Introduzione

Il presente lavoro prende in esame principalmente due serie di lettere che si trovano presso l’Archivio di Stato di Milano. Esse costituiscono la corrispondenza intrattenuta da Francesco Sforza fra 1457 e 1458 con due suoi ambasciatori, Corradino Giorgi e Antonio da Cardano [1], mandati presso il duca di Savoia.
La missione degli inviati milanesi mirava apparentemente a ottenere la liberazione di Ludovico Bolleri, vassallo di Renato d’Angiò e aderente del duca di Milano nella Lega italica, che, catturato nel settembre del 1457 dal mercenario guascone Arcimbaldo d’Abzat, era stato consegnato a Ludovico di Savoia, all’interno del cui ducato i domini di Bolleri, signore di Centallo, Demonte e Roccasparvera, costituivano un’isola feudale [2].
Degli eventi di cui fu protagonista Ludovico Bolleri l’interpretazione «ufficiale» continua a essere quella fornita da Ferdinando Gabotto [3]. Può essere utile riportarne alcune parti.
«Le genti da lui [Arcimbaldo d’Abzat] raccolte col favore di Savoia non solo, ma del re di Francia e dei suoi rappresentanti in Italia, servirono contro altri signori invisi a Carlo VII ed a Lodovico. […] Causa o pretesto dell’ostilità del governo sabaudo contro costui [Ludovico Bolleri] par fosse un litigio volgare di confine con un feudatario di Lodovico, Amedeo Falletti signore di Villa e Vottignasco; donde nasce ragionevole sospetto vi fosse al di sotto qualcosa oggidì non ben chiara. Il Bolleri pigliava a soldo Arcimbaldo con una sua masnada di Guasconi, immaginando atterrire l’avversario e farla presto finita. Ma l’Abzat, profittando della confidenza di Aloysio, forse la notte del 29 settembre 1457, sorprendeva il castello di Centallo […] indi, fatto prigione il Bolleri, lo rimetteva nelle mani della Corte di Savoia. […] Corradino Giorgio, ambasciatore lombardo in Savoia, giudicava che “la maggior parte del caso era proceduta e procedeva dal maresciallo” […]; ma non iscorgeva in lui che un esecutore de’ voleri del re di Francia.». Scrive poi Gabotto: «il buon Renato d’Angiò […] si intrometteva paciere […]. Per interposizione di quest’ultimo, […], il re [4] mandava ambasciatori a chiedere al duca di Savoia la consegna del prigioniero ed il castello e luogo di Centallo, con grande gioia di Aloysio stesso che nella consegna al sovrano di Francia omai vedeva la propria liberazione. Com’era prevedibile, la Corte di Lodovico addusse pretesti, scuse, impedimenti; in sostanza ricusò, pur in modo di non offendere la suscettibilità, o, piuttosto scontrosità, di Carlo VII. Nondimeno il risultamento fu poco diverso, giacché incominciarono le trattative dirette col Bollero affinché si confessasse in colpa e desse buone promesse per l’avvenire: in ricambio gli si offrivano la libertà ed i mezzi militari e pecuniari di ricuperare Centallo […]. Le pratiche, naturalmente, furono lunghe […]». Gabotto poi ricorda: «nel maggio, Francesco Sforza mandava legati a Renato di Angiò per congratularsi della dedizione di Genova al re e della nomina del figlio di lui a governatore» e prosegue affermando che «importava togliere in avvenire a Carlo VII ogni pretesto di muoversi in aiuto del duca di Savoia, venendo con questo a definitivo accomodamento». Ecco quindi che la diplomazia sforzesca agì «direttamente con un memoriale-ultimatum cui doveva presentare un nuovo e più energico ambasciatore [5], indirettamente mediante consigli di pace di re Alfonso». «Il disegno riuscì» conclude Gabotto e «il Bolleri finalmente fu liberato».
La versione di Gabotto, tuttavia, se confrontata con la documentazione acquisita, non soddisfa per diversi motivi. Possiamo qui accennare ad alcuni di essi.
1) Ludovico Bolleri non poté assoldare Arcimbaldo d’Abzat, perché questi era prigioniero del duca di Savoia.
