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L’ipotesi che qui si avanza è che sullo sfondo della vicenda di Ludovico Bolleri nel maggio e nel giugno del 1458, dopo mesi di organizzazione, Francesco Sforza e Ludovico di Savoia si allearono, aderendo insieme a un’alleanza internazionale denominata Lega di Borgogna, dal carattere antifrancese, di cui facevano parte anche Filippo il Buono, duca di Borgogna, Alfonso il Magnanimo, re d’Aragona, e il partito yorkista inglese [1].
Agli emissari francesi o alleati dei francesi venuti a Milano per chiedere conto al duca della sua politica estera Francesco Sforza si mostrava disposto a esibire la corrispondenza intrattenuta con Corradino Giorgi, ambasciatore inviato in Savoia apparentemente per richiedere la liberazione del signore di Centallo, da cui risultava un continuo conflitto con il duca sabaudo. Poiché tuttavia era noto che i due duchi si erano alleati, l’epistolario non poteva che essere falso.
Consapevole che lo si sarebbe potuto facilmente accusare della non autenticità della corrispondenza, Francesco Sforza elaborò una particolare strategia, affidata al documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie», datato 10 gennaio 1458 e allegato alla prima lettera sforzesca della Serie Giorgi Sforza, che pare contenere semplici istruzioni sull’utilizzo di dieci dosi di una polvere dal potere narcotizzante, in grado di far addormentare le guardie che sorvegliano Ludovico Bolleri e quindi favorirne la fuga.
In realtà riteniamo che il documento in questione adotti un linguaggio cifrato e che con esso il duca di Milano intenda inviare un preciso messaggio al lettore: «le prese sono X», egli scrive, «tutte seperate et tanto l’una quanto l’altra», volendo alludere al fatto che le ricezioni delle lettere di Corradino Giorgi da parte sua sono dieci, avvenute in giorni non consecutivi. Dato che a gennaio il duca di Milano non poteva sapere che nel maggio successivo le «prese» sarebbero state dieci, si tratterebbe di un’implicita ammissione della falsità dell’epistolario: quei documenti che sembrano lettere non sono lettere, ma sono stati ideati presso la cancelleria ducale sulla base di uno scambio di informazioni avvenuto con Corradino Giorgi di cui non si è conservato nulla [2].
Francesco Sforza non vuole però limitarsi a questa confessione, bensì suggerire al lettore di seguire il percorso tracciato dalle «prese», avendo cura di osservare gli indizi lasciati qua e là: si giungerà alla conclusione che, per quanto la non autenticità delle lettere sia palese, perché dichiarata, il duca non può esserne apertamente accusato. In questo modo Francesco Sforza, forte dell’ampia rete di relazioni internazionali di cui può avvalersi, manda anche un preciso avvertimento politico al re di Francia, raccomandandogli cautela nelle prossime mosse verso l’Italia.
Prima di procedere nell’identificazione delle «prese» di Francesco Sforza, può essere utile esaminare alcuni passaggi del documento intitolato «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie».
Innanzitutto è opportuno rilevare come la reticenza in merito all’identità del prigioniero (non si dice chi sia colui che le guardie sorvegliano) renda il titolo aperto a una duplice lettura, che può riferirsi non solo alle guardie di Ludovico Bolleri, ma anche a quelle che tengono sotto controllo Ludovico di Savoia, ossia gli esponenti del partito filofrancese nel ducato sabaudo. Questa parte politica, guidata dal maresciallo di Savoia Jean de Seyssel, «è tuta franzosa», come risulta dire Jean de Compey a Corradino Giorgi il 17 marzo 1458 (GS9), «senza alcuno mezo, et quela al presente guberna et rege questo stato al suo modo et como gli pare, […], non pesando sulo honore né su el bene né sul’utile de questo nostro signore, ma de adinpire li soi pesire et voluntate». Compey prosegue affermando che il partito filofrancese ha condotto il duca sabaudo «a tanta subiectione che non ardische fare se no como voleno» e aggiunge che la parte di cui egli è a capo vorrebbe «liberarlo de tanta subiectione» e con l’aiuto di Francesco Sforza «lo dicto signor nostro se liberarea da tanta subiectione de questi franzosi».
