1.1. Lo schema Gabotto

La versione di Gabotto permette di delineare un quadrato ai cui angoli si trovano il re di Francia Carlo VII, il duca d’Angiò Renato, il duca di Savoia Ludovico e il duca di Milano Francesco Sforza. Nella fase iniziale il re di Francia risulta indurre il duca sabaudo a raccogliere genti da utilizzare contro vari signori, fra cui Ludovico Bolleri, della cui cattura il maggiore responsabile è ritenuto il maresciallo sabaudo,[6] mero «esecutore de’ voleri del re di Francia».[7] In un secondo momento, però, su impulso del «paciere»[8] Renato d’Angiò Carlo VII pare mutare la propria posizione, affidando agli ambasciatori da lui inviati in Savoia il compito di chiedere la consegna del signore di Centallo. Rifiutatosi di cedere il prigioniero, il duca sabaudo comincia a trattare con Ludovico Bolleri la sua liberazione, raggiungendo alla fine un accordo anche grazie all’intervento di Francesco Sforza.
Il limite maggiore dello schema Gabotto consiste nel fatto che sfugge il motivo per il quale, dopo averlo fatto catturare, il re di Francia intervenga in favore del signore di Centallo. Se poi si passa alla lettura degli epistolari, non si può non rimanere sorpresi dal modo in cui lo storico piemontese gestì il disordine documentario, anche omettendo particolari significativi, al fine di potere raccontare una storia verosimile. D’altra parte, se si considera che nella successiva Storia di Cuneo Gabotto scrisse semplicemente che «intervennero pure, in vario senso, Renato di Angiò, Carlo VII re di Francia, ed altri potentati»,[9] proposizione in cui è evidente l’ambiguità di quel «in vario senso», non si può escludere che lo storico piemontese fosse consapevole della difficoltà di definire la natura dell’intervento di Carlo VII. Senza dubbio il problema non sfuggì ad Alessandro Barbero, che nella stesura della voce Bolleri Ludovico del Dizionario Biografico degli Italiani[10] lo risolse rimuovendo ogni accenno al re di Francia.

[6] Gabotto lo identifica con «Gaspare di Varax piuttosto che il Seyssel, poiché lo dice “lo primo uomo di questa Corte”» (1892: p. 46). Si tratta in realtà di Jean de Seyssel: cfr. Reggiani (2010).
[7] Gabotto (1892: p. 46).
[8] Gabotto (1892: p. 48).
[9] Gabotto (1898: p. 106).
[10] Cfr. Barbero (1969: pp. 300-302).

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