3.2.1. «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie etc.»

Il documento contiene istruzioni per l’uso della polvere estremamente dettagliate. Francesco Sforza invia dieci «prese», da somministrare a dieci guardie: qualora fossero più di dieci, il duca si raccomanda di non utilizzare la polvere, ma di chiederne altra, perché, avendone grande disponibilità, può fornire qualsiasi quantità necessaria. La sostanza induce un sonno della durata compresa fra le otto e le dieci ore e agisce dopo una-tre ore: il tempo di reazione è inversamente proporzionale alla temperatura del luogo di assunzione. Prima del sonno si manifesta una cefalea. Alcuni soggetti, però, non si addormentano e iniziano a fare «pazie»: divenuti incapaci di comprendere quanto accade intorno a loro, si comportano come «matti». Il duca di Milano raccomanda di non preoccuparsi e fuggire anche nel caso in cui le guardie continuino a vedere, perché saranno così deboli e fuori di sé da non poter capire né parlare né impedire la fuga. E, se pure dicessero qualcosa di sensato, in realtà la polvere li avrà resi «pazi». Inoltre, una volta svanito l’effetto narcotizzante, non ricorderanno gli eventi.
La polvere deve essere somministrata nella minestra, soprattutto «lasagne con formagio», aggiungendo spezie e zafferano, in modo da confonderla, anche se ha il sapore del formaggio. Ciascuna guardia deve assumere una «presa» completa, ma non di più, perché il sovradosaggio, che non è letale, può comunque essere nocivo. Qualora non vi fosse minestra a disposizione, la polvere può essere sciolta nel vino dolce «torbibo», servito nella quantità appropriata, sempre aggiungendo delle spezie per celarla. Con il vino, però, l’effetto sonnifero si manifesta più tardi: a quattro persone occorrerà pertanto somministrare non quattro dosi, ma cinque, ripartite ugualmente nelle «taze». In mancanza di minestra e vino, si può ricorrere ai «pastelli», realizzandoli in modo tale che ogni guardia riceva una «presa».
Bisognerà fare attenzione che quelli «ali quali se ha ad fare questa beffa» non ingeriscano aceto, perché limita drasticamente l’effetto della polvere. L’«amico» (così viene definito Ludovico Bolleri), che dovrà avere cura di assaggiare la minestra, il vino o il pastello a lui serviti solo se non drogati, potrà iniziare la fuga nel momento in cui vedrà le guardie dormire o «intrare in pazie», almeno tre ore dopo l’assunzione della polvere. Qualora assumesse il narcotico, il signore di Centallo dovrà sforzarsi di vomitare, eventualmente aiutandosi bevendo dell’aceto. Se questi rimedi non fossero sufficienti ad annullare l’effetto della polvere, dovrà essere portato via da «alcuni deli soy» [19].

[19] Può essere il caso di rilevare che SG3 ed SG3-All sono minute che non presentano alcuna indicazione di cifrare la lettera e l’allegato da inviare in Savoia, nonostante questi ultimi siano spediti insieme alla polvere narcotizzante. Questa considerazione non deve tuttavia sorprendere. Come si è visto, il duca di Milano, ricevuta GS1, intuisce correttamente, senza bisogno di ulteriori informazioni dal suo ambasciatore, che la polvere serve a Ludovico Bolleri per mettere in atto un tentativo di fuga. A questo punto possiamo immaginare che il duca, compresa l’urgenza del momento, abbia ordinato immediatamente di cercare una sostanza adatta allo scopo e, una volta trovata, ne abbia fatto «fare experientia», in modo di assicurarsi che sia «perfecta da quello mestiero» (da SG3). Non resta che spiegare quale sia «lo modo da dare la polvere»: ne risulta un documento lungo tre pagine che si decide di lasciare in chiaro, perché occorre agire con la massima rapidità e l’operazione di cifratura richiederebbe un tempo eccessivo. Come ricorda Senatore (1998: p. 256), infatti, «per la cifratura di una lettera piuttosto lunga (p. e. 4 fogli) c’era da lavorare anche per più giorni». Queste parole sono riferite agli ambasciatori, che, generalmente privi di cancellieri cifratori, erano perciò costretti «a passare un’enorme quantità del proprio tempo nelle operazioni noiosissime di cifratura, con uno svantaggioso allungamento dei tempi di spedizione» (ibid.: p. 256), ma nella cancelleria ducale l’operazione di cifratura delle prime lettere sforzesche ricavate da SG3 ed SG3-All non sarebbe stata molto più veloce, perché «la scarsa pratica con la cifra nuova accresceva l’impaccio, non essendo possibile procedere con la rapidità consueta» (ibid.: p. 257).

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