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Dopo esserci lasciati condurre da Francesco Sforza da GS22, del maggio del 1458, alle lettere della fine del precedente mese di gennaio, è giunto il momento di compiere quella «passeggiata» a ritroso nella corrispondenza del duca di Milano con Marchese da Varese, suo ambasciatore a Venezia, cui si è accennato altrove, al fine di verificare l’esistenza di altre prove esterne oltre Venezia23 o di eventuali anomalie di particolare rilevanza.

Il caso della minuta priva della nota di avvenuta duplicazione
La prima anomalia emerge già da Venezia22, lettera dell’8 maggio in cui Marchese da Varese riferisce la ricezione di una duplicazione di Venezia16, missiva ducale del 2 maggio in cui Francesco Sforza segnala che Ludovico di Savoia ha preso la rocca di Demonte (della quale l’inviato riferisce la ricezione in Venezia20, datata 7 maggio). Se non fosse per le parole di Marchese da Varese in Venezia22, non sapremmo nulla della duplicazione di Venezia16: quest’ultimo documento si può dunque considerare caratterizzato da un errore, ossia la mancanza di una nota che ricordi l’avvenuta duplicazione in un giorno successivo.

Il caso della minuta con i destinatari depennati
Un’altra anomalia è costituita da Venezia21, documento sempre dell’8 maggio con il quale il duca, per «avisare […] deli processi delo illustre signore duca de Savoya contro quelli nostri adherenti et recomandati», invia «inclusa la copia de lettere quale novamente ce scriveno li nobili da Cochonato». Dei cinque destinatari indicati, «Marchesio de Varisio» (ambasciatore a Venezia), «Boccacino et Nicodemo» (a Firenze), «domino Othoni Carreto» (a Roma) e «Antonio de Tritio» (a Napoli), il primo e l’ultimo sono depennati rispettivamente con quattro e due linee oblique, il quarto con una linea orizzontale; i nomi dei due destinatari a Firenze non sono barrati. Nella letteratura sull’argomento non viene avanzata alcuna ipotesi che consenta di spiegare il significato di queste linee.
Prendendo spunto dal caso della minuta priva della nota di avvenuta duplicazione, nel quale la duplicazione viene scoperta grazie alla missiva in cui Marchese da Varese ne segnala la ricezione, può essere utile verificare la ricezione o meno di Venezia21 da parte dei destinatari riportati nella minuta, indicati nella tabella che segue con il loro luogo di residenza.

La ricezione di Venezia21

 

Venezia

Firenze

Roma

Napoli

Destinatario depennato?

SI

NO

SI

SI

Ricezione di

Venezia21?