2) Renato d’Angiò non svolse una funzione di «paciere», ma anzi minacciò il duca di Savoia di rappresaglie militari nel caso non liberasse il signore di Centallo.
3) È vero che in Giorgi13-Av, del 2 marzo 1458, leggiamo che «domino Aluyse Bolero […] se retrova molto cumtento de andare in le mane del re de Franza», ma in GS7, del 14 marzo, Ludovico Bolleri risulta «più contento de essere liberato qui [6], pur, quando non se posa fare altramente, è contento de andare in Franza».
4) È vero che verso la fine di marzo del 1458 Ludovico di Savoia cominciò a trattare direttamente con il signore di Centallo, che non era stato consegnato agli ambasciatori francesi, ma poco dopo, all’inizio di aprile, gli uomini del duca prendevano la terra di Demonte e la rocca di Vernante di Onorato conte di Tenda, e il 25 aprile anche il castello di Demonte.
E che l’agire sabaudo suscitasse non pochi interrogativi lo dimostrano le parole con cui Angelo Acciaioli commentò questi eventi: «Questa matina e nostri signori priori lessono una lettera che la vostra illustrissima signoria scrisse a Nicodemo, narando nel modo si governa il duca de Savoia […] verso meser Luigi Bolero et le cose ch’el detto duca ha rinovate verso meser Luigi in quelle parti […]. Questa mossa delle genti del duca di Savoia, sanza havere riguardo al re di Franza o al re Rinato o alla signoria vostra, mi fa pensare da che possa nascere tale ardire, perché di sua natura Savoia non è tanto ardito, ma bene credo che il re di Franza, per offendere et disfare quegli amici del dalphino, conforti il duca di Savoia a quella guerra segretamente, non stante che habia mandato e sua ambasciadori con altra comissione, ho veramente il duca de Savoia s’è mosso per la disfida che gli mandò tre mesi fa il re Rinato».
5) L’ambasciatore sforzesco mandato da Renato d’Angiò nel maggio del 1458 era Iob da Palazzo: questi non doveva solo «congratularsi della dedizione di Genova al re e della nomina del figlio di lui a governatore», ma anche parlare della vicenda di Ludovico Bolleri ed è per questo motivo che tornò a Milano insieme a Honorat de Berre, inviato angioino che recava la proposta di un attacco angioino-sforzesco contro il duca di Savoia.
6) Gabotto non fa alcun accenno alla seguente informazione contenuta in CS8, lettera di Antonio da Cardano dell’8 giugno 1458: «Guillielmo di signori de Antesano, prexo ha Taurino, che vene de presente dal Delfinato, ha intexo da Gabriel de Bernezio, signore de Targi, quale è camererio e del Consilio dela maiestà del re de Franzia e che andava dal re de Franza per parte de monsegnore de Giaton, gubernatore del Delfinato, che dito .. gubernatore sa che lo .. duca de Borgogna, lo re de Inglitera, la maiestà del re de Aragona e lo .. duca de Savoya hano fato liga insema et che adesso l’ambasaria del .. duca de Savoya va Milano per fare liga cum l’illustrissimo signore duca de Milano a destructione del re de Franza, del che uno amico m’à dito ne voglia dare aviso a vostra signoria».
Ma l’aspetto che lascia più perplessi del racconto di Gabotto riguarda il ruolo svolto dal re di Francia.
Carlo VII, infatti, da un lato pare acconsentire alla cattura di Ludovico Bolleri («Le genti da lui [Arcimbaldo d’Abzat] raccolte col favore di Savoia non solo, ma del re di Francia e dei suoi rappresentanti in Italia, servirono contro altri signori invisi a Carlo VII ed a Lodovico»), dall’altro alla sua liberazione («il buon Renato d’Angiò […] si intrometteva paciere […]. Per interposizione di quest’ultimo, […], il re [7] mandava ambasciatori a chiedere al duca di Savoia la consegna del prigioniero ed il castello e luogo di Centallo, con grande gioia di Aloysio stesso che nella consegna al sovrano di Francia omai vedeva la propria liberazione»).
