1 Il Libellus de natura animalium

Il trattatello «consta di un prologo in cui si sottolinea la superiorità dell’uomo nella scala della creazione e l’utile insegnamento che egli è chiamato a ricavare considerando le proprietà degli animali come altrettanti exempla da imitare o sfuggire». Seguono circa 50 capitoli organizzati «secondo una gerarchia progressivamente discendente: dagli uccelli, tramite tra la terra e il cielo, attraverso i quadrupedi e i pesci fino ai rettili» [48].
Del Libellus vi sono quattro testimoni, di cui due manoscritti e due edizioni a stampa. Le testimonianze manoscritte sono contenute in due codici risalenti al XV secolo, oggi conservati alla Biblioteca Nazionale di Napoli [49], che per comodità denominiamo A e B. In calce alla trascrizione del bestiario nel manoscritto A, al f. 200v, compaiono «la data del 1453 e la firma di Antonius Mathei de Alfidena che scripsit pro se» [50]. «Nel 1508 lo stesso testo esce dalla stamperia di Vincenzo Berruerio a Mondovì con il titolo di Libellus de natura animalium perpulcre moralizatus e l’attribuzione ad Alberto Magno. A pochi anni di distanza, nel 1524, la stessa tipografia, trasferitasi a Savona, sotto la guida di Giuseppe Berruerio, figlio di Vincenzo, provvede ad una seconda edizione dell’operetta» [51]. Non vi è «alcuna notizia circa la provenienza dell’esemplare utilizzato da Vincenzo Berruerio. A Mondovì non si trova traccia di questo manoscritto; è possibile che il Berruerio lo avesse portato con sé venendo da Saluzzo». È «comunque probabile che non lontano da questa zona esistesse qualche esemplare del Libellus, come sembra suggerire il rapporto col Bestiario valdese» [52]. Della prima edizione a stampa si conoscono quattro esemplari: «due sono conservati in biblioteche pubbliche, la Biblioteca Nazionale di Torino e la Bodleian Library di Oxford, e due fanno parte di collezioni private, quella di Mr. e Mrs. Philip Hofer, Cambridge, Massachusetts, e quella di J. I. Davis, Londra, che ne ha curato la riproduzione in fac-simile»; della seconda edizione «sono attualmente disponibili due esemplari, l’uno conservato alla Biblioteca Nazionale Braidense di Milano, l’altro alla British Library di Londra». Entrambe le edizioni sono «particolarmente note ai bibliofili per le preziose incisioni che le ornano» [53].
«I capitoli dell’operetta si strutturano in due sezioni fondamentali […]: sotto la voce natura o propietas (o proprietas) si comprende una descrizione dei caratteri reali (o presunti tali) dell’animale […]. La seconda sezione di ogni capitolo è intitolata nella redazione offerta dal ms. A con il termine […] figura, omesso nel testo tradito da B e quasi sempre nelle edizioni Berruerio. L’uso del termine è allusivo ad un’operazione di moralizzazione dell’exemplum» [54].
Contro la redazione del testo secondo il ms. A e le edizioni a stampa «in appendice ai quarantotto capitoletti di A […], B introduce altri tre animali (tigre, ragno, scorpione), portando così il numero delle trattazioni monografiche a cinquantuno» [55]: secondo Anna Maria Raugei «una più attenta valutazione dello statuto del testo nei diversi testimoni autorizza […] a supporli costitutivi dell’originale» [56].
A proposito del redattore, Paola Navone scrive che «non di letterati si tratta, bensì di un traduttore-compilatore che arriva appena ad un grado elementare di studi e di un pubblico fors’anche analfabeta» [57].
Il Libellus appartiene alla sfera d’influenza del Bestiaire d’Amours di Richart de Fornival (Amiens, 1201-1259), il bestiario più originale di tutto il Medioevo, che fu accolto con entusiasmo in Italia, «dove esistettero almeno cinque esemplari in francese, e l’opera fu tradotta in toscano, e suoi materiali passarono nei bestiari di produzione locale» [58]. Richart aveva trasformato il bestiario divino in bestiario d’amore, in cui il discorso si presenta come «racconto autobiografico di una passata avventura sentimentale e insieme come trattatello didascalico che illustra i momenti della conquista amorosa. Il Bestiaire d’Amours costituisce una vera e propria pietra miliare nell’evoluzione del genere» [59]. Il Libellus rappresenta invece «uno degli ultimi saggi della lunga tradizione zoologica medievale» [60], «in cui la primitiva interpretazione mistico-allegorica […], generata dalla rilettura analogica del messaggio salvifico misticamente ritrascritto nel cosmo, si adatta alla misura dell’uomo e si trasforma così, sollecitata da quella ricerca di modelli universalmente validi che percorre tutta la cultura medievale e che più felicemente si concreta negli exempla, in indicazioni di comportamento» [61]. Dove mostra maggior vitalità, come in Italia, il genere dei bestiari dunque sopravvive «contraddistinto da una tendenza sempre più spiccata verso la moralizzazione asciutta ed esemplificatrice» [62], evolvendo in bestiario edificante e «adeguandosi alle esigenze di una nuova classe emergente, che si dimostra interessata non tanto a questioni teologiche o dottrinarie, quanto all’illustrazione di insegnamenti di morale pratica, di consigli su come conquistare la vita eterna, di norme di comportamento. Contemporaneamente, diventa più esplicito il rapporto – di antica data – tra bestiario e predicazione […], e le interpretazioni in diversi casi assumono i contorni di veri e propri sermoni, costruiti su «nature» animali utilizzate ormai come esempi di condotta da tenere o da rifuggire, come paradigma di virtù e di vizi». Anche Paola Navone non esclude un uso del Libellus in sede predicatoria. Il testo, infatti, si configura «come una serie di appunti destinati all’amplificazione orale, un manuale di note da sviluppare» [63].
Del Libellus esiste un’altra versione in provenzale, più precisamente in valdese, nota appunto come Bestiario valdese. «Il titolo che figura nei due codici, da cui l’operetta è trasmessa, è però quello più proprio di Animanczas o De la propriotas […] de las animanças. La trascrizione del testo in entrambi i manoscritti non è probabilmente anteriore al sec. XVI […]. L’operetta mostra da un lato caratteristiche proprie di entrambe le redazioni manoscritte del Libellus, dall’altro rielaborazioni proprie» [64]. Deve soprattutto essere ricordata rispetto al testo di A e alle edizioni a stampa «un’aggiunta di otto capitoli, di cui tre, per contenuto e collocazione, sono condivisi dalla redazione latina tradita da B. Si tratta delle “nature” di tigre, ragno e scorpione» [65].
Qui di seguito riportiamo la traduzione dei tre capitoli specifici del manoscritto B [66]. Ecco la tigre.

