in quanto la cortese richiesta di asparagi da parte di Anna di Cipro è indice della volontà di instaurare relazioni amichevoli con Francesco Sforza, pur restando poi da verificare se tale volontà sia reale o apparente), al fine di sollecitare una presa di posizione del duca di Milano.
Il 5 aprile 1458 è quindi data di estrema rilevanza simbolica per l’inviato milanese, avendo per lui il significato di una scadenza temporale non oltrepassabile: mediante l’errore consistente nello scrivere «5 aprile» invece di «5 maggio» si ritiene quindi che si voglia far credere non tanto e non solo che Corradino Giorgi abbia realmente scritto delle lettere il 5 aprile (che sarebbe ipotesi un po’ fragile), quanto che sia stato reale il momento di tensione alla base della redazione delle lettere del 5 aprile, da collegarsi all’ansiosa attesa della lettera di familiarità per Claudio de Langin entro il 2 aprile, con tutte le urgentissime questioni politiche a tale lettera riconducibili.
La tensione legata alla redazione delle lettere del 5 aprile, si vuol far credere, non è una finzione delle lettere e lo dimostra il fatto che, dovendo scrivere «5 maggio» in GS16, Corradino Giorgi, per così dire ancora sotto l’influsso non tanto della scrittura delle lettere del 5 aprile, quanto di ciò che lo aveva spinto a scrivere, sbaglia e scrive «5 aprile». Il numero «5» diviene quindi occasione per uno di quei fenomeni che Vincenzo del Monte (Ecdotica, p. 55) chiama «suggestioni di errori»: a questo punto «il mondo esterno, le conoscenze acquisite, principalmente l’abbandono […] [di chi scrive] a un suo discorso interno (linguaggio endofasico), […] con il favore delle suggestioni di errori, diventano la causa dell’errore». Nel nostro caso, quindi, la pregnanza che nella mente di Corradino Giorgi ha assunto come data il 5 aprile e la suggestione di errore dovuta al numero «5» di 5 maggio divengono per l’inviato sforzesco causa dell’errore consistente nello scrivere «5 aprile»: il tutto ovviamente finalizzato a far credere che le lettere del 5 aprile e del 5 maggio siano state realmente scritte: l’errore presente nell’ultima delle due, infatti, è come se lasciasse trasparire i segni di una vera stesura materiale delle lettere e parlasse di una vera storia personale delle missive, o quanto meno di alcune di esse, storia che senza il suddetto errore non sarebbe possibile immaginare.
Prendiamo ora in considerazione l’errore presente in una lettera di Francesco Sforza.
Ricevute tre lettere del suo ambasciatore, del 30 aprile, 3 e 5 maggio 1458 (rispettivamente GS14, GS15 e GS16), in SG6 il duca di Milano segnala sì la ricezione di tre lettere, ma del 30 aprile, 2 e 3 maggio. L’errore in questo caso è dovuto alla non corretta lettura di un numero di non facile grafia: il «5» di GS16 in effetti potrebbe sembrare un 2, ma in base al «5» di «1458» subito dopo esso risulta essere indubitabilmente un «5». Anche per comprendere questo errore, come già per quello di Corradino Giorgi, è necessario ripercorrerne la storia.
In GS12 del 18 aprile 1458 Corradino Giorgi scrive che «per la executione de la revocatione […] de le insolentie facte [contro le terre di Ludovico Bolleri] soa signoria [il duca di Savoia] manda […] domino frate Georgio da Piozascho». In seguito l’inviato sforzesco invia a Milano GS14 e GS15, come già detto del 30 aprile e del 3 maggio. In quest’ultima lettera scrive che «quello frate Georgio del quale ho scripto a vostra signoria deveva esser mandato a levare le offese et mettere campo a Centallo anchora non è partito, ma domane se parte».
Il 10 maggio 1458 il duca di Milano, ricevuta GS15, scrive immediatamente a Marchese da Varese a Venezia, perché riferisca al doge che Ludovico di Savoia «ultimamente, ne fe scrivere [GS12] per lo dicto nostro che è appresso alla signoria sua che mandava uno de soy [Giorgio Piossasco] ad fare tollere le offese et revocare le sue gente dalle offese del dicto domino Luysi». Ma non è avvenuto questo, anzi: «li soi [del duca di Savoia] hano tolto la rocha de Demonte del dicto domino Luisi et sono poi andati ad campo ad un altro locho del dicto domino Aluisi, chiamato la Rocha Sparvera, dove se trovano al presente, et gli hano piantate le bombarde»; inoltre, «per una littera che in questo dì havemo havuta dal dicto nostro appresso el prefato duca, facta de dì tre del presente [GS15], siamo avisati che anchora quel tale che deveva venire ad fare cessare le gente non è partito».