SI

Venezia29

NO

SI

Roma22

NO

In Venezia29, datata 14 maggio 1458, Marchese da Varese riferisce la ricezione di un «mazo» di lettere, «prima una con molte copie sopra fatti de Gienova, doe altre sopra fatti del duca de Savoya et de quigli gentilomeni soy ricomendati, l’altra lo respondere che la fa sopra la risposta che gli fece hauta da questa signoria sopra li modi ha tenuti et tene lo duca de Savoya verso de sì». Per quanto riguarda le missive concernenti Ludovico di Savoia, riteniamo che l’ambasciatore sforzesco si riferisca a Venezia21, cui era allegata una lettera dei signori di Cocconato (che non si è stati in grado di identificare), e a Venezia23, del 10 maggio, nella quale Francesco Sforza aveva replicato alla risposta data dal doge Pasquale Malipiero a Marchese da Varese a proposito del comportamento di Ludovico di Savoia, riportata in Venezia17 (del 2 maggio).
Ottone del Carretto segnala la ricezione di Venezia21 in Roma22, datata 19 maggio.
Sembrerebbe potersi avanzare l’ipotesi che da Venezia21 siano stati ricavati tre originali, i cui destinatari corrispondono ai nomi depennati. In effetti il 16 maggio1458 inFirenze20 Boccaccino Alamanni segnala di avere «riceuto più lettere», indirizzate non solo a lui ma anche a Nichodemo Tranchedini da Pontremoli, le quali però sono «tutte adpartenente al fatto di Zenoa». L’ultimo destinatario depennato, Antonio da Trezzo, rappresenta tuttavia un problema, perché l’ambasciatore sforzesco a Napoli non riferisce di avere ricevuto Venezia21. Bisognerebbe inoltre chiedersi per quale motivo, dopo avere riportato i nomi di Boccaccino Alamanni e Nicodemo Tranchedini, non fu inviata loro alcuna lettera. L’ipotesi che si può avanzare è che, redatta Venezia21, in seguito alla ricezione di una lettera da Firenze si decise di non ricavare dalla minuta la missiva da inviare ai due destinatari in Toscana. Vennero così preparati solo tre originali, diretti a Marchese da Varese, Ottone del Carretto e Antonio da Trezzo, ma l’invio a quest’ultimo fu bloccato dalla ricezione di una sua lettera da Napoli.
L’ipotesi pare interessante, anche perché forse da mettere in relazione con SG23, missiva del 12 maggio nella quale Francesco Sforza avvisa Corradino Giorgi dell’invio di «queste lettere quale scrive la sanctità de nostro Signore et altre che scrive la maiestà del signore re de Ragona ad quello illustre signore duca. Credemo siano per el facto de queste novitate: ch’el debba deponere le arme, relaxare presoni et restituire le cose tolte». E più oltre il duca precisa che «questi dì nuy ne avisassimo nostra sanctità et la prefata maiestà del re et le altre potentie dela liga per nostra iustificatione et scusa se venevamo ad procedere più ultra contro esso signore duca, li quali se sono grandemente maravegliati de tanta patientia nostra». Pare pertanto necessario verificare se le anomalie sinora riscontrate non siano da inserire in un contesto più ampio, ma per ora è sufficiente averle rilevate.

Marchese da Varese e il caso della lettera fatta «fare là in mio nome»
Procediamo evidenziando la terza anomalia, segnalata dalla già menzionata Venezia17, lettera datata 2 maggio di Marchese da Varese. In un piccolo foglio incollato in basso a sinistra nella terza pagina della lettera, in grado di attirare l’attenzione del lettore, si legge: «Frategli del ditto Bartholomeo più dì mi fecero parlare et poy loro, sempre dicendo se io haveva lettera nesuna dela signoria vostra. Rispose sempre de non, come era il vero, perché in fin alora non haveva soa lettera. Ne aviso che già più dì de questa cosa n’à avisato soy frategli, siché la lettera fece fare là in mio nome non vene a servire a tempo».
Memori di Giorgi7-Es-Min e Giorgi8-Es-Min, il riferimento di Marchese da Varese a una lettera che il duca «fece fare là in mio nome» non può certo lasciare indifferenti. Si scopre così che il 28 aprile in Venezia13 Francesco Sforza accenna a Bartolomeo Pisani: bandito da Venezia, ha chiesto al duca di accoglierlo in corte. Francesco Sforza, che non vuole problemi con il doge, segnala di avergli mostrato Venezia14, datata 21 aprile, che è una missiva solo apparentemente inviata da Marchese da Varese: il documento, in cui si simula che Francesco Sforza abbia scritto al suo inviato di Pisani, si presenta infatti come un falso prodotto dalla cancelleria per inventare un pretesto che consenta al duca di non accettare la richiesta. Poiché Bartolomeo potrebbe avvisare di Venezia14 i parenti, il duca invia all’ambasciatore copia della lettera, in modo che, se interrogato al riguardo, egli non fornisca risposte discordanti da essa. La ricezione di Venezia13 viene segnalata in Venezia17 in modo per così dire indiretto. In quest’ultima lettera, come abbiamo visto, Marchese da Varese scrive infatti che Bartolomeo Pisani aveva già informato di Venezia14 i fratelli, che a loro volta gli hanno chiesto se aveva ricevuto una lettera dal duca: l’ambasciatore ha però risposto, smentendo quindi il duca, «de non, come era il vero, perché in fin alora non haveva soa lettera», affermazione che implica al momento della scrittura di Venezia17 la ricezione di Venezia13 con l’allegata copia di Venezia14.

