5.1.1. La «polvere»: «uno mundo de carta» [26] in espansione

Fra le prime «cose invisibili» che si palesano vi è la corrispondenza istituita da Francesco Sforza tra la «polvere» e le lettere con le loro informazioni: la prima può essere identificata con le seconde. E il modo «da dare la polvere» consiste, come si è visto, nel distribuirla in modo che vi siano dieci «prese» delle missive dell’ambasciatore sforzesco [27]. Francesco Sforza scrive inoltre che «le prese» sono «per persone X»: è però importante rilevare che nel decimo capoverso di SG3-All, quasi a suggerire un’illimitata capacità di falsificazione da parte della cancelleria milanese, il duca precisa beffardo che, «se per caso gli fussero più persone che non sono li dicti cartozi de polvere, zoè più che X che guardasseno l’amico, non se vole dargli la polvere, ma mandare qua per del’altra, che ve ne serà mandata tanta che bastarà per quanti serviereti».

[26] Si riprende volutamente il titolo di Senatore (1998).
[27] Con l’operazione del «dare la polvere» e con le «prese» riteniamo che Francesco Sforza voglia in realtà alludere in prima istanza al gioco denominato «Trionfi» o in latino «ludus triumphorum» (Dummett [1993: p. 18]), creando una connessione preliminare, di immediata comprensione per il lettore coevo, fra le carte da gioco e le lettere, le une e le altre caratterizzate da una distribuzione iniziale e da successive prese, che nel caso delle lettere diventano ricezioni. Le carte da gioco compaiono d’altra parte in modo esplicito in Giorgi2, lettera del 14 marzo 1458 indirizzata a Bianca Maria Visconti. Corradino Giorgi scrive: «Retrovandome con questo illustrissimo signor, me ha pregato vogla scrivere e pregare vostra signoria per parte de essa soa signoria che ve piaza mandare a madama soa fema uno paro de carte da trionfi de quelle belle sce fano in quelle parte he uno paro a madama Maria he uno altro a madama Bona, soe figlie». È opportuno precisare che, riferito alle «carte da trionfi», il termine «paro» significa «mazzo» (Dummett [ibid.: p. 70]). In Giorgi4, del 18 aprile, l’inviato milanese riferisce poi che «a questi illustrissimy signor he madona ho facto intendere como anti la rechesta facta dele carte per soa signoria vostra signoria havea fermo preposito de mandarle inscema cum alchune altre zentileze». «Uno paro de carte da trionfi» è formato da settantotto carte, suddivise in cinquantasei carte di quattro semi (denari, coppe, bastoni, spade, ciascuno diviso in dieci carte numerali più fante, cavallo, regina e re), e ventidue dette trionfi che recano i seguenti soggetti: Bagatto, Papessa, Imperatrice, Imperatore, Papa, Amanti, Carro, Giudizio, Eremita, Ruota della Fortuna, Fortezza, Appeso o Impiccato, Morte, Temperanza, Diavolo, Torre, Stella, Luna, Sole, Giustizia, Mondo e Matto. Il mazzo con i ventidue trionfi fu inventato presso i Visconti o gli Este verso il 1430 e poi si diffuse nelle corti dell’Italia settentrionale, divenendo una vera e propria moda. Dal XVI secolo le «carte da trionfi» furono chiamate carte dei tarocchi (Dummett [ibid.: p. 18). Quasi tutti i mazzi quattrocenteschi di questo tipo, dipinti a mano ed estremamente raffinati, provengono da Milano o Ferrara. Per giocare, «si mette in tavola una carta alla volta, con l’obbligo di rispondere al seme o di tagliare con le briscole, che in questo caso sono fisse e rappresentate dai trionfi» (Pratesi [1987: p. 117]).  «Una presa contenente uno o più trionfi è vinta dal trionfo più alto, mentre una presa senza trionfi è vinta dalla carta più alta del seme della prima carta» (Dummett [ibid.: p. 149]): si tratta del classico gioco di prese, in cui i trionfi sono le carte da presa per eccellenza.

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