2 Le carte da trionfi

Un «paro de carte da trionfi» è formato da 78 carte, suddivise in 56 carte di quattro semi (denari, coppe, bastoni, spade, ciascuno diviso in dieci carte numerali più fante, cavallo, regina e re), e 22 dette trionfi che prevalgono su tutte le carte di seme e recano i seguenti soggetti: Bagatto, Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Amanti, Carro, Giudizio, Eremita, Ruota della Fortuna, Fortezza, Appeso o Impiccato, Morte, Temperanza, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giustizia, Mondo e Matto.
Per giocare, «si mette in tavola una carta alla volta, con l’obbligo di rispondere al seme o di tagliare con le briscole, che in questo caso sono fisse e rappresentate dai trionfi» [67]. «Una presa contenente uno o più trionfi è vinta dal trionfo più alto, mentre una presa senza trionfi è vinta dalla carta più alta del seme della prima carta» [68]: si tratta del classico gioco di prese, in cui i trionfi sono le carte da presa per eccellenza.
Se le carte da gioco, giunsero in Europa dal mondo islamico intorno al 1370, il mazzo dei tarocchi con i suoi 22 trionfi fu inventato presso i Visconti o gli Este verso il 1430, per poi diffondersi nelle corti dell’Italia settentrionale, divenendo una vera e propria moda. Quasi tutti i mazzi quattrocenteschi di questo tipo, dipinti a mano ed estremamente raffinati, provengono da Milano o Ferrara: il più completo è noto come mazzo Visconti-Sforza, eseguito per Francesco Sforza nei primi anni del suo regno e oggi diviso tra l’Accademia Carrara di Bergamo, la Pierpont Morgan Library di New York e la famiglia bergamasca Colleoni. Ce ne sono pervenute 74 carte: 20 trionfi e 54 carte dei semi. Fra le carte del mazzo Visconti-Sforza più famose possiamo ricordare il Bagatto, la Fortezza e il Matto.
L’immagine del Bagatto (un giocoliere, un mago o un abile imbonitore) si presenta come un uomo con barba, vestito di un abito rosso e verde bordato di ermellino. Sul tavolino che gli è di fronte sono posti un coltello, un bicchiere, «forse due noci e una strana pietanza biancastra, che sembra formaggio fresco o pasta lievitata» [69]. Egli cerca di proteggere questa vivanda con la mano destra, mentre con la sinistra tiene una bacchetta, lo strumento magico della sua professione, che «deriva dalla verga d’oro di Hermes e ha la funzione di addormentare e di risvegliare» [70] (celeberrimo a questo proposito l’ultimo canto dell’Iliade, nel quale Hermes si serve del caduceo per addormentare i guardiani del campo degli achei, permettendo a Priamo di riprendere la salma di Ettore da Achille).
Per quanto riguarda la Fortezza, essa è personificata da Ercole, figura la cui presenza nel Rinascimento è molto frequente. I duchi di Borgogna, per esempio, si vantavano «di avere in Ercole il capostipite del proprio casato» [71]: Olivier de la Marche racconta nei suoi Mémoires che Ercole, andando in Spagna, era passato per la Borgogna. Qui aveva incontrato e sposato Alice, una donna di straordinaria bellezza e alto lignaggio: dal loro matrimonio avevano avuto origine gli antenati dei principi di Borgogna [72]. L’eroe, inoltre, «compariva su uno degli arazzi della sala dove si era tenuto il celebre Banchetto del Fagiano, dato a Lilla da Filippo il Buono il 17 febbraio 1454» [73]. Nella carta l’eroe sta per colpire il leone Nemeo con una clava rudimentale: l’episodio, la prima delle dodici fatiche, riassume e simboleggia tutta la sua attività [74]. Occorre però precisare che la figura di Ercole è spesso sostituita dall’immagine di una fanciulla disarmata che con le mani apre le fauci di un leone. Questa raffigurazione appare per la prima volta nel bassorilievo tombale di Clemente II (1247) nella cattedrale di Bamberga [75].
Il mazzo Visconti-Sforza sembra contenere la più antica versione della carta del Matto. La sua figura, misera, veste abiti laceri e ha un’espressione insulsa sul volto non rasato, sette penne in testa e un bastone nella mano: essa simboleggia la follia umana «intesa nei suoi caratteri negativi, come opposizione alla ragione» [76]. «Le penne presenti sul capo del folle rappresentano […] ciò che al folle stesso manca, cioè velocità d’ingegno e d’intelletto, oltre alle adeguate parole» [77].
Concludiamo questa appendice dedicata alle carte da trionfi accennando brevemente all’uso espositivo delle immagini (cui forse si può collegare la richiesta sabauda dei tre mazzi), che per questo motivo presentano sul bordo superiore uno o due forellini (al centro o ai due angoli), e all’abitudine degli accademici del Cinquecento «di dedicare versi alle gentildonne. Spesso a ciascuna di esse veniva associato un certo attributo tratto dalla letteratura, dalla storia, dalla mitologia, ecc. La stessa cosa si faceva anche utilizzando i 22 trionfi per definire, identificare, lodare o burlare un gruppo di altrettante persone associando a ciascuna di esse una carta che ne ricordasse, in maniera più o meno satirica, i tratti del carattere o del fisico. Queste poesie avevano un nome specifico: «tarocchi appropriati», ove con appropriati si intendeva adattati, conformati, assegnati in modo proprio. […] hanno una struttura talmente omogenea da far pensare quasi a un sottogenere letterario. Sono poesiole comiche, scritte perché tutti, ascoltandole, ridessero. Per raggiungere tale risultato occorreva però la conoscenza contemporanea di due elementi: dei tarocchi e delle persone alle quali per burla ci si riferiva. Entrambi erano indispensabili, altrimenti l’effetto cercato non veniva raggiunto: non si ride di ciò che non si conosce» [78].

