2. Una vicenda da «bevuta grossa»?

Degli eventi di cui fu protagonista Ludovico Bolleri la ricostruzione per così dire «ufficiale» resta quella fornita da Gabotto nel primo volume della sua opera intitolata Lo Stato Sabaudo da Amedeo VIII a Emanuele Filiberto. Può essere utile riportarne di seguito i passaggi salienti [12].

Non era sovra i Grimaldi che si doveva scatenar la violenza del bandito Arcimbaldo. Le genti da lui raccolte col favore di Savoia non solo, ma del re di Francia e dei suoi rappresentanti in Italia, servirono contro altri signori invisi a Carlo VII ed a Lodovico. […] piombava sul castello di Tenda, ne saccheggiava la terra, ed il conte Onorato Lascaris traeva seco prigione, poi consegnava al duca. Ma non fu questa l’impresa più famosa dell’Abzat: maggiore importanza politica e fors’anche maggior interesse drammatico presenta la sorpresa di Centallo ed il tradimento di Aloysio, ossia Luigi Bolleri. Così i signori di Tenda, come il Bolleri, erano stati compresi quali suoi aderenti dallo Sforza nel trattato con Savoia del 30 agosto 1454, ma i primi colla clausola “per i luoghi che possono essere nominati”, il secondo puramente e semplicemente. Così alla sorte del Lascaris Milano aveva piccola ragione d’interessarsi, grandissima invece a quella del signor di Centallo. Causa o pretesto dell’ostilità del governo sabaudo contro costui par fosse un litigio volgare di confine con un feudatario di Lodovico, Amedeo Falletti signore di Villa e Vottignasco; donde nasce ragionevole sospetto vi fosse al di sotto qualcosa oggidì non ben chiara. Il Bolleri pigliava a soldo Arcimbaldo con una masnada di Guasconi, immaginando atterrire l’avversario e farla presto finita. Ma l’Abzat, profittando della confidenza di Aloysio, forse la notte del 29 settembre 1457, sorprendeva il castello di Centallo, uccideva il primo scudiero capitatogli innanzi, per impedire l’allarme, indi, fatto prigione il Bolleri, lo rimetteva nelle mani della Corte di Savoia. Alto rumore levò il colpo: se ne risentì sovratutto Milano, […]. I richiami erano vivi ed incalzanti: Corradino Giorgio, ambasciatore lombardo in Savoia, giudicava che “la maggior parte del caso era proceduta e procedeva dal maresciallo” – Gaspare di Varax piuttosto che il Seyssel, poiché lo dice “lo primo uomo di questa Corte” -; ma non iscorgeva in lui che un esecutore de’ voleri del re di Francia, anzi messolo alle strette, gli pareva averne prova sicura. Il governo sabaudo ridestinava Andrea Maleta come inviato straordinario allo Sforza, ma egli sembra indugiasse a Torino per attendere le istruzioni del monarca francese. Correvano voci singolari, strane, contradittorie; affermavano gli uni che il principe di Piemonte, primogenito del duca e marito di una figlia di Carlo VII, dovesse recarsi a Rumilly – […] – per assumere il governo delle province transalpine, mentre Ludovico si apprestava a passare di qua de’ monti; altri, invece, ripetevano dover Amedeo capitanare un esercito ai confini di Lombardia, giacché il re sembrava risoluto di romper guerra allo Stato milanese; […]. Fra tanta disparità di notizie il Giorgio non sapeva quasi più raccapezzarsi: […] la convocazione degli Stati generali, […], assumeva agli occhi dell’ambasciatore sforzesco le proporzioni di un minaccioso fantasma ed egli esclamava: «Et questo intendo lo fa tucta volta vole fare alchuna cosa de grande importantia circha el Stato, como è fare guerra e pace et similia!» In realtà, se incrudelivasi fin contro la moglie del Bolleri, ed a lei pure si negava la libertà mediante grossa cauzione de’ fratelli, si era tentato di togliere Centallo dalle mani di Arcimbaldo: or che aveva servito, era prudente sbarazzarsene. Ma il bandito, senza lasciarsi intimorire dalle genti mandategli contro, cacciava fuori gli stessi ufficiali savoini e, ristrettosi in Centallo co’ suoi Guasconi, dichiarava il luogo essere suo: chi’l dovesse cavar fuori, lo cavarebbe co’ piedi innanzi […]. Quello della Corte di Milano e del suo rappresentante in Savoia era dunque stato un falso allarme; d’altronde il buon Renato d’Angiò, […] speranzoso sempre di ricuperare il suo regno di Napoli alla morte dell’Aragonese si intrometteva paciere. […]. Per interposizione appunto di quest’ultimo, […], il re mandava ambasciatori a chiedere al duca di Savoia la consegna del prigioniero ed il castello e luogo di Centallo, con grande gioia di Aloysio stesso che nella consegna al sovrano di Francia omai vedeva la propria liberazione. Com’era prevedibile, la Corte di Lodovico addusse pretesti, scuse, impedimenti; in sostanza ricusò, pur in modo di non offendere la suscettibilità, o, piuttosto scontrosità, di Carlo VII. Nondimeno il risultato fu poco diverso, giacché incominciarono le trattative dirette col Bollero affinché si confessasse in colpa e desse buone promesse per l’avvenire: in ricambio gli si offrivano la libertà ed i mezzi militari e pecuniari di ricuperare Centallo, […]. Le pratiche, naturalmente, furono lunghe: una volta Corradino Giorgio le credette finite e scrisse al suo signore che Aloysio era libero, e Giorgio di Piossasco, cavaliere gerosolimitano, governatore di Vercelli e parente di lui, si disponeva a rimetterlo nelle sue terre, ma la notizia non era vera; forse non senza cagione dello stesso ombroso ambasciatore. Intanto la tensione tra Milano e Francia si allentava, i rapporti si addolcivano; nel maggio, Francesco Sforza mandava legati a Renato di Angiò per congratularsi della dedizione di Genova al re e della nomina del figlio di lui a governatore. Pur gli premeva la quiete d’Italia, […]. A fine adunque di consolidar possibilmente la lega italiana e limitare la signoria francese alla Liguria, importava togliere in avvenire a Carlo VII ogni pretesto di muoversi in aiuto del duca di Savoia, venendo con questo a definitivo accomodamento. Profittando appunto delle buone disposizioni francesi, la diplomazia sforzesca agì quasi nello stesso tempo, direttamente con un memoriale-ultimatum cui doveva presentare un nuovo e più energico ambasciatore, indirettamente mediante consigli di pace di re Alfonso che sapevasi sempre volontieri ascoltato dalla Corte sabauda. Il disegno riuscì: il Bolleri finalmente fu liberato, la questione de’ signori di Cocconato, altra volta sopita, non composta, venne risoluta; […].