Non si capisce poi perché il re di Francia avrebbe dovuto «muoversi in aiuto del duca di Savoia» proprio mentre l’Angiò proponeva a Francesco Sforza la spartizione del Piemonte: è difficile infatti immaginare che in questi mesi del 1458 Carlo VII e Renato d’Angiò non si muovessero di comune accordo.
D’altra parte, se si considera che nella successiva «Storia di Cuneo» [8] scrisse semplicemente che «intervennero pure, in vario senso, Renato di Angiò, Carlo VII re di Francia, ed altri potentati», proposizione in cui è evidente l’ambiguità di quel «in vario senso», non si può escludere che lo stesso Gabotto fosse consapevole di queste contraddizioni. Certo esse non sono sfuggite ad Alessandro Barbero, che nella stesura della voce “Bolleri Ludovico” del Dizionario Biografico degli Italiani [9] ha rimosso ogni accenno a Carlo VII.
Riguardo agli eventi di cui fu protagonista il signore di Centallo si avanzano quindi due ipotesi.
La prima è che sullo sfondo della vicenda di Ludovico Bolleri, imprigionato per volontà di Carlo VII e Renato d’Angiò perché faceva da tramite fra il delfino di Francia e il duca di Milano, Francesco Sforza e Ludovico di Savoia stipularono una lega. Nel frattempo, ed è questa la seconda ipotesi, venivano concepite e redatte presso la cancelleria sforzesca le lettere che formano la Serie Giorgi-Sforza e la Serie Cardano-Sforza, lettere che potevano essere mostrate [10]. Si tratterebbe in sostanza della creazione di false prove per far credere che i rapporti tra Francesco Sforza e Ludovico di Savoia erano stati realmente conflittuali e non era vero che i due duchi avevano stipulato un’alleanza.
I destinatari reali di queste lettere non autentiche erano gli inviati di Carlo VII e degli Angiò che fossero venuti a Milano. Evidentemente la situazione politica induceva a ritenere più che probabile l’arrivo di emissari francesi.
Sottolineiamo che non si vuole affermare che le lettere furono effettivamente mostrate, ma che potevano essere mostrate. E certo l’opportunità non mancò, se consideriamo quanto scrive Vincent Ilardi: «In the second half of 1458 and in 1459, when the French made several determined diplomatic efforts to isolate Ferrante, Sforza was one of their primary targets» [11].

[1] Da qui in poi definiamo la corrispondenza con Corradino Giorgi «Serie Giorgi-Sforza» e quella con Antonio da Cardano «Serie Cardano-Sforza». Per quanto riguarda i due inviati si veda Leverotti, Franca, Diplomazia e governo dello stato. I «famigli cavalcanti» di Francesco Sforza (1450-1466), Pisa, ETS, 1992, rispettivamente pp. 180-181 e pp. 133-135. Per quanto riguarda Corradino Giorgi può essere questa la sede adatta per alcune precisazioni. Leverotti scrive: «La sola notizia riguardante la sua attività diplomatica è una lettera del Consiglio segreto dell’ottobre ’57 in cui suggerisce al duca di inviarlo in Savoia al posto di Francesco da Fossato che aveva rinunciato». Non è tuttavia da una lettera del Consiglio segreto, ma da un Registro delle Missive (si veda M38-A) che veniamo ad apprendere che il Consiglio segreto in due sue lettere del 17 e 18 ottobre 1457 avrebbe proposto al duca di Milano di mandare in Savoia Corradino Giorgi. Leverotti prosegue poi scrivendo: «Francesco però si dichiara contrario, affermando che Corradino non era esperto di cose di Francia». In realtà, il duca di Milano non si dichiara contrario, bensì, come risulta da M38-C, davanti all’eventualità se «mandare et al prefato duca et anche poy ala prefata maiestà del re de Franza […], considerato […] che Corradino Zorzo per voy ellecto, licet sia zovene, da bene et intendente, non sia bene experto in quelle parte de Franza […], dicimo che ne pare de mandare solamente dicto Conradino al prefato duca». Francesco Sforza, dunque, scarta l’ipotesi di inviare Corradino Giorgi in Francia per la sua inesperienza «in quelle parte de Franza», ma non è contrario al suo invio in Savoia.