Il caso del già «ditto», ma nella lettera falsa…
Poiché, come si ricorderà, si è giunti alla corrispondenza di Francesco Sforza con Marchese da Varese proveniendo da quella con Corradino Giorgi, della cui non autenticità siamo avvisati sin dal documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie», del 10 gennaio 1458, la netta dichiarazione di falsità di una lettera da parte del duca indurrà il lettore accorto, giustamente insospettito dall’affermazione sforzesca, a esaminare con maggiore attenzione l’esordio del foglietto di Venezia17: «Frategli del ditto Bartholomeo più dì mi fecero parlare». Qui interessa soprattutto rilevare che la parola «ditto» si configura come un errore, perché Bartolomeo Pisani viene menzionato per la prima volta nella missiva. Anche se potrebbe sembrare che l’inviato ricorra a questa anomalia per replicare a Venezia13, in realtà riteniamo si voglia dire al lettore di procedere logicamente, considerando vincolate dal tema di Pisani Venezia14 e Venezia17, prima missiva con la firma di Marchese da Varese dopo la stessa Venezia14, perché quest’ultima, benché datata 21 aprile, risulta allegata a Venezia13, del 28 aprile. Il termine «ditto» troverebbe così la sua spiegazione nel fatto che è come se Venezia14 fosse ancora «attiva» al momento di dedicarsi a Venezia17, come se, quindi, le due lettere fossero state scritte in rapida successione. Ma Venezia14, come sappiamo, è lettera non autentica. Collegando Venezia17, documento che pare una lettera vera, a Venezia 14, si intende suggerire che anche Venezia17 non è autentica e così per contaminazione le altre missive di Marchese da Varese.
È tuttavia opportuno precisare che non si può avanzare l’ipotesi che tutte le lettere dell’inviato siano state scritte «in suo nome». Per evitare situazioni imbarazzanti simili a quella segnalata dal «caso Pisani» della sequenza Venezia13-Venezia14-Venezia17, concepito anche per permettere di apprezzare per contrasto il perfetto funzionamento della cancelleria sforzesca, la medesima cancelleria non agiva in completa autonomia, ma, come nel caso della falsa corrispondenza con Corradino Giorgi, sulla base delle informazioni ricevute ideava minute «in nome» di Marchese da Varese, il quale in un secondo momento provvedeva a scrivere le lettere di persona. In questo modo l’ambasciatore era informato appieno del contenuto del falso epistolario a lui attribuito e poteva agire di conseguenza.

