14. L’assemblaggio delle «prese»

Poiché l’intento del duca di Milano non consiste nell’esibire una corrispondenza che sembri vera, ma al contrario una che paia falsa, in modo da far capire al lettore che a lui spetta il compito di cogliere il messaggio recondito in essa contenuto, Francesco Sforza non si perita di fornire due indizi grazie ai quali è possibile inferire i passaggi che hanno caratterizzato la costruzione delle «prese». Del primo si è già parlato nel sottoparagrafo 1.3.: si tratta delle due «minute, opera del decifratore ed eseguite presso la cancelleria a Milano», di una delle quali «in un secondo momento Corradino Giorgi ha tratto la lettera in cifra Giorgi7-Es». Il duca di Milano si serve di questo escamotage per suggerire che tutte le missive che nell’epistolario recano la firma del suo ambasciatore sono state in realtà ricavate da minute realizzate nel capoluogo lombardo, poi inviate in Savoia all’inizio di maggio del 1458.
Affinché non sfugga la rilevanza dell’indizio appena indicato, nella parte iniziale di GS15, lettera datata 18 aprile, Corradino Giorgi scrive:

Ho intexo quanto sce grava la signoria vostra de mi non habia visitati questi signori ambaxatori del re de Franza quali erano qui he la iniuntione me fa la signoria vostra, la qual statim haverea exequita sce gli fosano stati, ma erano zà partiti, como ha potuto intendere la signoria vostra per una mia data a desdoto del passato, ma, aciò la signoria vostra intenda alchuna cosa dela casone dela mia negligentia, hè stato però che, havendo scripto de molti giorni avanti la loro venuta, io avisai la signoria vostra per molte mie letre he dela ambasciata haveano facti e delo aviso havea da Guliermo Bolero, qual era cum essi, e per alchune de esse mie letre pregava la signoria vostra gli piazese farme dare adviso de quanto havea a fare, unde mai non have resposta de letre mandase ala signoria vostra da dì vintasei de zenaro fina a octo de marzo.

L’ambasciatore segnala di avere avvisato Francesco Sforza della partenza degli ambasciatori francesi con una missiva «data a desdoto del passato», ma compie un errore di datazione, già rilevato nella nota 39, perché la lettera cui si riferisce, ossia GS11, nella quale esordisce avvisando che «li ambaxadori del re di Franza sono partiti», è del 28 marzo. Indotti dallo sbaglio evidenziato a verificare l’esattezza o meno della seconda data indicata nelle parole sopra riportate, si scopre che, quando Corradino Giorgi segnala di non avere avuto risposta «de letre mandase ala signoria vostra da dì vintasei de zenaro fina a octo de marzo», cade in un altro errore. La prima data deve infatti essere corretta in 25 gennaio, perché in Giorgi7-Es, datata 26 gennaio, l’inviato sforzesco avvisa che «a vintacinque dil prescente per lo Boffa cavalaro ho recevuto le littere dela signoria vostra». Viene così attirata l’attenzione sulla stessa Giorgi7-Es e quindi sulla minuta Giorgi7-Es-Min, in modo da sottolineare che dal punto di vista della cronologia redazionale la seconda, che non è una decifrazione, non segue la prima, bensì la precede in quanto minuta [112].
Il duca di Milano lancia il suo secondo segnale in SG13, minuta datata 6 aprile, quando scrive: «Quanto al facto de quello te ha dicto messer Zohanne da Compenso, del fare liga et intelligentia con quello .. signore, dela qual cosa tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto». Una lettura puntuale consente di verificare che nelle quattro lettere di cui viene segnalata la ricezione nella stessa SG13, ossia GS7, GS8, GS9 e GS10, Corradino Giorgi non esprime alcuna speranza rispetto all’alleanza sabaudo-sforzesca, limitandosi ad avvisare in GS7, missiva del 14 marzo in cui l’argomento compare per la prima volta, «che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa, il perché prego la signoria vostra gli piaza farme advisato, sce fido temptato de ciò, como me debia gubernare e quelo debio respondere, avisando la signoria vostra che l’animo me basta». Con l’anomalia manifestata dalle parole «tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto», significativamente connessa al centrale tema della lega fra i due duchi [113], Francesco Sforza lascia di proposito trasparire una traccia di quel flusso di informazioni fra lui e il suo inviato essenziale nel permettere alla cancelleria milanese di ideare le minute in un secondo momento spedite a Corradino Giorgi, di cui quest’ultimo si è poi servito per redarre le lettere a lui assegnate nella corrispondenza. Del vero scambio di notizie fra il duca di Milano e il suo ambasciatore, nel quale scorrevano le immagini del reale stato delle relazioni politiche ducali e quindi per nulla coincidente con lo Speculum historiale epistolare, non si è dunque conservato nulla.
Per comprendere come le informazioni vennero riferite, Francesco Sforza fornisce un’indicazione di percorso, che non si trova però nella corrispondenza con il suo inviato in Savoia bensì in M44-28r [A], missiva diretta a «Georgio de Annono, commissario et potestati, refferendario et officiali bulletarum Terdone», che può essere utile presentare qui:

