11.2. Lo Speculum historiale «dal canto de» là

Rispetto al «canto de qua» cui accenna Francesco Sforza in SG19, lo Speculum historiale di Vincenzo de Beauvais aveva una diffusione di gran lunga maggiore in Francia. Come ricorda Daly, «in or before 1451, Charles VII commissioned the Mirouer Historial Abregie de France from an anonymous royal servant. The Mirouer traces the history of the French kingdom from its putative Trojan origins to 1380, and consists of a series of extracts from Latin sources, with a translation and commentary in French. The author’s interpretation reflects both the traditional concerns of the Valois court and the political upheavals of Charles VII’s own reign. It is particularly interesting, therefore, that the Speculum historiale by Vincent de Beauvais provides the major source for the Mirouer» [89].
Il Mirouer Historial rappresenta «another example of the king’s interest in historical works liées aux pouvoirs. He had appointed an official chronicler, Jean Chartier, chanter of the abbey of St. Denis, soon after his return to Paris in 1437, with the task of recording the events of his reign. The Mirouer may have been intended to provide a supplement, dealing with the more remote history of the kingdom. This would accord well with contemporary practice: Philip the Good, duke of Burgundy and Charles VII’s successor Louis XI both commissioned comparable works» [90].
L’autrice avanza poi l’interessante ipotesi di un utilizzo del Mirouer in diplomazia: «the combination of historical examples and lists of royal rights and prerogatives suggest another, complementary purpose: to instruct the king, his subjects, and possibly even his antagonists. The Mirouer provided a celestial and terrestrial justification for royal power, of which even the king needed to be informed. The research and compilation undertaken for the Mirouer may in fact have been part of a more general investigation into royal rights: the author mentions a document shown to him by Geoffrey Vassal, listing the damage caused by the English in France, which was to form part of a work then in preparation for the king. Taken in conjunction with the major themes of the text such references suggest a close, if indirect, link between the Mirouer and diplomacy. The format – a Latin and French text – and comparatively careful references to sources, still rare in the mid-fifteenth century, suggest that it might also have been intended for a more international audience, particularly diplomats who might visit the court of Charles VII. Historical texts had a role in diplomacy» [91].
I temi principali del Mirouer Historial, «closely related», sono tre: «the special vocation of the French kingdom in Christendom, and the exclusive privileges bestowed by God on the French crown; the royal succession and the significance of dynastic change; and the nature and extent of the French kingdom, and royal power and authority within it» [92]. Può essere interessante rilevare quanto sottolinea Daly a proposito del secondo tema: «the Mirouer, like the Historiale, seems to have been intended to show Charles’ legitimacy by a process of association: he is portrayed as the heir of Clovis, whose tribulations prefigured his own. The text implies that he must continue to demonstrate his spiritual ancestry as the true heir of Clovis, Charlemagne and St. Louis by following their example» [93].

