La metafora della fuga verso la libertà

Come si ricorderà, la condizione del duca di Savoia è caratterizzata da una «subiectione» di grado massimo verso il re di Francia e da una di grado minimo verso Jean de Seyssel.
Si ricorderà anche che la «subiectione» di Ludovico di Savoia verso i «franzosi» è tale che il duca «non ardische fare se no como voleno».
E poco più oltre Jean de Compey aveva anche aggiunto che lui e i suoi compagni di partito «voremo prendere modo et via de liberarlo de tanta subiectione».
Il primo passo della fuga verso la libertà di Ludovico di Savoia non può che consistere dunque nel sottrarsi alla «subiectione» di grado minimo, fuggendo dalle guardie del re, ossia dal rigido controllo politico del partito filofrancese, sostituendolo con una condizione diversa.
A sua volta, la scomparsa della «subiectione» di grado minimo non può che comportare la scomparsa della «subiectione» di grado massimo.
Pertanto, per spiegare le voci con cui abbiamo riempito le caselle dell’Asse della Liberazione del Modello del Prigioniero di Ludovico di Savoia, riteniamo sia opportuno partire dal secondo termine, quello relativo alla «Fuga».
Come abbiamo accennato, è inevitabile che la fuga dalle guardie del re comporti la trasformazione della condizione politica del duca di Savoia in qualcosa di nuovo e diverso, di cui è possibile cogliere i segni evidenti nella seconda metà di marzo del 1458.
È noto, infatti, che il 21 marzo del 1458 Antonio di Romagnano diviene cancelliere del duca di Savoia.
Quello che però è meno noto è quanto si può leggere in GS11, del 28 marzo successivo, ossia che «la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato».
La fuga dalle guardie del re porta dunque alla nomina di Antonio di Romagnano a cancelliere ducale, che a sua volta coincide con il momento in cui il partito antifrancese sabaudo prende il soppravvento su quello filofrancese.
Schematizzando e personalizzando, si potrebbe affermare che Jean de Compey prevale su Jean de Seyssel.
Ma l’avvento di Jean de Compey è avvenuto con l’appoggio di Francesco Sforza o, meglio, non sarebbe potuto avvenire senza l’appoggio del duca di Milano.
In GS9, infatti, Compey, dopo avere detto che «voremo prendere modo et via de liberarlo de tanta subiectione», aggiunge: «cognosemo questo non ne potere seguire senza lo favore et inteligencia de alcuno altro signor, et maxime del tuo signore, duca de Mediolano, el quale, s’el volese che se intendesemo cum sua signoria, lo faremo fare liga et bona inteligencia cum questo nostro signore he in modo che lo dicto signor nostro se liberarea da tanta subiectione de questi franzosi, como soa signoria hè desiderosa, […], he, non volendo dicto signore tuo havere la nostra inteligentia, ne sarà forza, per stare a casa nostra, haderirse cum la parte nostra inimicha».
Considerato dunque che, come abbiamo visto, in GS11 si legge che «la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato» e che questo rivolgimento politico non sarebbe potuto avvenire «senza lo favore et inteligencia de alcuno altro signor, et maxime del tuo signore, duca de Mediolano», è corretto inferire (sarebbe anzi scorretto non farlo, perché riteniamo sia il duca di Milano a volere che si compia questo passaggio logico) che Francesco Sforza abbia fornito il suo appoggio al partito antifrancese ai danni di Jean de Seyssel.
Dalle parole sopra riportate di Compey possiamo delineare 3 momenti: 1) «favore» di Francesco Sforza verso il partito antifrancese; 2) liberazione di Ludovico di Savoia dai «franzosi» e conseguente supremazia del partito antifrancese; 3) lega tra Ludovico di Savoia e Francesco Sforza.
L’ultimo momento, quello relativo alla lega fra i due duchi, è ovviamente fondamentale.
La fuga del duca di Savoia dai «franzosi» non può infatti ritenersi conclusa con la nomina di Antonio di Romagnano a cancelliere ducale e l’avvento di Jean de Compey, perché come la «subiectione» di grado minore trovava la sua ragion d’essere solo all’interno della «subiectione» di grado massimo, allo stesso modo la nuova condizione politica del duca di Savoia per mantenersi necessita di un appoggio esterno permanente, ossia della stipulazione di una lega con Francesco Sforza che sostituisca il precedente predominio francese.
Questa necessità la ritroviamo espressa in modo esplicito in GS8.
Descrivendo le divisioni politiche interne al ducato di Savoia, l’ambasciatore scrive infatti (si perdoni la ripresa di parole già sopra riportate): «questo signore ha lo suo stato diviso in doe parte. Una al presente regna e guberna, aderise alo re de Franza e lo mareschalcho hè capo de bandera he hano conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero, unde lo dicto signore, che se vorea cavare e liberare de asta subiectione, sce intende cum l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo, e vorea farla saltare, la qual dubita a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore, e per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore».
Da queste parole risulta evidente la consapevolezza di Jean de Compey che qualsiasi vittoria su Jean de Seyssel non potrebbe che avere un carattere momentaneo «senza spade, favore e secorso […] de qualche altro signore».
E da questa consapevolezza deriva la proposta di lega a Francesco Sforza: «per questo hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore».
Tuttavia, la libertà raggiunta dal duca di Savoia non si esaurisce nella lega con il duca di Milano, ma corrisponde a un’alleanza ben più vasta, dal carattere internazionale.
Al termine di GS8, infatti, dopo avere scritto che gli esponenti del partito antifrancese «hano deliberato de volere intendere dala signoria vostra se cum sua mezanità la signoria vostra vole fare liga cum questo signore», Corradino Giorgi aggiunge che «questo intendo cercheano de uluntà he consentimento d’essto signore, avsando la signoria vostra che intendo che lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche se fano al presente in questa cità».
E in GS12, del 5 aprile, si legge niente meno che «A dy octo del prescente debe retrovarsse da questo signor XXX uno ambasciatore del duca de Borgogna, lo quale sce apella lo conte de Stampes, et sce dice che vene per intendere la voluntà he opinione de questo signore, sc’el vole essere franzoso ho borgognono, e vene bem cum cinquanta cavalli».
Né si può dimenticare che in Giorgi4-Es l’inviato milanese ha già segnalato che «chi hè il maistro de casa de monsignor delphino de Franza, lo quale, secundo intendo, domanda una grande soma de dinari a questo signore per la dota de madona la dalfina. Anchora gli hè venuto uno cavalero bergognono mandato per lo ducha de Bergogna, ma non intendo perché sia venuto». Il «maistro de casa de monsignor delphino de Franza», Perrot Faulquier, si trovava presso la corte di Ludovico di Savoia dal settembre precedente e, dopo essersene andato, anche se non sappiamo quando, vi tornerà nell’aprile successivo: in GS17, infatti, del 28 aprile, a proposito del «maistro del stalo del dalphino» l’inviato milanese scrive che «è venuto al presente qui».
La nomina a cancelliere ducale di Antonio di Romagnano e l’avvento del partito antifrancese non avvengono dunque con il solo appoggio del duca di Milano, ma anche con quello del duca di Borgogna e del delfino di Francia.
E allo stesso modo la lega stipulata tra Francesco Sforza e Ludovico di Savoia, che ha evidentemente scelto di divenire «borgognone», comprende Filippo il Buono e il delfino di Francia Luigi.
D’altra parte, è evidente che Francesco Sforza non avrebbe potuto avere la forza di sostenere da solo il nuovo corso politico sabaudo.
E allo stesso modo l’ardire della beffa delle lettere qui in esame, così palese, si giustifica solo alla luce di appoggi internazionali di altissimo livello.
Fra questi appoggi riteniamo si possa includere quello del partito yorkista inglese.
G. du Fresne du Beaucourt ha scritto infatti (Histoire du Charles VII, p. 260): «Au mois de juin [1458], des conférences furent tenue à Calais entre le comte de Warwick [del partito Yorkista] et des ambassadeurs du duc de Bourgogne, qui ne tarda pas à envoyer une ambassade en Angleterre. Il est fort probable que, dès ce moment, une convention secrète fu passée par le duc avec le parti Yorkiste».
La convenzione segreta yorkista-borgognona andrebbe quindi inserita in un’allenza internazionale più vasta, allo stesso modo della lega sabaudo-sforzesca.
E in questo senso non si può rilevare come nel Testo Giorgi-Sforza non manchi un’allusione non poco minacciosa nella sua reticenza, almeno se considerata dal punto di vista del Lettore francese, all’Inghilterra.
In Giorgi-12Es, infatti, l’inviato milanese riferisce di avere «intexo el signor Alisandro esser dal duca de Borgogna e bem veduto e vestito ala franzosa cum tuti li soi et dicheno ch’el deveva andare dal re d’Ingliterra e che a suo cumprendere el menava de secrete et strete pratiche».
Corradino Giorgi si riferisce al viaggio di Alessandro Sforza, rispetto al quale troviamo un ulteriore accenno in GS17, del 28 aprile, missive in cui l’inviato milanese riferisce di avere inteso che «lo sigor Alisandro esere partito dal duca de Bergogna per venire in quele parte».