Più et più volte havemo scripto alli precessori vostri et ad vuy admonendove che havessi reguardo ad li ambassatori, signori et altre persone de stato et conditione, et maxime citadini fiorentini, li quali passano inante et indreto per lo terreno nostro, et nondimeno ogni mese ne havemo lamente che per li datieri et altri officiali se gli usano dele discortesie et sinistri tractamenti, il che ne è sopra modo molesto. Pertanto volimo che cerchati e faciati cerchare nele filze, armarii, casse et archuni chi sono lì, tucte le littere quale ve hano scripto dal principio del’anno 1451 fin adesso et del tuto ne mandiati la copia subito et senza dimora alcuna, perché volimo vedere che li haverà servate et chi non e poy fare quella punitione chi ne parerà expediente. Datum Mediolani die VIIII maii 1458.

Gli elementi che dovrebbero indurre il lettore a leggere la missiva con attenzione sono i seguenti: innanzitutto essa si trova in prima posizione nel recto del foglio 28, numero che rimanda al giorno della liberazione di Ludovico di Savoia, avvenuta il 28 aprile [114], e nell’epistolario fra il duca di Milano e Corradino Giorgi è interessato da due errori di datazione [115]; in secondo luogo la missiva risulta diretta «Georgio de Annono», il cui nome ricalca il cognome di Corradino Giorgi; l’ufficiale, infine, esercita i suoi incarichi a «Terdone»: le prime tre lettere del toponimo richiamano l’avverbio numerale “ter” del gioco «pretermittamus»/«permittente» di #M44-20v [A]# «da collegare al numero “tre”, che rimanda alla corretta data di GS20, ossia 3 maggio, lettera in GS22 erroneamente attribuita al 2 dello stesso mese» [116]. Dato che quest’ultimo sbaglio in GS22, dell’11 maggio, serve per segnalare la ricezione delle «prese» del duca di Milano, permettendo di inserire il giusto termine mancante nella proposizione «A VIII del prescente, a hore XXII, per lo prescente cavalario recevete le de vostra signoria» [117], al lettere avvertito non sfuggirà il carattere sibillino delle parole dell’ordine dato dal duca a Giorgio Annoni nella missiva sopra riportata, del 9 maggio, che «cerchati e faciati cerchare […] tucte le littere quale ve hano scripto dal principio del’anno 1451 fin adesso et del tuto ne mandiati la copia». Francesco Sforza sta nientemeno che definendo come intendere le lettere di Corradino Giorgi, ossia come copie, nel senso di copie delle minute a lui inviate dalla cancelleria milanese. Ma c’è di più.
Nella parte iniziale di M44-28r [A] il duca precisa di avere scritto più volte «admonendove che havessi reguardo ad li ambassatori, signori et altre persone de stato et conditione, et maxime citadini fiorentini, li quali passano inante et indreto per lo terreno nostro, et nondimeno ogni mese ne havemo lamente che per li datieri et altri officiali se gli usano dele discortesie et sinistri tractamenti». Quella precisazione «et maxime citadini fiorentini» costituisce un invito a controllare la corrispondenza con Firenze. Si scopre così che l’8 maggio Francesco Sforza ha scritto all’«amico nostro carissimo Iacobo de Venturis de Florentia» quanto segue:

Havemo inteso quanto ce ha referto per vostra parte el nobile Iohanne Bargelina, nostro officiale in Cremona. Primo ne è stato assay molesto quello ce ha dicto del male tractamento vi fu facto in el dominio nostro nel’andare et tornare in Franza dal’illustre signore duca de Calabria l’anno passato et voressimo essere stati avisati chi sono quelli che vi fecero queste discortesie, perché ne haveressimo facto tale punitione che serebbe stato exempio ad li altri, perché questo è al tutto contra la mente et dispositione nostra, però che havemo ordinato et scritto più volte per lo terreno nostro che tutti li amici nostri, maxime fiorentini, che reputiamo nui medesmi, gli sia facto honore, careze et bono tractamento, però che, quando sono in el dominio nostro, volemo che siano veduti et recolti in modo se possino reputare essere ad Fiorenza.