[89] Daly (1990: p. 467).
[90] Daly (1990: p. 491).
[91] Daly (1990: pp. 491-492). È possibile che non solo «historical texts had a role in diplomacy» ma i libri in generale, come suggerisce il fatto che il 25 gennaio 1457 Francesco Sforza incaricasse Tommaso Tebaldi da Bologna di consegnare a Carlo VII due volumi non però di carattere storico. Nel f. 140 del codice 1595 del Fonds Italien presso la Biblioteca Nazionale di Parigi è infatti riportata una missiva diretta al re di Francia nella quale si legge che «requisivit a me superiori tempore insignis quondam magister Thomas, fisicus serenissime maiestatis vestre, quatenus librum quendam de virtutibus herbarum et alium de venenis, quos apud me habeo et eidem vestre serenitati gratissimos fore putabat, transcribi facerem». Il defunto Tommaso il Greco (cfr. Kendall – Ilardi [1970: pp. 258-259]), definito in Missive34, f. 66v «phisicus regius», pare avere richiesto al duca di Milano di far trascrivere «librum quendam de virtutibus herbarum et alium de venenis», da lui scritti, che riteneva sarebbero risultati «gratissimos» a Carlo VII. Nonostante sia persuaso che «codices ipsos non satis convenire dignitati serenitatis vestre», per fare cosa gradita al re di Francia, Francesco Sforza «eos quo accuratius fieri potuit transcribi et depingi feci et per spectabilem militem dominum Thomam Thebaldum de Bononia, aulicum meum dilectum, serenissime maiestati vestre transmitto». Il duca di Milano prega Carlo VII «ut, si codices ipsi tales non existunt quales dignitas vestra postulat vel tardiuscule missi sunt quam eos expectabat, non mee voluntati, que in vestram serenitatem melior esse non posset, sed negligentie vel tarditati scriptorum ascribat».
Da Tebaldi1, lettera datata 14 febbraio 1457 (pubblicata da Kendall – Ilardi [ibid.: pp. 258-265]), si viene informati di «quanto è seguito deli libri». Nel primo capoverso della missiva l’inviato sforzesco scrive: «Ali tri del presente gionsi a Lione e, passati duy zorni, anday dala maiestà del re (…) commendatione, como la excellentia vostra m’havea imposto, e presentagli li libri, avisandolo [como lo magistro] Greco havea facto avisare la signoria vostra che dicti libri seriano grati ala sua maiestà e la signoria vostra li havea facto scrivere per mandare al dicto magistro Thomaso; non (…) hè conveniente mandare sì picola cosa ala maiestà sua, ma, non essendoli (…) magistro Thomaso, che la vostra signoria tali quali erano glili mandava a segurtà; […] guardasse ala picola cosa, ma al’animo e desyderio vostro, il quale era sempre de fare ogne cosa che voy cognoscesti essere de piacere e grato ala maiestà sua. E qui me sforzay con bone parole e bono modo fare due cose: prima mostrargli como il presente non era stato ordenato dala signoria vostra per mandare directamente ala maiestà sua, como cosa che non ve parea degna né conveniente a quela, l’altra de mostrarli la reverentia e affectione che gli portati e il bono volere vostro. Me respuose il re molto gratiosamente: prima ch’el non se recordava che magistro Thomase gli havesse may parlato de dicti libri, ma ch’el era ben contentissimo ch’el havesse facto tale opera, perché li videa voluntera e haveali molto cari, e ne regratiava grandemente la signoria vostra e ch’el non bisognava fare scusa alchuna, perché non poriano essere né più belli né più ornati, regratiando ancora la signoria vostra del vostro bono animo e volere verso luy, del quale è certissimo. E questa fu la sua resposta, facta, ve prometto, alegramente. Dapoy aperse li libri e volse ch’io gli mostrasse le pincture e il modo de retrovarle per rubrica e cussì gline lessi alchuni capituli e tutto gli mostray, avisandove che luy e li altri suy non se satiavano de lodarli, e meritamente, perché nel vero io credo che may più non ne vedesseno de cussì belli né cussì bene ornati. Dapoy ho inteso da molti ch’el re e li altri chi li vedano ne dicono maraveglie e ch’el re li tene continuamente in la sua camera e l’altro zorno, andandoli da qui il Conseglio suo, volse che li vedesseno. E questo è quanto è seguito deli libri». Anche se dunque « il presente non era stato ordenato dala signoria vostra per mandare directamente ala maiestà sua, como cosa che non ve parea degna né conveniente a quela», Carlo VII gradì i libri e ne apprezzò la fattura: Tommaso Tebaldi da Bologna precisa però «ch’el non se recordava che magistro Thomase gli havesse may parlato de dicti libri».
«On February 24, the Duke replied to the present dispatch, and to another of the February 16, now lost, expressing satisfaction with Tebaldi’s presentation of the manuscripts, urging him to settle his private affairs, and asking him to continue reporting all significant news from France [Francia, cart. 524; Reg. Missive 34, fol. 221v-222r]. Tebaldi, however, returned to Milan with his claims unsatisfied, for on April 28, 1457, the Duke again accredited him to the King with another plea for justice on his behalf [Reg. Missive 34, fol. 246v]» (Kendall – Ilardi [ibid: pp. 264-265]).
Può essere il caso di rilevare che in Missive 34, f. 246v, la nuova missiva di Francesco Sforza in favore di Tommaso Tebaldi da Bologna segnalata da Kendall – Ilardi è subito seguita da una diretta «potestati, comuni et hominibus Sazadii» nella quale si legge quanto segue: «El magnifico domino Aluyse Bolleri, viceconte, n’ha dicto ch’el magnifico bailino de Sans, gubernatore de Ast, gli à assignato ducati quattrocento d’oro sopra li denari quali vuy homini gli devete dare et per questo ha pregati vogliamo fargli respondere deli dicti ducati CCCC°, per la qual cosa vi dicemo et così vi commandiamo che, tuta volta siati chiariti dal prefato magnifico gubernatore che così sia la soa intentione aut ch’el vi faza valida confessione del recevimento delli dicti ducati CCCC°, debiati senza exceptione alcuna alhora respondere delli dicti ducati CCCC° al prefato magnifico domino Aluyse o ad qualunque so mandatario, facendo dicto pagamento con tale presteza che la magnificencia soa non habia per ciò ad remandare qua da nuy, el che invero ne saria molto molesto». La missiva è datata «XXVIIII aprilis 1457», ma poi «XX» e «III aprilis» sono depennati, lasciando «VI» e «iulii» aggiunto nell’interlinea.
[92] Daly (1990: p. 471).
[93] Daly (1990: p. 480).

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