Riteniamo si possa affermare che nei passi sopra riportati Ludovico di Savoia si configuri come un prigioniero, la cui attività è pesantemente controllata dai «franzosi», che a loro volta in GS8, datata 14 marzo 1458, si configurano come «guardie» al servizio di Carlo VII: gli esponenti del partito che «al presente regna et guberna» e che «aderise alo re de Franza» e di cui «lo mareschalcho hè capo de bandera» hanno infatti «conducto questo signore a tanta subiectione che sta sotoposto al re de Franza como fa la quaglia al sparavero». Se ancora vi fossero dubbi su quale sia la reale situazione in cui si trova il duca sabaudo, si consideri che poco più oltre si legge che egli «se vorea cavare e liberare de asta subiectione», parole che pare consentano di delineare un’evidente condizione di assenza di libertà.
È lecito pertanto affermare che la reticenza presente nel titolo «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie» sia voluta, in modo da determinare un’ambiguità in merito a chi sia il reale prigioniero cui ci si riferisce. Essa è resa possibile dal fatto che Ludovico Bolleri è «figura» di Ludovico di Savoia [3], in quanto entrambi sono prigioneri: il primo, apparentemente, dello stesso duca sabaudo, il secondo di Carlo VII.
L’ipotesi del signore di Centallo come figura del duca sabaudo consente forse di compiere un passo avanti verso l’interpretazione più pertinente del titolo «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie». Per completare il montaggio del senso nel modo corretto, è opportuno considerare anche il nono capoverso del documento, nel quale si legge che «se vole providere sopratutto che quisti ali quali se ha ad fare questa beffa non mangiano insalata né aceto».
La beffa sforzesca [4] consiste nel fatto che, alla luce della storia alla rovescia contenuta nella corrispondenza, per quanto hanno riferito al re di Francia i «franzosi» non potranno che parere «como matti», fare «acti et cose molto paze» ed essere «fora di sé», come si legge nel secondo capoverso, in cui alla fine si ripete che, «se ben gli accadesse dire alcuna cosa che fosse a proposito, manche per questo se debia stare de andare dreto et fugire, perché serano fora di sé et pazi».
In base alle osservazioni sin qui avanzate il titolo «Lo modo da dare la polvere da far dormire le guardie» si potrebbe dunque intendere come «Il modo per beffare i “franzosi” che controllano Ludovico di Savoia» per conto del re di Francia. Questo «modo» si esplica nella creazione di lettere false che, persino nel momento stesso in cui dichiarano la loro non autenticità, non possono che sembrare assolutamente vere, compresa la storia al contrario che raccontano.
A proposito della creazione delle lettere, pare quanto mai beffardo il decimo capoverso, nel quale si precisa che, «se per caso gli fussero più persone che non sono li dicti cartozi de polvere, zoè più che X che guardasseno l’amico, non se vole dargli la polvere, ma mandare qua per del’altra, che ve ne serà mandata tanta che bastarà per quanti serviereti», quasi a suggerire un’illimitata capacità di falsificazione da parte della cancelleria sforzesca.