Il duca di Milano risponde a Giacomo Ventura, podestà delle località toscane di Campi e Signa, sulla base di «quanto ce ha referto per vostra parte el nobile Iohanne Bargelina, nostro officiale in Cremona». Francesco Sforza si riferisce a un documento datato 1° maggio e di grafia di Giovanni Bargellina intitolato «Nota a voi ser Giovanni Bargellini di quello havete a dire allo illustrissimo signor duca di Milano, del quale so siete antico servidore, per parte di Iacopo Ventura, più suo servidore che forse non stima et non gl’è detto». Giacomo Ventura ha dunque fatto scrivere una «nota» a Giovanni Bargellina indicando gli argomenti di cui quest’ultimo avrebbe dovuto parlare con il duca di Milano. E uno degli argomenti riguarda Ludovico Bolleri. Nel secondo capoverso si legge infatti:

Fu el decto Iacopo a Centale, castello di là d’Asti, con messer Luigi di Bornai, visconte di Raglano, el quale, riconoscendo l’amicitia di Francia antica, gli fe’ grande honore et, sappiendo lui essere affectionato alla casa d’Angiò, gli commisse che domandasse licentia a monsignor di Calavria de andare a Milano, che era bono d’andare a San Piero martire, et che lui haveva mandato Luigi, suo nipote, allo illustrissimo signor duca di Milano, col quale tiene granda amicitia, a dirgli che faceva molto male a fare contra la casa di Francia et per la lega di Francia et per molte altre cose et che lui haveva havuto assai dolce risposta, et che gl’arebbe caro d’avere titolo d’ambasciatore a sue spese et, se volesse tractasse et apichasse pratica col prefato signor duca di Milano per levare via ogni grosseza etc., lui el farebbe volintieri, et che Iacopo fu l’altra sera a Dimonte, a pié della montagna dell’Argentiera, dove el visconte prefato el fe’ allogiare nella forteza et parlò col decto Luigi et, intra gl’altri ragionamenti, dicie ch’el duca di Milano gli dixe: «El re d’Araghona non ha facto quel facto a mia madre» etc.

Era il tassello mancante. A questo punto grazie alla «Nota a voi ser Giovanni Bargellini» è possibile ricostruire i passaggi dell’assemblaggio delle prese. In primo luogo Corradino Giorgi affidò le informazioni a messaggeri cui erano consegnate note di quanto doveva essere riferito [118] sullo stile della «nota a voi ser Giovanni Bargellini». Poi, dopo essere stato informato, sull’esempio di Giorgi7-Es-Min Francesco Sforza preparò le minute da inviare all’ambasciatore, che quindi, una volta ricevuti i documenti, a sua volta provvide a scrivere le lettere.

[112] Con il secondo errore di datazione di GS15 si vuole in realtà sottolineare il rapporto non solo fra Giorgi7-Es e Giorgi7-Es-Min ma anche quello fra la stessa Giorgi7-Es e il nucleo di lettere cui essa afferisce dal punto di vista cronologico, in modo da indurre a ricostruire all’interno della corrispondenza tra Francesco Sforza e il suo ambasciatore la serie delle lettere concatenate fra loro, che risulta composta da ventiquattro documenti, di cui undici del duca e tredici di Corradino Giorgi. Quest’ultima non esaurisce però la corrispondenza e lascia anzi emergere una vistosa anomalia: avanzano infatti quindici missive dell’inviato delle quali Francesco Sforza non riferisce la ricezione, alcune delle quali non è possibile affiancare alla serie medesima perché contengono informazioni in contraddizione o perché segnalano ricezioni da non ritenersi valide. L’argomento non può tuttavia essere esaminato in questa sede.
[113] È il caso di rilevare che in GS7 il tema della lega sabaudo-sforzesca è immediatamente preceduto da quello dell’alleanza franco-veneziana in funzione antimilanese di cui si è parlato nei sottoparagrafi 8.3. e 8.5.
[114] Cfr. paragrafo 9.
[115] Cfr. n. 80.
[116] Vd. 13.1.2.
[117] Cfr. sottoparagrafo 10.2.
[118] Non si tratterebbe dunque di nessuna delle «tre modalità con cui il duca di Milano impartiva ordini e direttive ai suoi uomini all’estero – messaggi orali, messaggi scritti o “lettere viventi”, cioè messaggeri in carne e ossa», delle quali parla Senatore (1998: p. 75). Riguardo alla prima, Senatore spiega che, «quando le questioni in ballo erano gravi, si avvertiva con evidenza il bisogno che l’ambasciatore ritornasse “indreto ad referire ad boca, et non scrivere per lettere, perché […] le cose molto meglio se dicano et più chiaramente che non se scrivano, et non saria possibile che per littere potesse satisfare al bisogno”. “Referire a bocha” si usava dire con un luogo comune, che rivelava però l’effettiva necessità di un contatto diretto, di un colloquio faccia a faccia» (ibid.: p. 75). Per quanto concerne invece la terza modalità, «altri inviati, […] i famuli cavalcantes nella funzione di “living letters”, raggiungevano di volta in volta l’ambasciatore residente, assicurando non soltanto il suo aggiornamento, ma anche un rinnovato legame di cordialità e deferenza nei confronti della potenza amica» (ibid.: p. 76).

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