6. Renato d’Angiò contro se stesso?

Nella nuova situazione creatasi, Francesco Sforza decise di inviare il condottiero Tiberto Brandolini ai confini con il vercellese, mentre tra la fine di aprile e l’inizio di maggio del 1458 giunse a Milano Antonello Pagano, ambasciatore di Renato d’Angiò, che, secondo quanto scritto nell’istruzione a Job da Palazzo del 15 maggio, «intese molto bene l’animo et dispositione nostra circa questa facenda et li apparegiamenti che nuy facevamo et, partendosse da qui per ritornare ala prefata maiestà del .. re, remase in conventione con nuy che non devessemo lassare movere le zente nostre né intrare sule confine del territorio de esso illustre signor duca de Savoya, fin’a tanto che fossemo avisati dala maiestà de esso signore re Renato del’ordine et modo se havesse a servare per potere rompere de qua et de là uno et eodem tempore».
Verso la fine di giugno Iob da Palazzo tornò da Francesco Sforza insieme a Honorat de Berre, che recava con sé la proposta per un attacco angioino-sforzesco contro il duca di Savoia. Siamo in presenza di una fase nella quale il sistema dei personaggi è del tutto illogico, in quanto, attaccando Ludovico di Savoia, sostenuto da Carlo VII nei suoi assalti contro le altre terre di Ludovico Bolleri, Renato d’Angiò e Francesco Sforza si vengono a trovare opposti allo stesso re di Francia. Poiché si è deciso di provare a immaginare che Carlo VII sostenesse segretamente il duca di Savoia, la proposta di offensiva angioino-sforzesca da parte di Renato d’Angiò non si può che configurare come una sorta di beffa ai danni di Francesco Sforza, sfidato a dimostrare il suo coraggio osando attaccare il re di Francia. Allo stesso modo l’ambasciata di Antonello Pagano cui si è accennato in precedenza doveva servire solo a simulare preoccupazione, così come con la lettera del 9 ottobre 1457 Renato d’Angiò aveva falsamente sollecitato Francesco Sforza ad adoperarsi per la liberazione di Ludovico Bolleri, della cui cattura in realtà egli era uno dei responsabili. La faccenda dell’attacco angioino-sforzesco si risolse comunque con un nulla di fatto. Il 27 giugno Francesco Sforza scrisse infatti a Nicodemo Tranchedini, che si trovava a Firenze, quanto segue (il testo non è molto diverso da Napoli24 del 26 giugno, lettera inviata ad Antonio da Trezzo):

haveray inteso como qui sono quatro ambaxatori delo illustre signore duca de Savoya per lo facto de miser Aluise Boleri et li conti de Tenda et zentilhomini da Cochonato, nostri adherenti et recomandati, li quali ambaxatori monstrano volere adaptare questi facti et revocare alcune obligatione che havevano facto fare ad dicti nostri recomandati che non se sono potuto fare de iure, et per questo uno d’essi ambaxatori è andato dal prefato signore duca, el quale è venuto de qua dali monti ad Hivrea, per fargli ultima conclusione, et così se expecta qui per questi altri.
Dreto ad questi è venuto uno ambaxatore et consigliero dela maiestà del re Renato, chiamato Honorato de Berra, pur per questo facto de miser Aluise Bolera et conti de Tenda, suoy subditi et vasalli, el quale ne ha rechiesto, in nome del prefato signore re, che vogliamo rumpere guerra con el prefato duca de Savoya, perché sua maiestà offere fare el simile dal canto dele sue terre per vindicarse de questa iniuria, al quale Honorato havemo risposto et facto vedere in quali termini siamo con questi altri ambaxatori de Savoya et che, succedendo l’accordo et reintegrando esso duca de Savoya, como dice de fare et como ha zà comenzato in fare relaxare el dicto miser Aluise et la mogliere et figlioli, non gli porressimo fare alcuna novità per l’obstaculo di capituli dela liga. Siché non se attende mò altro che vedere quello che riportarà questo ambaxatore per fargli una fine.

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