Un’ulteriore osservazione merita di essere avanzata sul quarto capoverso, in cui si raccomanda che, «se per aventura non se gli potesse dare la dicta polvere in menestra, como è dicto de sopra», «de darglila nel vino dolze torbido et con spetie, adciò non se possano avedere dela polvere, et ch’el sia apparichiato tanto vino dolze che basti». Il «vino dolze» e le «spetie» sono ingredienti fondamentali della storia alla rovescia e si esplicano nel mantenere verso il re di Francia un comportamento che sia da una parte rispettoso (si consideri il rimprovero a Corradino Giorgi in SG13, del 6 aprile, per non avere stretto relazioni amichevoli con gli ambasciatori francesi e l’ordine di scusarsi con loro) e dall’altra di finta ingenuità, che si manifesta per esempio in SG6, del 26 febbraio, quando sulla base di GS5, del 13 dello stesso mese, il duca inferisce che proprio Carlo VII, mandante occulto della cattura di Ludovico Bolleri, abbia deliberato «circa la liberatione del spectabile messer Aluyse Bollero», mentre invece l’ambasciatore non aveva riferito nulla di preciso riguardo alla volontà del re Francia di «liberare» il signore di Centallo.
Il «vino» non è però solo «dolze» ma anche «torbido» e così verso la fine della stessa SG6, dopo avere scritto che «ad la maiestà del re de Franza, […], per quanto possiamo comprehendere etiam per lo scrivere tuo, non è piaciuta la novitade facta contra dicto domino Aluyse», Francesco Sforza precisa ipotetico e velenoso che «pare assay apertamente cossì essere, se è vero che mandi ad farlo liberare et restituire ad le cose soe». È opportuno rilevare che riteniamo che il lettore informato dei fatti e immerso nel contesto cogliesse senza tentennamenti la polemica ambiguità sprigionata da questi passaggi, come nel caso dell’avverbio «caldamente» della già citata SG13, quando il duca di Milano, consigliando che sia Ludovico di Savoia a liberare il signore di Centallo, aggiunge che in questo modo non «farà cosa ingrata ala maiestà del .. re de Franza nì etiandio al re Renato, havendo loro mandato li soi ambassatori et sollicitando tanto caldamente la liberatione d’esso». Potremmo definirla la strategia sforzesca del «vino dolze torbido», anche in questo caso dichiarata, per far capire che dietro l’apparente ingenuità il duca sa perfettamente come si sono svolti i fatti, ossia che Carlo VII e Renato d’Angiò sono i mandanti occulti della cattura di Ludovico Bolleri.
Per concludere, può essere utile esaminare il tema relativo alla fuga del secondo capoverso di SG3-All (il documento relativo al «modo da dare la polvere da far dormire le guardie»), cui si è già accennato e che riproponiamo nella sua interezza:

Item le dicte prese farano dormire circa VIII o X hore et, se ben costoro non dormissero, sarano fora de sentimento et tali che parerano como matti et debili et parerano che vogliano morire. Niente de mancho non morirano et farano acti et cose molto paze et se ben exequendo la cosa che se ha a fare loro vedesseno quello se facesse, non se ha a temere questo, ma andare dreto et fugire, però che serano talmente fora di sé et debili, che non porano né conoscere né dire né obviare ad quello se farà, et anchora, se ben gli accadesse dire alcuna cosa che fosse a proposito, manche per questo se debia stare de andare dreto et fugire, perché serano fora di sé et pazi, como è dicto, avisando che, quando serano guariti, de tale caso non se recordarano de cosa sia facta.

In GS1, datata 16 dicembre 1457, su istanza di Ludovico Bolleri Corradino Giorgi aveva richiesto «qualche pulvXXere che facese dormire […], per potre fare dormire queli lo guardano, per modo non sentan strepito alchuno», precisando alla fine che avrebbe domandato al signore di Centallo «perché la vole». Da SG3-All risulta tuttavia che Francesco Sforza comprese subito che Ludovico Bolleri aveva richiesto la polvere per tentare la fuga: solo nel secondo capoverso il verbo «fuggire» ricorre infatti due volte.
