10.1. Parallelismi ludico-epistolari [74]: un’introduzione enigmatica

Nell’ultimo capoverso di GS18, lettera datata 30 aprile con la quale ha avuto inizio il paragrafo precedente dedicato alla liberazione di Ludovico di Savoia, si trova scritto in chiaro quanto segue:

Lo maistro del stalo [75] de monsignor lo dalfino me ha pregato scriva e prega vostra signoria gly piaza concedere una lettera de passo per sey cavali ha uno suo nepote che ha nome Gulyermo Fauchere, scudere e servitore de copa del prenominato monsignor dalfino et prescente portadore, lo qual hè mandato per lo prenominato signor dalfino a Verona per comparare doy corseri ly quali molto piazeno al prenominato signor dalfino per le bone informatione quale soa signoria ne ha, unde, per satisfare ala rechesta de dicto maistro del stalo et al debito mio, n’azo voluto per queste advisare vostra signoria, […].

Nel testo emerge innanzitutto la contrapposizione tra il «falso», cui rimanda il termine francese «faux» contenuto nella radice del cognome «Fauchere», e il «vero», al quale si riferisce il toponimo «Verona». Ma le parole sopra riportate sono importanti anche per un altro motivo, ossia il fatto che la variante linguistica «Gulyermo» costituisce l’unica occorrenza del nome «Guglielmo» presente in tutto l’epistolario. Nelle lettere in cifra si trovano infatti sette occorrenze di «Guliermo», tre di «Guglermo» e due di «Guliermus», tutte riferite a Guglielmo Bolleri (il cui cognome varia da «Bollero» a «Bolero»), cui bisogna aggiungere due casi di «Gulirmo», in relazione l’uno a Guillaume Toreau [76] («de Torai»), l’altro a Guglielmo Marliani («da Marglano»). Nelle decifrazioni ricorre invece undici volte «Gulielmo»: dieci casi riguardano Guglielmo Bolleri (il cognome è sempre «Bolero»), uno Guillaume Toreau («de Toray»).
Con l’unica occorrenza di «Gulyermo» Francesco Sforza intende suggerire al lettore di depennare i due fonemi «ly» e riflettere sul carattere polisemico della radice di «Guermo»,* la combinazione di lettere rimanenti, che presenta la parola-chiave francese «gue» (pronuncia [ge]), «guado» in italiano, con la quale si vuole indicare nella documentazione l’esistenza di un passaggio che consente al «falso», da identificare con la «polvere», ossia la corrispondenza tra Francesco Sforza e Corradino Giorgi, di diventare «vero» e quindi in grado di «far dormire le guardie», vale a dire rendere inefficace la loro vigilanza [77], concetto quest’ultimo espresso sempre in «Guermo» dal termine francese «guet» [gε]. L’avvenuta creazione del passaggio verso il vero segnala che la preparazione della «polvere» è conclusa e la sua spedizione imminente.
Per procedere nell’identificazione del passaggio e degli estremi cronologici del viaggio della «polvere», è necessario «comparare doy corseri»,** cioè mettere a confronto GS18 e GS20, lettera datata 3 maggio nella quale viene inserita integralmente la lunga parte in cifra di GS18, simulando che l’inviato sforzesco ricorra a questo escamotage perché, come ricorda Senatore, «in casi eccezionali, quando i collegamenti postali erano particolarmente incerti, invece che alla duplicazione della lettera l’inviato ricorreva al suo inserimento all’interno della lettera successiva» [78].

[74] Per quanto riguarda l’aspetto ludico, cfr. n. 27.
[75] Si tratta di Perrot Faulquier.
[76] Si tratta di uno degli ambasciatori francesi inviati in Savoia da Carlo VII (cfr. sottoparagrafo 8.3. e n. 46), uno degli aiutanti di Jean d’Amancier sulla «barcha» francese (cfr. sottoparagrafo 8.5.).
[77] Ci si limita qui a evidenziare uno dei significati dell’espressione «far dormire le guardie».
[78] Senatore [1998: p. 183].

* «Guermo» rimanda al francese «guerre»: per comprendere questo accenno alla guerra, più propriamente una minaccia rivolta a Carlo VII e ai suoi alleati, è necessario considerare la «contrapposizione fra il re morente e quello nascente» di cui si parla nella nota sotto.
** L’espressione «comparare doy corseri» non si riferisce solo alla necessità di mettere a confronto GS18 e GS20. I «doy corseri» possono anche essere identificati con Carlo VII e il delfino Luigi. Il cognome «Fauchere» rimanda infatti non solo al francese «faux» ma pure a «faucon», in italiano «falcone», e quindi allo «sparavero» re di Francia. Lo stesso cognome contiene tuttavia anche il sostantivo «fauche», ossia «falciatura», con il quale si intende alludere alle cattive condizioni di salute di Carlo VII e alla sua possibile morte. Dal canto suo il toponimo «Verona» si riferisce al «vero» ma anche al termine latino «ver», in italiano «primavera», e quindi alla Pasqua (che cade la domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera del 21 marzo): si vuole così alludere alla vicenda del delfino Luigi, passato attraverso la caduta dell’esilio presso il duca di Borgogna, la resurrezione e destinato a salire sul trono di Francia, non alla destra del padre bensì al suo posto dopo la morte. Il delfino Luigi può quindi essere identificato con Cristo (alla luce di alcuni indizi non si può tuttavia escludere che si voglia dire che sia il re Luigi IX, di cui Jacques Le Goff parla come «il re sofferente, il re Cristo», a essere risorto nel delfino Luigi). In ogni caso la contrapposizione tra il re morente e quello nascente non scompare.
Si può anche rilevare come le parole in chiaro di GS18 costituiscano una sorta di spiegazione dell’iconografia della Resurrezione nel Quattrocento così come la si può osservare nelle opere per esempio di Lorenzo Ghiberti, Andrea del Castagno e Piero della Francesca: è possibile infatti rilevare non solo il contrasto «verticale» del paesaggio di fondo, con l’inverno, cui si riferisce il francese «fauche», contrapposto alla primavera, ma anche il contrasto orizzontale fra Cristo risorto, da intendersi come il «vero» e nel quale, come detto, si deve identificare il delfino Luigi, e il sonno delle guardie, cui rimanda il francese «faux» (per quest’ultimo aspetto si veda Mt 28,13).

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