Lettere cifrate e parti in chiaro

La prima marca di simulata autenticità è rappresentata dalla cifratura delle lettere.
Brevi cenni alle caratteristiche delle lettere cifrate in esame e al loro cifrario (Senatore, Cerioni).
Come già detto, la prima marca di simulata autenticità è rappresentata dalla cifratura delle missive: infatti, poiché le lettere sono scritte in cifra, si è indotti a ritenere che esse siano vere, o quanto meno più vere che se fossero semplicemente in chiaro. La cifra, infatti, suggerisce un’ingannevole storia implicita: di un Corradino Giorgi che, dovendo inviare al suo duca lettere il cui contenuto è necessario proteggere nel caso di intercettazioni, deciderebbe di scrivere le sue missive in cifra.
Una volta creduta all’autenticità delle lettere, è chiaro che il duca di Milano parrà mettere a disposizione dei propri interlocutori missive contenenti non tanto e non solo informazioni riservate, quanto informazioni essenziali per comprendere la formazione del suo punto di vista riguardo alle tematiche presenti nelle lettere stesse.
Fra l’altro, il fatto che lettere cifrate potessero essere mostrate pare una risposta a quanto scrive Senatore (Uno mundo de carta, pp. 259-260): «ciò che sorprende di più il lettore moderno è l’assoluta incapacità, da parte del cifratore, di abbandonare o semplificare il consueto linguaggio diplomatico nelle parti cifrate: egli rinunciava così a una soluzione che avrebbe rafforzato la resistenza della cifra e che, oltre tutto, gli avrebbe risparmiato ore e ore di fatica improba. Il testo in cifra ha infatti le stesse caratteristiche espressive e linguistiche di quello in chiaro, con il solito corteggio di formule, anafore, topoi epistolari». È chiaro che, almeno nel caso delle lettere qui in esame, non sorprende «l’assoluta incapacità, da parte del cifratore, di abbandonare o semplificare il consueto linguaggio diplomatico nelle parti cifrate», se si pensa che tali lettere dovevano essere mostrate a emissari francesi, e non può quindi stupire il fatto che il loro testo abbia «le stesse caratteristiche espressive e linguistiche di quello in chiaro, con il solito corteggio di formule, anafore, topoi epistolari». Riferendosi per esempio al re di Francia, Corradino Giorgi non potrà farlo che con tutti i dovuti riguardi.
Alcune missive, infine, contengono parti in chiaro: si tratta di vere e proprie esche messe ad arte per ingannare: vd. il caso in GS14, del 30 aprile 1458, del maestro di stallo del Delfino che chiede al duca di Milano una lettera di passo per un suo nipote che dovrebbe recarsi a Verona: in questo caso il duca di Milano vuol far credere che proprio perché non vi è nulla da nascondere Corradino Giorgi abbia scritto in chiaro questa parte della lettera.

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