IL La vanità di questo mondo che fa presa sull’anima
La proprietà della tigre è che tanto si compiace nel vedersi che si guarda nello specchio vedendo la sua immagine e non si allontana dallo specchio, ma continua a guardarsi sempre e si dimentica di sé e così è presa dai cacciatori.
Così sono gli uomini e le donne vani: tanto si compiacciono nel vedere il loro aspetto e gli ornamenti del loro corpo, che mai si allontanano da quelli e si dimenticano di sé, cioè della loro anima, e così accecati sono presi dal mondo e dal diavolo.

Segue il ragno.

L Le diverse tentazioni del diavolo rivolte all’uomo
La proprietà del ragno è tale che fa e tende sempre la sua tela per prendere le mosche da mangiarsi.
Allo stesso modo il diavolo tende la tela e le reti, cioè le diverse tentazioni, per prendere le mosche, cioè i peccatori nella feccia dei peccati; infatti alcuni sono presi dalla superbia, altri dall’invidia, altri dall’ira, e così di molti altri.

Concludiamo con lo scorpione.

LI La falsa amicizia degli uomini e l’inganno
La proprietà dello scorpione è che non morde con la bocca, ma con la coda. Allo stesso modo gli uomini malvagi e i traditori fanno verso il prossimo, dicendo con la bocca una cosa in presenza (di quello) e con la coda cioè col cuore dicendone e facendone un’altra in assenza di quello, e fingendo fedeltà e amicizia.

[48] Raugei, Anna Maria, La tradizione, in Bestiario valdese, a cura di Anna Maria Raugei, Firenze, Olshki, 1984, p. 34.
[49] Navone, Paola, Introduzione al Libellus de natura animalium, in Le proprietà degli animali, a cura di Annamaria Carrega e Paola Navone, Genova, Costa & Nolan, 1983, p. 183.
[50] Navone, Paola, op. cit., p. 184.
[51] Navone, Paola, op. cit., p. 185.
[52] Radicula, Carla, Il Bestiaire d’Amours, capostipite di Bestiari latini e romanzi, «Studi Medievali», III, 1962, p. 582, n. 11.
[53] Raugei, Anna Maria, op. cit., p. 26.
[54] Navone, Paola, op. cit., pp. 174-176.
[55] Navone, Paola, op. cit., p. 171.
[56] Raugei, Anna Maria, op. cit., p. 49.
[57] Navone, Paola, op. cit., pp. 173-174.
[58] Segre, Cesare, Introduzione, in Li bestiaires d’Amours di Maistre Richart de Fornival e li response du Bestiaire, a cura di Cesare Segre, Milano, Ricciardi, 1957, pp. XXII-XXIII.
[59] Morini, Luigina, Introduzione, in Bestiari medievali, a cura di L. Morini, Torino, 1996, p. XIX.
[60] Navone, Paola, op. cit., p. 173.
[61] Raugei, Anna Maria, op. cit., p. 34.
[62] Raugei, Anna Maria, op. cit., p. 34, n. 46.
[63] Navone, Paola, op. cit., pp. 173-174.
[64] Navone, Paola, op. cit., pp. 187-188.
[65] Navone, Paola, op. cit., p. 188.
[66] Libellus de natura animalium, in Le proprietà degli animali, a cura di Annamaria Carrega e Paola Navone, Genova, Costa & Nolan, 1983, p. 347.

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