Il 10 maggio 1458, quindi, Francesco Sforza fa sapere al doge di Venezia che il 3 maggio Giorgio Piossasco risulta non essere ancora partito per le terre di Ludovico Bolleri.
Tuttavia, nel frattempo, il 5 maggio Corradino Giorgi risulta inviare GS16, nella quale è scritto quanto segue: «Ha potuto anchora vostra signoria intendere la partita de fra Zorzo per altre mie da qui, per andare ad exquire tuto quelo ho scripto a vostra signoria circha a li facti de domino Aloysse». Giorgio Piossasco è quindi partito il 4 maggio, come Corradino Giorgi in GS15 del 3 maggio aveva scritto sarebbe avvenuto, e di conseguenza l’informazione inviata a Venezia dal duca di Milano si rivela essere falsa.
Per ovviare a tale inconveniente, in SG6 del 12 maggio Francesco Sforza segnala sì la ricezione di 3 lettere del suo inviato, ma la lettera del 5 maggio, GS16, diviene del 2 maggio e in questo modo l’informazione mandata a Venezia riguardo alla non avvenuta partenza di Giorgio Piossasco risulta essere non più falsa, bensì vera.
Se infatti consideriamo GS16 del 2 maggio avremo la seguente sequenza: GS12 del 18 aprile: «Et per la executione de la revocatione […] de le insolentie facte soa signoria manda […] domino frate Georgio da Piozascho»; GS16 del 2 maggio: «Ha potuto anchora vostra signoria intendere la partita de fra Zorzo per altre mie da qui, per andare ad exquire tuto quelo ho scripto a vostra signoria circha a li facti de domino Aloysse»; GS15 del 3 maggio: «quello frate Georgio del quale ho scripto a vostra signoria deveva esser mandato a levare le offese et mettere campo a Centallo anchora non è partito, ma domane se parte», sequenza dalla quale risulta che Giorgo Piossasco non è ancora partito e dalla quale non si può non ricavare l’impressione che il duca di Savoia voglia procrastinare l’invio dello stesso Piossasco.
Ma GS16 non può essere lettera del 2 maggio, e a rendere impossibile tale attribuzione è lo stesso inviato sforzesco in GS17 dell’11 maggio, il quale commette a sua volta un curioso errore riferendosi alle date delle precedenti lettere da lui spedite, scrivendo: «per altre mie date a lo ultimo de aprili et al scecundo et quinto del prescente». La scorretta attribuzione di GS15 al 2 maggio è oltremodo significativa, perché dimostra che nella mente dell’inviato sforzesco una lettera erroneamente attribuita al 2 maggio e una lettera correttamente attribuita al 5 maggio potevano coesistere, il che esclude che la lettera del 5 maggio possa attribuirsi al 2 e spiega anche l’incipit di GS16 del 5 maggio: «Ha potuto intendere vostra signoria, per quanto scrisse per lo cavalaro», che significa che GS16 del 5 maggio è missiva spedita dopo GS15 del 3 maggio, separatamente da questa, e non può quindi essere arrivata insieme a GS15 né può essere scambiata per una lettera precedente il 3 maggio.
GS16 è quindi missiva del 5 maggio (che il 10 maggio, quando Francesco Sforza scrive a Venezia, non può certo essere arrivata a Milano) e il suddetto errore di SG6, consistente nella non corretta lettura del numero «5», scambiato per un «2», è commesso volontariamente, al fine di giustificarsi dinanzi a Sabaudi e Veneziani, nel caso fosse necessario, per l’informazione errata a questi ultimi fornita. E che sia un errore volontario lo dimostra anche il fatto che in SG6 non si fa il benché minimo accenno a Giorgio Piossasco: per forza! Si sapeva che era partito!
Di conseguenza, all’atto di mostrare l’intera serie GS, la buona fede di Francesco Sforza da tutto questo non potrà che uscirne enormemente rafforzata, perché egli sembrerà mostrare nientemeno che una lettera del suo inviato, GS17, la quale svela la malafede di un errore presente in una sua lettera, SG6 (è evidente che, all’opposto, si vuol far credere che, perché l’errore di SG6 potesse essere efficace, GS17 non poteva essere mostrata). Francesco Sforza, inoltre, dimostra di non avere la benché minima preoccupazione circa il fatto di non nascondere che SG6 sia lettera redatta con la consapevolezza che la si sarebbe potuta mostrare, quasi a dire che per le altre missive tale consapevolezza non era presente, e non esita a far mostra di quali giochi fosse in grado di compiere con le lettere del suo inviato, anticipandole o posticipandole: insomma, un vero e proprio sfoggio di buona fede, certo non di poco conto nel creare un effetto di realtà riguardo alla stesura materiale delle lettere, la cui autenticità non potrà quindi che sembrare sempre più verosimile.

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