Il caso della lettera datata «XXXVIII februarii»
Alla ricerca di conferme a quanto appena sostenuto, la «passaggiata» a ritroso nella corrispondenza di Francesco Sforza con Marchese da Varese non lascia delusi. Giunti alla fine di febbraio, ci si imbatte infatti in una lettera dell’ambasciatore, Venezia3, datata «XXXVIII februarii», ossia 38 febbraio. L’errore potrebbe essere considerato semplicemente tale se non fosse che nella prima minuta ducale che precede Venezia3, ossia Venezia1, datata 25 febbraio, si trova un nuovo riferimento alla corrispondenza con la Savoia, quando il duca di Milano, «seguendo el nostro usato costume de advisare quella illustre signoria de quello che alla giornata ne accade digno de notitia», scrive al suo inviato di informare il doge che «la caxone che ha mosso re Renato ad menazare esso duca de farli guerra, […], vene ad essere remossa, attento che, per quello che novamente havemo inteso per littere del nostro quale è presso dicto duca per la liberazione del dicto domino Aluyse, era per essere in brevi liberamente relaxato con la restitutione del suo castello de Centallo, […], et con la satisfactione de XXXm ducati per li soy damni. Et questo segue per lo mezo dela maiestà del re de Franza». Si noti che le parole da «per littere» a «domino Aluyse» sono poste nel margine destro con un segno di richiamo, quasi a dare loro maggiore risalto.
La lettera di Corradino Giorgi cui il duca si riferisce è GS5, datata 13 febbraio, nella quale si legge che «lo predicto re de Franza, scecumdo che XXXXXX publice dicitur, et maxime da Pedemontani quali sce retrovano esser qui ex nunc, per quanto a quelle cose aspectano a lui ha liberato domino Aloysio Bolero e simil vole faza questo signore et ulterius vole gli scia restituito lo castello e darli tranta milia ducati per questo signore pro dannis et interese. Sce cusì serà vero, non lo posso bene intendere, del certo dicitur publice, como ho sopradicto».
L’errore di datazione contenuto in Venezia3, che consiste nella presenza di una «X» di troppo nella data «XXXVIII februarii» e riteniamo voglia rimandare al primo capoverso del documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie», secondo il quale « Le prese sono X», si configura pertanto come un vero e proprio segnale che avvisa dell’imminente arrivo di quella che definiamo «prova esterna A», costituita da Venezia1, che consente di effettuare anche un’eventuale verifica reale, resa possibile dal colloquio di Marchese da Varese con il doge di Venezia (ora si può denominare Venezia23 «prova esterna B», cui rimanda l’errore di datazione commesso da Francesco Sforza in SG23).
Come si ricorderà, sopra si è scritto che «collegando Venezia17, documento che pare una lettera vera, a Venezia 14, si intende suggerire che anche Venezia17 non è autentica e così per contaminazione le altre missive di Marchese da Varese». E poche righe sotto si è precisato che «per evitare situazioni imbarazzanti simili a quella segnalata dal “caso Pisani” della sequenza Venezia13-Venezia14-Venezia17, […], la […] cancelleria […] sulla base delle informazioni ricevute ideava minute “in nome” di Marchese da Varese, il quale in un secondo momento provvedeva a scrivere le lettere di persona». Venezia3 conferma quanto appena sostenuto. Si converrà essere infatti statisticamenente improbabile che Marchese da Varese abbia commesso il suo sbaglio in Venezia3 in modo casuale. È pertanto verosimile affermare che egli abbia ricevuto una minuta ducale da copiare con l’indicazione della data 38 febbraio. L’ipotesi che Marchese da Varese possa avere riportato l’errore in base a un semplice suggerimento orale pare invece da scartare, perché la natura meditata del progetto immanente alla «non autentica» corrispondenza sforzesca espressa dal documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie» esclude che Francesco Sforza lasciasse spazio a decisione estemporanee: il duca organizzava i falsi epistolari con i suoi inviati in modo scrupoloso. Venezia1, minuta ducale che contiene una sorta di collegamento ipertestuale a GS5, e Venezia3, lettera «segnaletica» a firma di Marchese da Varese, sono dunque due documenti frutto di un’unica mente, che risiedeva a Milano, anche se Venezia3 è stata poi scritta da Marchese da Varese.
A conferma di quanto appena esposto può essere utile considerare anche il testo di Venezia3. Marchese da Varese scrive che «circa X dì lo serenissimo principe me mandò quisti try astori in dono ala vostra signoria», precisando di «habere informatione di questo terzolo che troppo è fiero et avantegiato». Dopo la data l’inviato ducale ribadisce che il doge «dise lo terzolo tra a lepore et ad altre cose ch’è troppo avantegiato». Francesco Sforza segnala la ricezione di Venezia3 in Venezia5, datata 9 marzo. Il duca scrive: «Havemo ricevuto doe toe littere, l’una del’ultimo del passato, l’altra de dì tre del presente, et inteso quanto per quelle tu ne scrivi. Te respondemo: et primo ne sono molto piaciuti li tre astorri li quali quella illustrissima signoria ne ha mandato, benché de quelli ne sia morto uno per camino». Con un sottile senso dell’ironia riteniamo che Francesco Sforza, informato dal suo ambasciatore «a bocha», come si diceva, o per iscritto del regalo del doge, abbia ideato Venezia3, lettera «segnaletica» a firma di Marchese da Varese, e Venezia5, apparentemente una minuta ducale, stabilendo una corrispondenza fra le tre «X» di «XXXVIII februarii», di cui una è da depennare, e i tre astori regalati dal doge di Venezia, di cui uno muore «per camino» verso Milano.* Difficilmente si potrà considerare un simile intrecciarsi di temi pertinenti il risultato del caso o della fortunata capacità intuitiva di Marchese da Varese telepaticamente guidato dal duca di Milano.
Si è dunque appurato che la corrispondenza di Francesco Sforza e Corradino Giorgi risulta agganciata con due prove esterne all’epistolario del duca con Marchese da Varese. Le due prove sono interessate da altrettanti errori di datazione, che permettono di inferire che esse sono state collocate ad arte e non hanno quindi alcuna natura di prova rispetto all’autenticità della documentazione in esame, anzi confermano e quasi esaltano la sua non autencità, già peraltro anticipata dal documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da fare dormire le guardie», se correttamente interpretato.
I due errori di datazione vogliono però soprattutto segnalare che, nel caso lo desiderasse, il lettore potrebbe verificare presso il doge se egli abbia o meno ricevuto le informazioni riguardanti il ducato di Savoia riportate in Venezia1 e Venezia23. Uno degli aspetti più eclatanti della beffa sforzesca consiste proprio in questa contraddizione: da un lato la documentazione dichiara in modo esplicito la sua non autenticità, dall’altro consente di avere riscontri reali, resi possibili da quella corrispondenza sommersa cui si è accennato altrove, che permetteva di ricevere informazioni da Corradino Giorgi e poi inviargli le minute (come per esempio Giorgi7-Es-Min e Giorgi8-Es-Min) da cui alla fine l’inviato ricavava le lettere in cifra.