Poiché Ludovico Bolleri può essere interpretato come «figura» di Ludovico di Savoia, è necessario cercare di capire in cosa possa consistere la fuga del duca sabaudo. Si è visto che Ludovico di Savoia è come una «quaglia» soggetta a una «subiectione» di primo livello rispetto ai «franzosi» del partito filofrancese, le «guardie» guidate da Jean de Seyssel, e a una di secondo livello rispetto a Carlo VII, lo «sparavero» re di Francia. La condizione del duca sabaudo si può pertanto riassumere in quello che chiamiamo «asse della subiectione», di valore negativo e di tipo statico. La fuga di Ludovico di Savoia è una sorta di «volo della quaglia» che permette al duca di sottrarsi alle «subiectioni» di primo e secondo livello, raggiungendo la piena libertà nella Lega di Borgogna, in cui egli sarà primus inter pares. All’«asse della subiectione» si può pertanto contrapporre un «asse della liberazione», di valore positivo e di tipo dinamico, perché implica uno spostamento.
Una liberazione di primo livello è conseguita per mezzo di aiutanti che innanzitutto permettono al duca di togliersi di dosso il controllo dei «franzosi». È possibile identificare questi aiutanti nella figura di Jean de Compey, alla guida del partito antifrancese, che alla fine del marzo del 1458 prende il sopravvento su quello avverso: in GS11, del 28 marzo, si legge infatti che «la parte de questi zentilomeni che ha gubernato questo signore per fina a qui, la quale hera franzosa, non guberna più e l’altra, che in tuto gli hè contraria, hè montata in stato». Un’ulteriore conferma del cambiamento avvenuto è segnalata dalla nomina di Antonio di Romagnano a cancelliere, riferita in GS10, del 19 marzo («questo signor hè in tractato de fare uno canzelero, lo qual, scecundo sce dice, sarà domino Antonio da Romagnano, prescidente del Consciglio de Taurino»).
È tuttavia opportuno precisare che, come l’attività di sorveglianza dei «franzosi» era resa possibile dalla superiore autorità di Carlo VII, allo stesso modo Jean de Compey e la sua parte politica possono operare perché appoggiati da Francesco Sforza, da Filippo il Buono, duca di Borgogna, e dal delfino Luigi (in esilio volontario presso lo stesso duca di Borgogna). Bisogna infatti rammentare che il 14 marzo in GS8 Corradino Giorgi aveva riferito che «l’altra parte, che non è al presente de stato, dela qual misir Iohane de Compense è lo primo» dubitava «a piglare la impresa senza spade, favore e secorso, besognando de qualche altro signore», e poi l’inviato sforzesco si premurava di avvisare che «lo duca de Burgogna he monsignor lo dalfino gli meteno mane esste pratiche se fano al presente»; il concetto era stato ribadito dallo stesso Compey, che sempre in quei giorni di marzo aveva detto a Corradino Giorgi: «noi, che amemo el nosro signore et lo suo utile he honore, voremo prendere modo et via de liberarlo de tanta subiectione, unde cognosemo questo non ne potere seguire senza lo favore et inteligencia de alcuno altro signor, et maxime del tuo signore, duca de Mediolano». Se dunque alla fine di marzo la parte guidata da Jean de Compey risulta «montata in stato», è legittimo inferire che essa abbia ricevuto gli adeguati appoggi internazionali, anche se nelle missive per ragioni facilmente comprensibili (sarebbe equivalso a raccontare la verità e non la storia alla rovescia) non se ne parla in modo chiaro.
Non si deve tuttavia ritenere che la liberazione di primo livello sia sufficiente a garantire la nuova condizione di Ludovico di Savoia. Per completare la fuga e raggiungere la liberazione di secondo livello, che consiste nella possibilità di mantenere lo «sparavero» a distanza di sicurezza, riteniamo che il duca aderì alla Lega di Borgogna, i cui componenti lo aiutarono peraltro a scappare dalle «guardie».
