2. I mandanti e la motivazione della cattura di Ludovico Bolleri

A partire da questo punto si cercherà di delineare quanto avvenne a livello internazionale sullo sfondo della vicenda di Ludovico Bolleri. Innanzitutto è necessario domandarsi chi fece catturare il signore di Centallo. Si può escludere che il mandante dell’operazione sia stato Ludovico di Savoia, in quanto quest’ultimo non era politicamente libero: in GS8, lettera del 14 marzo, si legge infatti che il maresciallo di Savoia, filofrancese, aveva condotto il duca sabaudo «a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero».[17] E Corradino Giorgi ribadì il concetto in GS9, missiva del 17 marzo, quando, riferendo le parole di Jean de Compey, scrisse che «questo nostro signore esser cumdicto a tanta subiectione che non ardische fare se no como voleno». Pare dunque quanto meno avventato affermare che il duca di Savoia potesse avere margini di manovra sufficienti per essere il mandante della cattura di Ludovico Bolleri, vassallo di Renato d’Angiò, di cui in quel periodo lo stesso Carlo VII si apprestava a sostenere le rivendicazioni in Italia. Un mandante più verosimile e convicente sembra senza dubbio il capo della parte che in GS8, del 14 marzo, si dice che «al presente regna e guberna» in Savoia, ossia il maresciallo, del quale in Giorgi1-Es, datata 10 dicembre 1457, si dice chiaramente che «hè lo primo homo de questa corte he che fa de questo signore quelo gly piaze he dal qual procede et proceduto la mazore parte del caso de domino Aloyse he che ly hène più contrario». Il fatto tuttavia che l’autonomia del duca sabaudo fosse gravemente inficiata dal maresciallo non implica che l’autorità di quest’ultimo fosse illimitata: il maresciallo, a capo di una parte «tuta franzosa, senza alcuno mezo», come si legge in GS9 del 17 marzo, «aderise» pur sempre «alo re de Franza», come è scritto in GS8 del 14 marzo, al quale in ultimo doveva rendere conto del suo operato. È pertanto opportuno distinguere fra un «mandante palese», ossia il maresciallo di Savoia, e un «mandante occulto», da identificare con Carlo VII, di cui in Giorgi9-Es, datata 20 febbraio 1458, Guiotino de Nores, esponente del partito filoborgognone, dice esplicitamente all’inviato sforzesco che «era quelo gli [a Ludovico Bolleri] havea facto fare quelo gli era facto». Si inserisce dunque in questo contesto M34-314v-315r, missiva datata 28 settembre 1457 nella quale il duca di Milano esprime ad Abramo Ardizzi la volontà di voler prima comprendere «in che modo è passata questa cosa et chi sono questi ch’el hanno facto et se l’hanno facto como da loro o vero s’el hanno facto con consentimento del re de Franza o del re Renato o vero de baylì».
Il movente che mosse Carlo VII e Renato d’Angiò lo si trova espresso in M38-182v-183r, missiva sforzesca datata 25 ottobre 1457 diretta al Consiglio segreto nella quale si legge che al re di Francia era stato «referito che lo illustrissimo signor delphino et altri cerchavano con el mezo d’esso domino Aluyse de habere pratiche et intelligentia cum nuy [Francesco Sforza]». Ludovico Bolleri si configura quindi come una sorta di agente segreto che stava tessendo la tela di un’alleanza fra il duca di Milano e il delfino Luigi in quel momento in esilio presso il duca di Borgogna Filippo il Buono a causa dei contrasti con il padre. Per tutta risposta il re di Francia decise di «offendere et disfare quegli amici del dalphino», come scritto nella lettera di Angelo Acciaiuoli sopra riportata.

[17] In corsivo perché in cifra nella lettera: così anche nei casi analoghi che seguono.

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