Il caso della singolarità di Venezia1
Quando sopra si è parlato del caso di Venezia21, la «minuta con i destinatari depennati», ossia gli ambasciatori sforzeschi residenti a Venezia, Firenze, Roma e Napoli, alla fine si è rilevato che forse le anomalie del documento sono da inserire in un contesto più ampio, «in relazione con SG23, missiva del 12 maggio nella quale Francesco Sforza avvisa Corradino Giorgi dell’invio di “queste lettere quale scrive la sanctità de nostro Signore et altre che scrive la maiestà del signore re de Ragona ad quello illustre signore duca”». Si è anche notato che sempre in SG23 «più oltre il duca precisa che “questi dì nuy ne avisassimo nostra sanctità et la prefata maiestà del re et le altre potentie dela liga per nostra iustificatione et scusa se venevamo ad procedere più ultra contro esso signore duca». È come se Francesco Sforza si servisse di Venezia21 per suggerire al lettore di non limitare il suo percorso alla corrispondenza con Venezia, ma di esplorare anche gli epistolari paralleli.
Per verificare l’effettiva singolarità di Venezia1, segnalata da Venezia3 per via del suo collegamento ipertestuale a GS5, pare opportuno procedere subito a un controllo di tipo per così dire paradigmatico. Si scopre così a GS5 si accenna non solo in Venezia1 ma anche in Firenze1 e Napoli1, minute entrambe datate 27 febbraio. Bisogna però notare che in Firenze1 e Napoli1 il riferimento è vago: in queste minute si legge infatti semplicemente «per altra via intendiamo»; solo in Venezia1 si dice in modo chiaro «per quello che novamente havemo inteso per littere del nostro quale è presso dicto duca per la liberazione del dicto domino Aluyse», con le parole da «per littere» a «domino Aluyse» evidenziate ponendole nel margine destro con un segno di richiamo, come già detto. Inoltre, a differenza di Venezia1, segnalata dall’errata data «XXXVIII februarii» di Venezia3, Firenze1 e Napoli1 non si contraddistinguono per la presenza di alcun segnale. Queste considerazioni permettono di affermare che come garante finale della simulata autenticità della corrispondenza ducale con Corradino Giorgi Francesco Sforza scelse scientemente il doge di Venezia, «segnalandolo» come unico custode attendibile delle prove esterne fornite in Venezia1 e Venezia23
Dal canto suo Pasquale Malipiero difficilmente avrebbe potuto sottrarsi al ruolo a lui assegnato da Francesco Sforza. Le informazioni di GS5 in Venezia1 sono infatti diverse rispetto a quelle contenute in Firenze1 e Napoli1, a loro volta piuttosto simili fra loro. In Venezia1 si dice che Ludovico Bolleri «era per essere in brevi liberamente relaxato con la restitutione del suo castello de Centallo, […], et con la satisfactione de XXXm ducati per li soy damni. Et questo segue per lo mezo dela maiestà del re de Franza»; da Firenze1 risulta invece che «la maiestà del re de Franza vole ch’el duca de Savoya remandi el dicto domino Aluyse ad la maiestà sua, la quale, poy ch’el serà da quella, vorà sii relaxato et gli sii restituito el suo, et per questo ha mandato suo ambaxatore in Savoya».
Poiché si può immaginare che quanto riferito dagli inviati sforzeschi venisse diffuso dai destinatari delle ambasciate, uscendo dalle segrete stanze in cui avvenivano i colloqui, ne consegue che il doge di Venezia non avrebbe potuto smentire quanto a lui riferito di GS5 da Marchese da Varese, perché lui e solo lui poteva essere il responsabile della successiva diffusione di quel particolare tipo di informazioni. E un discorso analogo si può fare a proposito della prova esterna B contenuta in Venezia23.

