Anticipazioni esplosive in Sforzinda [119]

[paragrafo da spezzare in vari sottoparagrafi]

Al proposito bisogna però rilevare che alla missiva ricavata da SG23, minuta datata 12 maggio, in realtà inviata il 2 maggio insieme alle «prese», si afferma siano state allegate le «lettere quale scrive la sanctità de nostro Signore et altre che scrive la maiestà del signore re de Ragona ad quello illustre signore duca»: come poté il duca di Milano spedire la bolla di Callisto III [120] e la lettera di Alfonso il Magnanimo il 2 maggio insieme alle «prese» se risulta che i due documenti furono allegati a una missiva di Francesco Sforza datata 12 maggio?
Questo breve saggio non è la sede opportuna per esaminare in modo approfondito l’intrigante problema: ci limitiamo a osservare che tra il marzo e il maggio del 1458 le corrispondenze di Francesco Sforza con Ottone del Carretto e Antonio da Trezzo, ambasciatori ducali rispettivamente a Roma e Napoli, presentano una serie di anomalie ed errori di datazione che consentono di inferire che il duca di Milano ricevette le «lettere quale scrive la sanctità de nostro Signore et altre che scrive la maiestà del signore re de Ragona» entro la fine di aprile.
Non deve stupire che le anomalie e gli sbagli cui si è accennato siano sfuggiti a Senatore nella sua edizione dei dispacci sforzeschi da Napoli [121]: dei due poli della comunicazione che caratterizzano qualsiasi epistolario egli ha infatti scelto di pubblicarne uno solo, ossia le lettere di Antonio da Trezzo, trascurando la necessità di compiere i dovuti riscontri con le minute ducali. Effettuando questi ultimi, Senatore si sarebbe accorto che in Napoli18, datata 19 maggio, riferendosi a Napoli15, missiva dell’inviato ducale del 27 aprile spedita da Napoli [122], Francesco Sforza commette un errore di datazione, scrivendo: «Hebbemo la tua lettera de dì 17 del passato con quella scrive la maiestà del signor re al duca de Savoya per la novità ch’el fa contro questi nostri adherenti et la copia d’essa inclusa alla nostra». Antonio da Trezzo cade a sua volta in uno sbaglio di data nella stessa Napoli15, quando, segnalando la ricezione di Venezia8, del 13 aprile, scrive: «Tornato la sera a Capua, trovai uno cavallaro cum lettere de vostra celsitudine de dì XIIII° ad mi directive, le quale narrano le novitate facte per lo illustre .. duca de Savoya contra meser Aluyse Bollera, quelli da Cocona’ et li conti de Tenda, […]». In Napoli12, lettera di Antonio da Trezzo datata 13 aprile «in regiis allogiamentis apud Turrim Sclavorum» [123], si trova invece un’anomalia. L’ambasciatore riferisce quanto segue: «In diversi dì ho recevuto lettere de vostra signoria, date a XVII, XXIIII° et XXVIII del passato, et cum quelle una de mane vostra directiva alla serenissima maiestà del signore re, […]». Antonio da Trezzo segnala dunque la ricezione di una lettera di Francesco Sforza, del 17 marzo, «directiva alla serenissima maiestà del signore re», ma non quella della missiva cui essa era allegata tratta da Napoli5, minuta ducale datata 14 marzo nella quale Francesco Sforza avvisa di avere «recevuto le tue lettere de dì XIIII et XVI del passato, con le quale erano quelle ce ha scritto de sua mano la maestà del signore re et quelle de Bartholomeo de Recanate. Respondiamo ad la maestà sua de nostra mano per le alligate, la copia dele quale te mandiamo qui inclusa» [124].
Gli errori di datazione e l’anomalia rintracciati consentono di affermare che la corrispondenza del duca di Milano con il suo ambasciatore a Napoli, così come del resto quella con Ottone del Carretto, veniva esibita, «in modo da inviare precisi messaggi al lettore» [125], ritenuto in possesso dei requisiti necessari per una corretta decifrazione.

[119] Per l’aggettivo «esplosiva» cfr. n. 81.
[120] Per l’edizione del documento originale cfr. Gabotto (1913). Della bolla esistono due copie presso l’Archivio di Stato di Milano, Fondo Sforzesco, Potenze estere, cartella Roma 46.
[121] Senatore (1997).
[122] Senatore (1997: pp. 621-623).
[123] Senatore (1997: pp. 612-616).
[124] Per quanto riguarda la lettera di Antonio da Trezzo datata 14 febbraio, Senatore (1997: p. 599) segnala l’esistenza di una «copia riformata» nella quale «manca tutto il colloquio tra Bartolomeo, da Trezzo e il re» nel corso del quale «il re accetta il finanziamento sforzesco alla guerra contro Genova e rimette a Vilamari la scelta tra fanti o cavalli da reclutare». A proposito delle copie riformate Senatore (1993: pp. 229-230) spiega che «le lettere provenienti da Napoli o da altri stati potevano essere corrette e opportunamente adattate (“reformate”) per venire poi spedite in visione in altri stati o mostrate ai relativi ambasciatori, sotto forma di copie o di estratti». La lettera originale e la copia riformata qui in esame hanno la parte iniziale quasi del tutto in comune. Nella prima si legge: «Illustrissimo signore mio. Dapoy che per mie date ad Attella al primo de questo significai alla excellentia vostra el giongere de Bartolomeo da Rechanati et mio alla maiestà del re et quanto gratamente essa ce haveva veduti et che essa concludeva volere aspectare la venuta de meser Petro Spinula per intendere se al bisogno de la impresa sono più necessarii fanti che cavalli, dicto meser Petro venne, el quale ce stete alcuni dì bene veduto da essa maiestà et poy venne qua ad Venosa per non essere stato in tuto spaciato ad Attella, et è remandato ad Napoli insieme cum el protonotario, per dare forma alla expeditione de l’armata, interim che la maiestà sua etiam gli andarà, che dice serà presto» (Senatore [1997: p. 599]). Ecco invece la copia riformata: «Signore. Dapoy che per mie date ad Attella a dì primo de questo significay alla excellentia vostra el giongere de Bartholomeo da Recanati et mio alla maiestà del re et quanto gratamente essa ce ha veduti et che essa concludeva volere aspectare la venuta de domino Petro Spinula per mettere forma al facto de l’impresa, dicto misser Petro vene, el quale ce steti alcuni dì ben veduto da essa maiestà et poy vene qua ad Venosa per non essere in tucto spaciato ad Attella, et è remandato ad Napoli insieme col prothonotario, per dare forma alla expedicione de l’armata, interim che la maiestà soa etiam gli andarà, che dice sarà presto». Le due versioni presentano alcune lievi differenze, come le due occorrenze di «Petro» precedute nel primo caso da «meser» ripetuto e nel secondo da «domino» e da «messer» o il termine «forma» menzionato una sola volta nella lettera e due nella copia. La differenza maggiore, senza dubbio piuttosto curiosa, consiste nel fatto che la parte in cifra della lettera originale si trova in chiaro nella copia. Si tratta di «per intendere se al bisogno de l’impresa sonno più necessarii fanti che cavalli»: benché depennate (escluso «per» e «l’impresa») e poi sostituite da «mettere forma al facto de» riportato nell’interlinea, le parole sono comunque leggibili, anche se non facilmente.
[125] Vd. 8.8.3.

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