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La vicenda della cattura di Ludovico Bolleri alla luce delle lettere sforzesche:
un sistema dei personaggi da chiarire

Verso la fine del settembre del 1457 Ludovico Bolleri, signore di Centallo, Demonte e Roccasparvera e visconte di Reillanne, località situata in Provenza, fu catturato dal mercenario guascone Arcimbaldo d’Abzat e consegnato a Ludovico di Savoia. La vicenda suscitò un certo clamore perché il signore di Centallo, i cui domini costituivano un’isola feudale all’interno del ducato sabaudo, era non solo «aderente» di Francesco Sforza, secondo la divisione dell’Italia in sfere di influenza politica sancita dalla Lega italica del 1455, ma anche vassallo di Renato d’Angiò.
Nel Dizionario Biografico degli Italiani Alberto Barbero sintetizza gli eventi in cui rimase coinvolto Ludovico Bolleri in questo modo:

l’ostilità [tra Ludovico di Savoia e il signore di Centallo], fino ad allora manifestatasi con azioni di disturbo, scoppiò in lotta aperta. Pretesto fu forse un litigio, dovuto a motivi di confine, fra un vassallo del duca di Savoia, Amedeo Faletti, ed il Bolleri. Essendo i contendenti vassalli di due diversi signori e non volendosi l’uno sottomettere al giudizio del signore dell’altro, si ricorse alle armi. Il B. assoldò un capitano guascone, Arcimbaldo d’Abzat, ma questi lo tradì ed il 29 sett. 1457 lo fece prigioniero e lo consegnò al duca Ludovico assieme col conte di Tenda. Lo Sforza se ne risentì ed anche Renato d’Angiò mandò ambasciatori a chiedere al duca il rilascio dei prigionieri. Iniziarono lunghe trattative alle quali si interessò anche il papa Callisto III, che con una lettera del 1° maggio 1458 ingiunse a Ludovico di desistere dalle vessazioni, di restituire quanto era stato sottratto, di rilasciare i prigionieri e di revocare tutte le decisioni prese a danno del Bolleri. La diplomazia sforzesca per conto suo mandò al Savoia un memoriale-ultimatum. Le pressioni che giungevano da ogni parte, comprese anche quelle della nobiltà della Savoia, indussero Ludovico a rilasciare il B., che di fatto il 1° giugno 1458 risulta essere in libertà.

Le parole di Barbero consentono di identificare un mandante e un esecutore materiale della cattura di Ludovico Bolleri, rispettivamente Ludovico di Savoia e Arcimbaldo d’Abzat. L’operazione sarebbe stata motivata da un «litigio» fra il signore di Centallo e Amedeo Faletti, vassallo del duca sabaudo. Chi scrive ritiene però che la lettura della corrispondenza che fra il dicembre del 1457 e il maggio del 1458 Francesco Sforza intrattenne con Corradino Giorgi, ambasciatore inviato in Savoia in seguito alla cattura di Ludovico Bolleri, consenta di delineare un quadro diverso.
Innanzitutto è opportuno rilevare la scarsa autonomia politica del duca sabaudo. In GS8, datata 14 marzo 1458, descrivendo la situazione del ducato di Savoia, l’ambasciatore milanese scrive infatti:

El è vero che questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero, unde lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, sce intende cum l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore. He questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore, avsando la signoria vostra che intendo che lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche […].

Il «mareschalcho» è il maresciallo di Savoia Jean de Seyssel. Questa descrizione viene confermata in GS9, del 17 marzo 1458, quando Corradino Giorgi riporta come fosse un discorso diretto le parole di Jean de Campey, guida del partito antifrancese:

«Coradino. No so se tu sapie li zentilomini, conti, baroni et cavaleri de questo stato de Savoia esser divisi doe parte, dele quale monsignor lo maneschalcho è capo de l’ina, la quale è tuta franzosa, senza alcuno mezo, et quela al presente guberna et rege questo stato al suo modo et como gli pare, como tu vedi, non pesando sulo honore né su el bene né sul’utile de questo nostro signore, ma de adinpire li soi pesire et voluntate et noi altri, quali al presente non semo de stato né de guberno he che cognoscemo questo nostro signore esser cumdicto a tanta subiectione che non ardische fare se no como voleno, e noi, che amemo el nosro signore et lo suo utile he honore, voremo prendere modo et via de liberarlo de tanta subiectione, unde cognoscemo questo non ne potere seguire senza lo favore et inteligencia de alcuno altro signore, et maxime del tuo signore, duca de Mediolano, el quale, s’el volese che se intendesemo cum sua signoria, lo faremo fare liga et bona inteligencia cum questo nostro signore he in modo che lo dicto signor nostro se liberarea da tanta subiectione de questi francesi, como sua signoria hè desiderosa, che sarebe grande utile del XX prenominato tuo signore, duca de Mediolano, et del stato suo he del nosro signore, he, non volendo dicto signore tuo havere la nostra inteligentia, ne sarà forza, per stare a casa nostra, haderirse cum la parte nostra inimicha, la quale continuamente praticha cum franzosi de metere gente d’arme insema et pasare li monti per andare adoso al duca de Mediolano, il che cognosco sarà gram detrimento de l’uno e l’altro stato».

Può essere utile rilevare che nei passi delle lettere riportati il termine «subiectione», riferito alla condizione di Ludovico di Savoia rispetto al re di Francia Carlo VII, ricorre cinque volte. Affermare dunque sic et simpliciter che il duca sabaudo, che «sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero» e che «non ardische fare se no como voleno», possa essere stato il mandante della cattura di Ludovico Bolleri, vassallo di Renato d’Angiò, di cui lo stesso Carlo VII si apprestava a sostenere le rivendicazioni in Italia, pare quanto meno avventato.
In realtà Ludovico di Savoia non aveva simili margini di manovra: un mandante più convicente pare senza dubbio il capo della parte che «al presente regna e guberna» in Savoia, ossia il maresciallo Jean de Seyssel, del quale in Giorgi1-Es si dice chiaramente che «hè lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario».
Il fatto tuttavia che l’autonomia del duca sabaudo fosse gravemente inficiata dalla presenza di Jean de Seyssel non implica che l’autonomia di quest’ultimo fosse illimitata: il maresciallo, a capo di una parte «tuta franzosa, senza alcuno mezo», «aderise» pur sempre «alo re de Franza», al quale in ultimo doveva rendere conto del suo operato.
Riteniamo pertanto opportuno distinguere fra un «mandante palese», Jean de Seyssel, e un «mandante occulto», da identificare con Carlo VII, di cui in Giorgi9-Es Guiotino de Nores, esponente del partito antifrancese, dice esplicitamente all’inviato sforzesco che «era quelo gli [a Ludovico Bolleri] havea facto fare quelo gli era facto» (al proposito è quasi inutile precisare che il re di Francia non poteva che procedere in completa sintonia con Renato d’Angiò). Un’altra testimonianza in questa direzione è fornita dal doge di Venezia, che, richiesto di esprimersi sulla vicenda di Ludovico Bolleri, alla fine di maggio del 1458 disse all’ambasciatore sforzesco Marchese da Varese che avrebbe voluto che il duca di Milano «fosse così sufficiente contra del capo come l’è contra dela coda, cioè contra lo re di Francia, come ben si pò vendicare contra lo .. duca de Savoya» (si veda Venezia35, datata 31 maggio).
Il movente che mosse Carlo VII e il re angioino lo si trova espresso in M38-182v-183r, missiva sforzesca datata 25 ottobre 1457 diretta al Consiglio Segreto, nella quale si legge che al re di Francia era stato «referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy [Francesco Sforza]»: Ludovico Bolleri si configura quindi come una sorta di agente segreto che stava tessendo la tela di un’alleanza fra il duca di Milano da una parte e dall’altra il delfino Luigi (in esilio volontario presso il duca di Borgogna Filippo il Buono) e imprecisati «altri».

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