8.3. Parallelismi nautico-epistolari

In GS2, lettera di Corradino Giorgi datata 23 dicembre 1457 nella quale Ludovico Bolleri risulta richiedere gli sia messa a disposizione «una bona fusta con sey navaroli galiardi, scorti del’aqua he scecuri, forniti de reme, de victualia et de ogni altra cossa necessaria per doy dy», l’inviato sforzesco esordisce in questo modo: «Con quanta instantia sapia ne possa fare per la liberatione de domino Aloyse Bollereo a questo illustrissimo signore, non posso havere havere da soa signoria altro che quelo ho scripto a vostra signoria, zoè che ha comisso cossa dela qual, quando vostra signoria sarà informata, remarrà tacita». Il secondo «havere» prima di «da soa signoria» è stato posto in corsivo perché nel documento risulta espunto.
Poco più avanti l’inviato sforzesco segnala che «al prescente hè stato qui uno Iacobo de Mansim, subdicto de questo signor ma servitore del ducha de Orliens he mandato per lo re de Franza, lo quale ha facto dimora qui per quatro dì cum questo signor he in grandi conscigli. Qual scia la casone non se dice né io la posso investigare». L’ambasciatore compie un altro errore, questa volta senza porre rimedio: riferendosi a Jean d’Amancier [45], non lo chiama con il corretto nome «Iohane» ma con lo sbagliato «Iacobo».
Per interpretarli correttamente, il secondo «havere» espunto e l’errato «Iacobo» devono essere considerati insieme: Francesco Sforza intende suggerire al lettore di fare molta attenzione a quando comparirà la combinazione fra l’assente «Iohane», l’errato «Iacobo» e «de Mansim».
L’associazione «Iohane-Iacobo-de Mansim» si palesa in GS7, lunga lettera del 14 marzo 1458 nella quale Corradino Giorgi scrive:

Item da maistro Iohane Iacobo, medicho de questo signore, sonto informato el re de Franza hè infirmato graviter e questo dice dicto maistro Iacobo esser certissimo. Item hame dicto dito maistro Iacobo, et sub iuramento de non palezare se no la signoria vostra, esser trovato in locho, dapoi questi ambaxadori sono qui, unde l’à intexo che lo re de Franza fa praticha cum vniciani molto streta de farli rompere guerra cum la signoria vostra da uno canto e lo predicto re debe rompere dal’altro et che per questa casone el predicto re ha deliberato mandare ambaxadori ala signoria de Venecia per concludere e, secondo esso intende, questi medesimi ambaxadori sono qui debeno esser queli gli debeno andare. Item sonto advisato che Iohane da Mansin, prima che gli dicti ambaxadori vadano a Venecia, venerà dala signoria vostra e poi andarà a Venecia e lui è quelo che conduce la barcha e tuto quelo dirà ala signoria vostra el fingerà.

L’ambasciatore avvisa Francesco Sforza di avere saputo da «maistro Iohane Iacobo», medico ducale poi denominato altre due volte solo «maistro Iacobo», che Carlo VII, gravemente ammalato, vuole stringere un’alleanza con Venezia contro Milano, servendosi dei due ambasciatori da lui mandati in Savoia [46]. La missione francese sarà tuttavia guidata da «Iohane da Mansin», definito colui «che conduce la barcha»: prima della partenza dei connazionali per Venezia Jean d’Amancier visiterà Francesco Sforza, proseguendo poi il suo viaggio diretto anch’egli a Venezia [47].
La combinazione «Iohane-Iacobo-de Mansim» serve dunque a Francesco Sforza per portare il lettore dalla «fusta» richiesta da Ludovico Bolleri in GS2 alla «barcha» guidata da Jean d’Amancier di cui si parla in GS7, permettendogli così di inquadrare correttamente il tema.

[45] Jean d’Amancier era «conseiller du duc d’Orléans, ép. Antigone, fille naturalle de Humphrey, duc de Gloucester. Employé dans plusieurs négociations diplomatiques» (Gaussin  [1982: p. 105]).
[46] Si tratta di Jean du Mesnil-Simon, signore di Maupass e governatore del Berry, e di Guillaume Toreau, segretario del re di Francia. Il primo era «sire de Maupas, gentilhomme normand, sénéchal du Limousin, puis bailli de Berry. Chargé de missions diplomatiques» (Gaussin  [1982: p. 121]); il secondo «notaire et secrétaire (1448-1460), chargé de missions diplomatiques» (Gaussin  [ibid.: p. 125]).
[47] Carlo VII aveva deciso di inviare Jean d’Amancier perché conosceva l’italiano. Nell’interrogatorio di Arcimbaldo de Abzat del 23 settembre 1458 (cfr. n. 36) il mercenario risulta infatti affermare che «rex mitteret Iohannem de Mansi, qui melius inteligebat et sciebat linguam talianam». E in Ardizzi2, del 27 novembre 1457, annunciando il futuro arrivo dell’ambasciatore francese, Abramo Ardizzi aveva riferito che «prete Loyse Robaudi heri me manda a dire d’Ast ch’el .. baylì gli ha scritto […] che presto torneria di cua et cum luy veniva Iohanne da Mansy, il quale, […], quando il .. baylì primamente venne in queste parte, gli fu dato per compagno et consegliero come pratico dela lingua et cose d’Ytalia».
I tre inviati francesi non andarono a Venezia. Nell’interrogatorio di Arcimbaldo de Abzat del 23 settembre il mercenario dichiarò di non sapere «qua de causa dictus Iohannes de Mansi remansit et non venit pro eundo Venecias».
Jean d’Amancier si recò a Venezia nella seconda metà di marzo del 1459 (Ilardi [1959: p. 152, n. 87]). Prima, però, Carlo VII lo fece passare per Milano, dove secondo Ilardi (ibid.: p. 151, n. 84) giunse nel settembre del 1458 (cfr. anche CarloVII2, copia di istruzione per Jean d’Amancier datata 3 settembre 1458) e dove più tardi fu raggiunto da Guillaume Toreau (cfr. CarloVII3, missiva del 21 novembre 1458). I due ambasciatori lasciarono Milano verso la metà di febbraio del 1459 (cfr. M44-125r [B], del 17 febbraio 1459). La missione francese a Venezia ebbe esito negativo, perché «the Venetians politely rejected a proposal for a Franco-Venetian alliance and declared their neutrality, refraining even from mentioning the Italian League» (Ilardi [ibid.: p. 152]).

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