[2] I possedimenti di Bolleri si estendevano sulla valle della Stura. A essi, dopo il matrimonio con Eleonora di Saluzzo, erede della viscontea di Rellaine, in Provenza, si aggiunse quello di Rellaine.
[3] Gabotto, Ferdinando, Lo Stato Sabaudo da Amedeo VIII a Emanuele Filiberto, Torino, L. Roux e C, 1892, vol. 1, pp. 45-50.
[4] Il re di Francia Carlo VII.
[5] Antonio da Cardano.
[6] A Ginevra.
[7] Il re di Francia Carlo VII.
[8] Storia di Cuneo. Dalle origini ai giorni nostri, Savigliano, 1973, edizione anastatica di Cuneo, Salomone, 1898, p. 106.
[9] “Bolleri Ludovico” in Dizionario Biografico degli Italiani, XI, pp. 300-302.
[10] Lo stesso Francesco Sforza pare suggerire che le lettere potevano essere mostrate, quando in SC7 scrive: «non possiamo estimare né credere che Conradino Zorzo senza nostra licentia, ymmo havendo penitus contraria imposicione et comandamento da nuy per più nostre lettere, gli havesse consentito et, quando per imprudentia et poca advertentia lo havesse tolerato, non doveria però la ignorantia soa preiudicare tanto al facto nostro, né [n]uy disponemo haverlo per accepto», aggiungendo nel margine sinistro con un segno di richiamo, quasi a dare maggiore evidenza: «maxime perché de ciò non ha mandato da nuy, ymo e la instructione soa e tute le littere nostre scripte a luy significano lo contrario».
Soffermiamo l’attenzione sulle ultime parole: «de ciò non ha mandato da nuy, ymo e la instructione soa e tute le littere nostre scripte a luy significano lo contrario». Certo in esse non viene affermato che l’istruzione e le lettere di Francesco Sforza dovessero essere mostrate, tuttavia è altrettanto certo che venga implicitamente prospettata, o quanto meno non negata, la possibilità che, nel caso in cui fosse necessario dimostrare quale fosse il loro esatto significato, istruzione e lettere del duca di Milano potessero essere mostrate.
[11] Ilardi, Vincent, “The Italian League. Francesco Sforza and Charles VII (1454-1461)” in Studies in the Renaissance, VI, 1959, p. 151 (ora in Ilardi, Vincent, Studies in Italian Renaissance Diplomatic History, London, Variorum Reprints, 1986). Passiamo in rassegna gli ambasciatori francesi giunti presso Francesco Sforza sino ai primi mesi del 1459.
All’inizio di maggio del 1458 Francesco Sforza riceve Antonello Pagano, inviato di Renato d’Angiò (ambasciata non segnalata nei testi consultati; si vedano M44-22r, Pagano1, Pagano2 e Angiò1). Nello stesso mese Giovanni d’Angiò manda a Milano Daniele Arrighi, barone napoletano in esilio. Poiché viene da Genova, città infestata dalla peste, Arrighi viene fatto sostare a Chiaravalle e può entrare a Milano solo il 13 giugno (Ilardi, Vincent, “The Italian League. Francesco Sforza and Charles VII (1454-1461)” in Studies in the Renaissance, VI, 1959, p. 151 e n. 84; Nunziante, Emilio, “I primi anni di Ferdinando d’Aragona e l’invasione di Giovanni d’Angiò”, Archivio storico per le province napoletane, XVII, 1892,pp. 755-759;  Sacchi Orlandini, Pia, Quattro anni di storia genovese (1454-1458) alla luce dei documenti sforzeschi, Pavia, Ponzio, 1953, p. 65; si vedano M44-37r (A), M44-37r (B), M38-297r (A) ed M38-297r (B). Come risulta da Venezia37, Arrighi viene ricevuto nello stesso giorno in cui il duca di Milano accoglie i quattro ambasciatori mandati da Ludovico di Savoia per dirimere la controversia relativa alla vicenda di Ludovico Bolleri). Verso la fine di giugno