Di conseguenza, l’espressione «lo modo da dare la polvere» non allude tanto a un generico espediente per «far dormire» le guardie, quanto significa «lo modo da dare» le lettere, ossia come distribuirle.
E il modo in cui le missive vanno distribuite è subito spiegato nell’incipit della ricetta alchemica: «Primo. Le prese sono X per persone X, tutte seperate et tanto l’una quanto l’altra», nel quale, come vedremo, con il termine «prese» il duca si riferisce sia ai momenti di ricezione delle lettere del suo inviato sia alle lettere, false, che tuttavia può ragionevolmente sostenere di avere realmente ricevuto.
Il modo in cui distribuire le lettere consiste dunque nel simulare dieci «prese» «tutte separate» delle stesse missive, ossia dieci momenti di ricezione in giorni non consecutivi.
«Lo modo da dare la polvere» significa quindi «come distribuire le lettere», ovvero, potremmo aggiungere noi, come redigere lettere palesemente false, ma costruite in modo tale da sembrare vere.
A questo punto possiamo prendere in esame l’espressione «polvere da fare dormire». Ci si riferisce evidentemente all’effetto della polvere.
Se l’effetto della «polvere» consiste nel «fare dormire» le guardie, quale sarà quello delle lettere?
È lo stesso Francesco Sforza a suggerire la risposta a questo quesito.

«Beffare le guardie» significa quindi «rendere inefficace» la loro sorveglianza.
Queste considerazioni sono più importanti di quanto possa sembrare, in quanto rimandano inevitabilmente al contesto pragmatico in cui si sono svolti i fatti.
Riteniamo infatti che Francesco Sforza con il termine «polvere» non voglia alludere a un generico espediente per beffare le guardie, bensì proprio alle lettere, perché il loro destinatario reale
Potremmo quindi interpretare il titolo della ricetta alchemica nel modo che segue: «come creare lettere con le quali tenere a bada Carlo VII, beffando le guardie di cui il re di Francia si serve per tenere in soggezione il duca di Savoia».
Passiamo quindi ad analizzare come Francesco Sforza costruisce la sua «beffa».

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