Il caso delle ironiche allusioni di Venezia6 e Venezia9
A questo punto è possibile procedere nell’esame di altri due documenti: Venezia6 e Venezia9. Il primo è una minuta ducale datata 14 marzo al termine della quale Francesco Sforza sembra rimprovare Marchese da Varese che «ne pare tu scrivi troppo largo scrivendo quello tu scrivi de quello tuo parere et de quello te pare comprendere de quelle cose et dispositione dellà etc. senza cifera, perché, quando per aventura una simile lettera capitasse in man d’altri, poria generare non ponto bon fructo, siché un’altra volta vogli essere più cauto nel scrivere scrivendo cose de importantia». In Venezia7, del 20 marzo, l’ambasciatore risponde: «Una parte me scrive del mio scrivere in ciffra quando accade. Non creda vostra signoria questo intervenga per ygnorantia. Solamente, considerato la dolcieza del vivere de qui, che le cose sono ala giornata senza alcuno suspecto né gelosia, ancora si piglia pure assay bon concepto et credito di me, che, si pure non essendo diffecto del cavalaro, non è di posserne dubitare, pur tutto drizarò sempre secondo lo volere de vostra signoria».
Per mettersi nelle condizioni di interpretare correttamente i due documenti, è necessario considerare che in GS7, del 14 marzo, Corradino Giorgi avvisa Francesco Sforza che «hame dicto […] maistro Iacobo, […], esser trovato in locho da poi questi ambaxadori sono qui unde l’à intexo che lo re de Franza fa praticha cum vniciani molto streta de farli rompere guerra cum la signoria vostra da uno canto e lo predicto re debe rompere dal’altro et che per questa casone el predicto re ha deliberato mandare ambaxadori ala signoria de Venecia per concludere e, secondo esso intende, questi medesimi ambaxadori sono qui debeno esser queli gli debeno andare. Item sonto advisato che Iohane da Mansin, prima che gli dicti ambaxadori vadano a Venecia, venerà dala signoria vostra e poi andarà a Venecia e lui è quelo che conduce la barcha». All’argomento si accenna anche in GS8, sempre del 14 marzo, nella quale l’inviato sforzesco esordisce scrivendo «me sonto trovato cum uno notabile zentilomo de questo paise, lo quale ha nome Glaudio de Langino, et in secreto me ha dito dela praticha de veniciani et de Iohane de Mansin», e in GS9, del 17 marzo, che inizia con queste parole: «Per confirmatione de quelo ho scripto a vostra signoria per lo cavalaro dela praticha del re de Franza et de Iohane da Mansin». In GS20, poi, del 3 maggio, Corradino Giorgi avvisa Francesco Sforza che «ozi ho intex uno ambaxadori signoria de Venetia esere stato dal re de Franza in forma de marchadante h retornato indreto, lo qual ha habuto dire havere concluso bona inteligentia fra lo prenominato re de Franza e la signoria de Venetia». Le informazioni sopra riportate testimoniano di contatti fra il re di Francia e Venezia che dovevano rendere travagliate le relazioni politiche di quest’ultima con il duca di Milano: i rapporti con Milano del doge non potevano essere buoni. Proprio per questa ragione Francesco Sforza scelse Pasquale Malipiero come «garante finale della simulata autenticità della corrispondenza ducale con Corradino Giorgi», perché non lo si sarebbe potuto sospettare di alcuna connivenza con il duca di Milano.
A questo punto riteniamo si possa cogliere appieno l’implicita ironia di Venezia6, che solo apparentemente costituisce, come sostiene Francesco Senatore, «un rimprovero del duca» [1] a Marchese da Varese, che aveva rinunciato alla cifra a causa dell’eccessivo tempo da dedicare alla cifratura, confidando «nell’atmosfera di fiducia che lo circondava» [2], perché, secondo si legge in Venezia9, «le cose sono ala giornata senza alcuno suspecto né gelosia». Con Venezia6 Francesco Sforza intende in realtà instaurare un ironico parallelismo di tipo speculare fra due falsi epistolari: quello con Marchese da Varese e quello con Corradino Giorgi. Quest’ultimo è per la maggior parte in cifra, in modo da simulare che le relazioni con Ludovico di Savoia fossero pessime, mentre in realtà erano ottime, al punto da condurre alla stipulazione di un’alleanza; il primo è in chiaro, come se i rapporti politici con il doge fossero buoni, caratterizzati da un’«atmosfera di fiducia», quando invece erano turbolenti.