arriva a Milano Honorat de Berre, consigliere di Renato d’Angiò inviato per proporre un attacco congiunto angioino-sforzesco contro il duca di Savoia (di questa missione non si è trovata menzione nei testi consultati; si vedano Angiò4, Angiò5 e PaS1; per i dettagli della proposta angioina di attacco Angiò4-All; per la risposta sforzesca Napoli22, Firenze27 e Roma 28). All’inizio di luglio è la volta di Rolin Regnault, che reca una lettera di Carlo VII (du Fresne de Beaucourt, Gaston, Histoire de Charles VII, Paris, Picard, 1891, p. 241; Perret, Paul Michel, Histoire des relations de la France avec Venise, Paris, 1896, p. 308; si vedano Firenze28, Napoli23 e Venezia38). Il 3 settembre 1458 il re di Francia invia a Milano Jean d’Amancier, uno dei suoi consiglieri (du Fresne de Beaucourt, Gaston, Histoire de Charles VII, Paris, Picard, 1891, pp. 241-242; Catalano, Franco, “La politica italiana dello Sforza” in AAVV, Storia di Milano, vol. VII, L’età sforzesca dal 1450 al 1500, parte I, cap. II, Milano, Fondazione Treccani, 1956, p. 130, n. 2; Ilardi, Vincent, “The Italian League. Francesco Sforza and Charles VII (1454-1461)” in Studies in the Renaissance, VI, 1959, p. 151 e n. 84; Perret, Paul Michel, Histoire des relations de la France avec Venise, Paris, 1896, p. 310; si vedano Carlo VII1, CarloVII2 ed M44-125R). Nell’ottobre successivo è la volta di due ambasciatori di Renato d’Angiò: Nicolas de Brancas, vescovo di Marsiglia, e Giovanni Cossa, anch’egli, come Arrighi, barone napoletano in esilio (Catalano, Franco, “La politica italiana dello Sforza” in AAVV, Storia di Milano, vol. VII, L’età sforzesca dal 1450 al 1500, parte I, cap. II, Milano, Fondazione Treccani, 1956, p. 120, n. 2; Ilardi, Vincent, “The Italian League. Francesco Sforza and Charles VII (1454-1461)” in Studies in the Renaissance, VI, 1959, p. 151 e n. 84; Perret, Paul Michel, Histoire des relations de la France avec Venise, Paris, 1896, p. 311; si vedano M38-357v ed M44-81r). Verso la metà di novembre Francesco Sforza riceve di nuovo Daniele Arrighi, inviato da Giovanni d’Angiò (M44-100v). Il 21 novembre 1458 e il 31 gennaio 1459 è invece Carlo VII a mandare presso il duca due suoi ambasciatori: rispettivamente Guillaume Toreau (du Fresne de Beaucourt, Gaston, Histoire de Charles VII, Paris, Picard, 1891, pp. 243-244; Catalano, Franco, “La politica italiana dello Sforza” in AAVV, Storia di Milano, vol. VII, L’età sforzesca dal 1450 al 1500, parte I, cap. II, Milano, Fondazione Treccani, 1956, p. 130, n. 2; Perret, Paul Michel, Histoire des relations de la France avec Venise, Paris, 1896, p. 312; si vedano M144-125R e Carlo VII3) e Jean du Mesnil-Simon, balivo di Berry e signore di Maupas (du Fresne de Beaucourt, Gaston, Histoire de Charles VII, Paris, Picard, 1891, p. 247; si veda M44-127r). All’inizio del 1459 Giovanni d’Angiò manda a Milano gli stessi inviati di cui si era servito suo padre Renato pochi mesi prima: Nicolas de Brancas, vescovo di Marsiglia, e Giovanni Cossa (du Fresne de Beaucourt, Gaston, Histoire de Charles VII, Paris, Picard, 1891, p. 245-246).
Può essere utile rilevare come alcuni di questi ambasciatori (Giovanni Cossa, Jean d’Amancier, Guillaume Toreau e Jean du Mesnil-Simon) erano stati presso Ludovico di Savoia fra la fine del 1457 e l’inizio del 1458, nello stesso periodo, quindi, in cui vi si trovava Corradino Giorgi.

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