Si rilegga ora il secondo capoverso sopra proposto. In esso Francesco Sforza vuole dire che bisogna «fugire», ossia liberare Ludovico di Savoia e quindi allearsi con lui, non preoccupandosi in alcun modo dei «franzosi»: grazie alla copertura fornita dalle lettere, e ovviamente non solo dalle lettere, infatti, «se ben costoro non dormissero, sarano […] debili», e addirittura, «se ben exequendo la cosa che se ha a fare loro vedesseno quello se facesse, non se ha a temere questo, ma andare dreto et fugire, però che serano talmente fora di sé et debili, che non porano né conoscere né dire né obviare ad quello se farà, et anchora, se ben gli accadesse dire alcuna cosa che fosse a proposito, manche per questo se debia stare de andare dreto et fugire». In queste parole un ultimo motivo di riflessione è offerto dalla ripetizione dell’aggettivo «debili»: in effetti i «franzosi» vennero resi «debili» al punto che nel marzo del 1458 il loro partito «non guberna più».

[1] Al proposito si segnala che l’8 giugno 1458 Antonio Cardano, ambasciatore sforzesco inviato in sostituzione di Corradino Giorgi, riferisce in CS8 che «Guillielmo di signori de Antesano, prexo ha Taurino, che vene de presente dal Delfinato, ha intexo da Gabriel de Bernezio, signore de Targi, quale è camererio e del Consilio dela maiestà del re de Franzia e che andava dal re de Franza per parte de monsegnore de Giaton, gubernatore del Delfinato, che dito .. gubernatore sa che lo .. duca de Borgogna, lo re de Inglitera, la maiestà del re de Aragona e lo .. duca de Savoya hano fato liga insema et che adesso l’ambasaria del .. duca de Savoya va Milano per fare liga cum l’illustrissimo signore duca de Milano a destructione del re de Franza». È inoltre opportuno rilevare che a pagina 260 del sesto tomo della sua Histoire de Charles VII Gaston du Fresne de Beaucourt scrisse, riferendosi proprio al 1458: «Au mois de juin, des conférences furent tenues à Calais entre le comte de Warwick et des ambassadeurs du duc de Bourgogne, qui ne tarda pas à envoyer une ambassade en Angleterre. Il est fort probable que, dès ce moment, une convention secrète fut passée par le duc avec le parti Yorkiste».
[2] Di questa corrispondenza sommersa Francesco Sforza lascia trapelare qualcosa in SG13, datata 6 aprile, quando scrive: «Quanto al facto de quello te ha dicto messer Zohanne da Compenso, del fare liga et intelligentia con quello .. signore, dela qual cosa tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto». Poiché nelle quattro lettere di cui il duca segnala la ricezione in SG13, ossia GS7, GS8, GS9 e GS10, l’inviato milanese non esprime alcuna speranza rispetto all’alleanza sabaudo-sforzesca, limitandosi ad avvisare il duca di Milano «che l’animo me basta», è verosimile supporre che con l’anomalia espressa dalle parole «tu ancho ne scrive sperare che ne seray rechiesto» il duca voglia far intravedere una traccia della vera corrispondenza con il suo ambasciatore.
[3] Cfr. Erich Auerbach, Figura, in Id., Studi su Dante, Milano, Feltrinelli, 1993, pp. 176-226.
[4] Questo aspetto della beffa riteniamo si presenti già nella decifrazione di GS1, lettera del 16 dicembre 1457 nella quale Ludovico Bolleri richiede a Francesco Sforza la polvere in grado di far addormentare quelli che lo sorvegliano. GS1-Dec è infatti caratterizzata da alcuni curiosi errori, la maggior parte corretti. Di questi ultimi segnaliamo i termini «novi» e «Pedemonte» scritti rispettivamente sopra «dm» e «pedate» depennati. Prima delle correzioni il testo risultava come segue: «Noviter miser Aluyse Bolero è stato examinato sopra dm articuli, tra li quali queste ne sono, […]: et primo che voleva dare Vercelli a vostra signoria, pedate al re Raynero». Le «pedate» a Renato d’Angiò si commentano da sole.

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