Il parallelismo investe dunque anche gli aspetti grafici dei documenti. Si può così comprendere quanto, secondo Senatore, «sorprende di più il lettore moderno», ossia «l’assoluta incapacità, da parte del cifratore, di abbandonare o semplificare il consueto linguaggio diplomatico nelle parti cifrate: egli rinunciava così a una soluzione che avrebbe rafforzato la resistenza della cifra e che, oltre tutto, gli avrebbe risparmiato ore e ore di fatica improba. Il testo in cifra ha infatti le stesse caratteristiche espressive e linguistiche di quello in chiaro, con il solito corteggio di formule, anafore, topoi epistolari» [3].
In realtà, per riprendere le parole di Senatore, nel caso della corrispondenza di Francesco Sforza con Corradino Giorgi il lettore moderno non deve sorprendersi: il testo in cifra presenta «le stesse caratteristiche espressive e linguistiche di quello in chiaro, con il solito corteggio di formule, anafore, topoi epistolari», perché quei documenti che vogliono sembrare lettere in cifra erano concepiti per essere esibiti in modo speculare insieme a quelli in chiaro che formano l’epistolario con Marchese da Varese, gli uni e gli altri non autentici, e per questo motivo non si poteva abbandonare o semplificare «il consueto linguaggio diplomatico nelle parti cifrate».
Sempre a proposito del parallelismo speculare, può essere interessante rilevare che Venezia6, il documento del 14 marzo con l’apparente rimprovero sforzesco, reca la stessa data di GS7, lettera in cui per la prima volta si accenna non solo alla «praticha cum vniciani» da parte del re di Francia ma anche alla proposta di «liga» sabaudo-sforzesca da parte di Ludovico di Savoia: Corradino Giorgi scrive infatti di essere stato informato «che fra pochi dì questo signore me farà atastare sc’el XX me bastarea l’animo de pratichare liga fra la signoria vostra et soa, il perché prego la signoria vostra gli piaza farme advisato, sce fide tempato de ciò, como me debia gubernare e quelo debio respondere, avisando la signoria vostra che l’animo me basta».
La minuta in cui il duca di Milano avvisa dell’arrivo di GS7, ossia SG13, datata 6 aprile, permette di comprendere come le presunte corrispondenze con la Savoia e con Venezia risultino speculari perché a loro volta esse costituiscono l’immagine riflessa, deformata nel senso del rovesciamento, di un sottostante flusso di informazioni (riferite «a bocha» o per mezzo di lettere, di cui nulla pare essersi conservato) nel quale scorrevano le immagini del reale stato delle relazioni politiche ducali e che in un secondo momento veniva utilizzato per costruire quel «mundo de carta» per ironia della sorte citato nel titolo del libro di Senatore dedicato alla diplomazia sforzesca.
In SG13 il duca di Milano riferisce: «Quanto al facto de quello te ha dicto messer Zohanne de Compenso, del fare liga et intelligentia con quello .. signore, dela qual cosa tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto». Nelle quattro lettere di cui il duca segnala la ricezione, ossia GS7, GS8, GS9 e GS10, l’inviato milanese non esprime tuttavia alcuna speranza rispetto all’allenza sabaudo-sforzesca, limitandosi ad avvisare Francesco Sforza, come si è visto, «che l’animo me basta». L’anomalia espressa dalle parole «tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto» in relazione al tema dell’alleanza sabaudo-sforzesca, connessione certo non casuale, pare di particolare importanza, perché con essa il duca di Milano lascia volutamente trasparire una traccia di quel «sottostante flusso di informazioni» di cui si è parlato sopra.
In conclusione, sembra rilevante sottolineare come il tema dell’«immagine riflessa, deformata nel senso del rovesciamento» ricorra anche nella corrispondenza di Francesco Sforza con Corradino Giorgi. In GS16, del 18 aprile, l’inviato riferisce di avere ricevuto e consegnato due dei tre libri richiesti da Ludovico di Savoia, «ly quali ly sono stati gratissimi et acceptatissimi, del che ne rende soa signoria gratie infinite a vostra signoria, […], pregando quella che anchora vogla fare durare uno pocho de faticha a fare retrovar quelo Vincentio “De speculo ystoriali” e farali vostra signoria cossa molto gratissima». Il duca sabaudo insiste dunque per avere lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais ed è difficile non cogliere la solita ironia sforzesca sul senso del titolo Speculum historiale: dalla «Storia allo specchio» alla «Storia alla rovescia» il passo, infatti, è breve. Ma ancora più sibillino risulta Francesco Sforza in SG19, del 1° maggio, quando risponde al suo inviato che, «perché, secondo tu scrivi, la prefata soa excellentia è molto cupida de havere quello altro volume de Vincentio historiale, nuy habiamo commesso ch’el si facia opera de ritrovarlo et, possendosi ritrovare dal canto de qua, procuraremo che la signoria soa ne sia satisfacta».