Non si vuole qui entrare nello specifico delle eventuali imprecisioni o inesattezze o contraddizioni del racconto presentato dallo storico piemontese. Può essere utile invece riportare quanto scritto da Gabotto in nota a proposito del «nuovo e più energico ambasciatore» sforzesco: «Era questi Antonio de Cardano. L’istruzione a lui porta la data del 27 maggio 1458 […]. Del Giorgio vi è detto: “Et se tu trovarai che dicto Conradino sia presso al prefato Signore, siamo contenti, perché luy pure è informato de queste cose tutte, ch’el se ritrovi cum ti ad fare questa ambassata al prefato Signore, ma volemo che partendoti de là, similiter luy omninamente se ne levi et returni ad noy, et così (et così) gli comandi per nostra parte”» [13]. E Gabotto commenta: «Parco, cortese, ma significativo per chi l’aveva bevuta grossa!»[14]
L’esclamazione dello storico piemontese riteniamo costituisca il segnale più esclatante di un fraintendimento complessivo della documentazione relativa all’ambasciata di Corradino Giorgi e pare dimostrare che Gabotto non era sfiorato dal benché minimo sospetto che, forse, per riprendere le sue parole, «chi l’aveva bevuta grossa» era stato proprio lui, non menzionando, e quindi sottovalutando, l’importanza di un tema, apparentemente secondario, che percorre le prime lettere della corrispondenza tra Francesco Sforza e Corradino Giorgi, ossia l’organizzazione di un curioso tentativo di fuga in cui il signore di Centallo coinvolge l’ambasciatore ducale.

[12] Gabotto (1892: pp. 45-50).
[13] Su Antonio Cardano cfr. Leverotti (1992: pp. 133-135).
[14] Gabotto (1892: p. 49, n. 4).

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