[67] Pratesi, Franco, Il gioco italiano dei Tarocchi e la sua storia, in Le carte di corte. Gioco e Magia alla corte degli Estensi, a cura di Giordano Berti e Andrea Vitali, Bologna, Nuova Alfa Editrice, 1987, p. 117.
[68] Dummett, Michael, Il mondo e l’Angelo. I Tarocchi e la loro storia, Napoli, Bibliopolis, 1993, p. 149.
[69] Gatto Trocchi, Cecilia, I Tarocchi, Roma, Tascabili Economici Newton, 1995, p. 28.
[70] Gatto Trocchi, Cecilia, Il Bagatto, «Abstracta», n. 3, 1986, p. 30.
[71] Seznec Jean, La sopravvivenza degli antichi dei, Torino, Boringhieri, 1981, p. 23.
[72] La Marche, Olivier de, Mémoires, Paris, Renouard, 1883, vol. I, c. X, p. 43.
[73] Seznec, Jean, op. cit., p. 23. Anche in questo caso Seznec prende spunto da Olivier de la Marche, op. cit., 1884, II, c. XXIX, pp. 348-349. Sempre a p. 23 Seznec ricorda come «un Recueil des hystoires de Troye (1464), molto popolare alla fine del Quattrocento alla loro corte (dove d’altronde le leggende troiane avevano incontrato grande fortuna sin dal secolo precedente), attribuisca a Ercole un ruolo e una posizione singolari: “Parlerò delle fatiche di Ercole – dichiara l’autore del Recueil, Raoul Lefèvre – e dimostrerò che egli distrusse Troia due volte”». «Nella biblioteca di Filippo il Buono si trovano diciassette volumi destinati alla diffusione della leggenda troiana» (Seznec, Jean, op. cit., p. 30, n. 25).
[74] Anche se gli studiosi concordano nell’indicare questo soggetto iconografico, bisogna rilevare che il leone non sembra intento a difendersi da Ercole: l’eroe e il leone sembrano piuttosto prepararsi ad attaccare insieme qualcuno o qualcosa che si trova a destra, fuori della carta. In alternativa potrebbero avere assunto un atteggiamento minaccioso per difendersi da un comune nemico.
[75] Cieri-Via, Claudia, L’iconografia degli Arcani Maggiori, in Le carte di corte. Gioco e Magia alla corte degli Estensi, a cura di Giordano Berti e Andrea Vitali, Bologna, Nuova Alfa Editrice, 1987, pp. 172-173.
[76] Cieri-Via, Claudia, op. cit., p. 161.
[77] Vitali, Andrea, Iconografia dei Tarocchi, in Tarocchi: le carte del destino, a cura di Giordano Berti e Andrea Vitali, Faenza, Le Tarot, 1988, p. 79.
[78] Marsilli, Piero, I Tarocchi in letteratura, in Tarocchi: le carte del destino, a cura di Giordano Berti, Pietro Marsilli e Andrea Vitali, Faenza, Le Tarot, 1994, p. 84.

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