[1] Francesco Senatore, «Uno mundo de carta», Napoli, Liguori Editore, 1998, p. 256, n. 16.
[2] Francesco Senatore, «Uno mundo de carta», Napoli, Liguori Editore, 1998, p. 256.
[3] Francesco Senatore, «Uno mundo de carta», Napoli, Liguori Editore, 1998, pp. 259-260.

* Poiché Carlo VII è lo «sparavero», è lecito inferire che con i tre astori si voglia alludere ai tre ambasciatori che in quei mesi il re di Francia intendeva inviare a Venezia. La proposizione concessiva «benché de quelli ne sia morto uno per camino» costituirebbe dunque una vera e propria minaccia. In effetti è probabile che Jean d’Amancier sia stato assassinato proprio nel viaggio di ritorno da Venezia. Nell’omicidio venne ritenuto implicato Ludovico Robaudi, segretario di Rinaldo Dresnay. Il 6 maggio 1460 Abramo Ardizzi riferisce infatti che secondo il governatore di Asti «prete Loyse è nel castello de Tuors et, […], imputato de sodomia, de incanti sive meleficii, et ch’el fu casone dela morte de Iohan da Mansy» (Ardizzi18). Le informazioni relative alla sorte di Robaudi sono contraddittorie: prima, infatti, viene riferito al duca di Milano che è stato ucciso su mandato di Carlo VII (Ardizzi14, del 26 marzo; Ardizzi15, 30 marzo; Granario1, 6 aprile; Granario2, 18 aprile), poi, invece, che è tenuto prigioniero a Tours (Granario3, 24 aprile e la già citata Ardizzi18). Proprio in quel periodo, il 6 aprile 1460, moriva Ludovico Bolleri (Saluzzo3): pochi giorni prima, il 28 marzo, aveva avvisato Abramo Ardizzi che «Die herina litteras recepi de curia magna regia a quodam meo amico, qui est homo autenticus, qui narrat verba formalia: “Aviso magnificentiam vestram sicut, […] dux Bertanie est in ista curia et pro posse tractatur quod dux aurelianensis sibi remittat iura que habet in ducatu mediolanensi et ipse capiet interpresiam etc.” Quid concludetur adhuc ignoro» (Ardizzi16, del 30 marzo). È inevitabile chiedersi se l’«homo autenticus» cui si riferisce il signore di Centallo non possa essere proprio Ludovico Robaudi.

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