9. Due passi indietro: «menare la cosa in longo et interim exequire li soi designi»

Come poterono Carlo VII e Renato d’Angiò comprendere che il duca di Milano e quello di Savoia stavano solo simulando di essere in conflitto? Innanzitutto bisogna ricordare le parole di Eleonora di Saluzzo in SaS1, lettera del 30 aprile: «Uno suo nepote, iamato Manuello de Tenda, per tributo ha dato lo castello de Demonte molto miseramente. Auto, trata sequite l’altro aprexo, donde hè l’altro fratello Bidono. [Io] fo tradito». Si è dunque in presenza di azioni militari tutt’altro che eclatanti. In prima istanza, però, è opportuno chiarire che non si trattava di fingere un conflitto in sé, risultato che si potrebbe definire secondario, bensì di avere pretesti per incontrarsi e definire i dettagli dell’alleanza, sfuggendo così alla sorveglianza delle spie del partito filofrancese. Al riguardo si può portare come esempio il modo in cui Corradino Giorgi e Jean de Compey entrarono in contatto, cominciando così i colloqui relativi alla futura lega di Borgogna.
Il 16 gennaio 1458 il duca di Milano scrisse M34-354r-v a Ludovico di Savoia, informandolo di avere saputo che «latam esse sententiam contra Iacobum Beretam, incolam civitatis Gebennarum, in favorem […] domini Iohannis de Campesio in causa quadam inter eos tunc vertente, cum idem Iacobus querelam exposuerit eam fuisse inique latam requiratque […] ad dictam nullitatem». Francesco Sforza richiede che «causam ipsam committere velit viris bene consientie et sientie ipsis partibus fidis, qui eam cognoscant et decidant in quam breviori termino et cum qua minori fieri poterit partium predictarum incommoditate». Il duca informa poi Corradino Giorgi di avere scritto a Ludovico di Savoia «in favore de Iacomo Bereta» e gli ordina di «fare ogni instancia et opera perché la causa […] de novo sia cognosciuta, non mancandoli dal canto tuo in tutto quello te serà possibile, perché ne faray cosa gratissima». Più tardi, il 21 febbraio, Francesco Sforza si compiace con il suo inviato, avendo «inteso che tu hay in le mane la differentia quale vertisse tra Iacomo Berreta, nepote de Gulielmino da Marliano, nostro citadino et mercadante, per una parte et domino Zohanne de Compeso per l’altra, […], et, quantunche siamo certi non te bisogna recomendare lo dicto Iacomo, perché l’è di nostri, nientedemeno, […], te lo recomandio» (M34-371v). Corradino Giorgi, dunque, ora si occupa del procedimento che oppone Giacomo Beretta e Jean de Compey, entrando così in contatto con il capo del partito filoborgognone. Così come nel febbraio del 1458 Corradino Giorgi e Jean de Compey riuscirono a incontrarsi con il pretesto della causa che opponeva il capo del partito filoborgognone a Giacomo Beretta, allo stesso modo nell’aprile seguente Ludovico di Savoia e Francesco Sforza si diedero a simulare scontri al fine di stabilire contatti. Si potrebbe dunque affermare che i due duchi siano impegnati a «menare la cosa in longo et interim exequire li soi designi», proprio l’accusa che in SG19-PS, minuta datata 2 maggio, il duca di Milano rivolge a Ludovico di Savoia appena informato della perdita del castello di Demonte.

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